10 settembre 2007
Mentre le elezioni che si sono appena tenute dovrebbero dimostrare il livello
di sviluppo democratico del Marocco, la libertà di stampa è messa in discussione
da alcuni recenti provvedimenti. Il direttore e uno dei redattori del
settimanale 'Al Watan Al An' sono stati
condannati per aver pubblicato notizie riservate sul piano antiterrorismo del
governo e Ahmed Benchemsi, il direttore dei giornali
'TelQuel' e
'Nichane', è sotto processo per un editoriale che criticava il re e che è
stato considerato “offensivo”. Dall’ascesa al trono di re Mohammed VI, nel 1999,
bene 34 testate sono state censurate e 20 giornalisti sono stati condannati a
pene detentive. In questo clima surriscaldato, non manca un aspetto che può far
sorridere: se Benchemsi è sotto processo è perché gli viene rimproverato, come
scrive lui stesso, non tanto il contenuto del suo articolo, quanto il fatto
che si rivolgesse al re in “darija”, l’arabo parlato in Marocco, considerato
lingua nazionale da alcuni e un dialetto volgare da altri. Mélange di parole
spagnole, portoghesi, francesi e berbere, oltre che arabe, il marocchino è la
lingua del popolo e quella in cui è scritto il giornale 'Nichane', mentre
l’arabo classico è preferito dalle élite e considerato un elemento unificatore
del mondo musulmano. Benchemsi, difendendosi dalle accuse, sottolinea che i
testi del governo sono scritti in arabo classico, mentre “il solo documento
ufficiale in marocchino resta, fino ad oggi… il Codice della strada!” E
commenta: “Lo Stato sostiene la propaganda ufficiale che vuole assimilarci,
volenti o nolenti, agli Arabi mediorientali, ma quando si tratta di questioni di
vita o di morte (al volante) non si scherza più: bisogna comunicare nella lingua
del popolo, la sola che si comprenda chiaramente”.
(Fonte: Panorama.it)