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  appello di Reporters sans frontières sulla tragedia del popolo birmano: "che l'attuale black-out dell'informazione non spenga la nostra indignazione"

8 ottobre 2007 

"...Difendere la libertà di espressione in Birmania non significa unicamente chiedere la liberazione dei giornalisti in carcere. Significa soprattutto cercare di fare in modo che i militari smettano di soffocare l'informazione e reprimere le voci dissidenti in un clima di totale impunità. Nel 1988, l'opinione pubblica aveva dovuto aspettare settimane prima di poter essere informata sulle terribili conseguenze della repressione orchestrata dalla Giunta al potere: più di tremila morti e migliaia di persone trascinate in carcere. In questi giorni l'ambasciatore di Francia parla di migliaia di arresti e di decine di morti. Ma senza informazioni, senza immagini...chi può rendersi veramente conto della situazione? Dobbiamo rassegnarci ed aspettare che questo dramma si consumi nella menzogna e nell'indifferenza? La Birmania è oggi quasi sparita dagli schermi della televisione. Eppure, nel Paese, alcuni giornalisti birmani e stranieri continuano a raccogliere testimonianze sui raid notturni nei monasteri e negli edifici di Rangoon. Almeno sei reporter, tutti birmani, sono stati fermati mentre cercavano di catturare con una macchina fotografica le immagini della repressione. I media birmani in esilio, come ad esempio la 'Democratic Voice of Burma', cercano invece di informare come possono l'opinione pubblica internazionale sugli eventi nel Paese. Solo dieci giorni sono passati da quando i bonzi, incuranti delle minacce, invitavano decine di migliaia di persone a scendere per strada e dare voce alle proteste del Paese. Poi più niente. Più nessuna immagine dei monaci ammassati in uno stadio di Rangoon. La rivoluzione porpora ci ha commossi. Dobbiamo tuttavia rimanere vigili e cercare di fare in modo che l'attuale black-out dell'informazione non spenga la nostra indignazione..."
   
   

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