Birmania:
giornalisti da salvare
29
novembre 2007
di Riccarto Chartroux
I monaci non marciano in lunghi
cortei color zafferano e non si
spara per le strade, ma la
repressione in Birmania non si
ferma. Oggi Amnesty International
pubblica un nuovo rapporto sulla
situazione dei diritti umani nel
Paese asiatico. Si parla di oltre
settecento persone arrestate durante
e dopo le manifestazioni di
settembre, di violenze e torture. E
la repressione condotta dal regime
militare come è ovvio colpisce
anche i giornalisti. Ye Lwin,
giornalista e poeta scomparso a
Rangoon, hanno visto i soldati
picchiarlo e portarlo via su un
camion militare, Min Htin Ko Ko Gyi
finito in ospedale dopo l’arresto
per lesioni alla testa, Maung Yan
Paing, Kyaw Zeya Tun, Win Ko Ko Lat,
e il fotografo Win Saing, che era in
cella dal 29 agosto. Molti altri
erano già in cella come U Win Tin
(nella foto)
che il
12 marzo scorso ha compiuto
settantasette anni in una cella in
cui è rinchiuso da diciotto, la sua
colpa: avere scritto e fatto
circolare articoli sulle condizioni
nelle carceri birmane. E’ molto
malato, Reporters sans frontières
chiede da anni il suo rilascio,
invano. I giornali birmani, anche
quelli meno ostili al regime
rischiano continuamente di essere
chiusi dalla censura, è il caso di
'SnapShot' sparito dalle edicole per
una settimana per avere pubblicato
una dichiarazione di un leader
dell’opposizione, o la rivista 'News
Wartch' bloccata perché aveva
dedicato la copertina all’incontro
di Aung San Suu Kyi con membri del
suo partito. Non solo: il popolo è
in miseria e i giornali non vendono
più, molti rischiano il fallimento,
con riduzione ulteriore della già
misera libertà di stampa esistente
nel Paese. Queste notizie, poche e
frammentarie, che giungono dalla
Birmania interrogano i giornalisti
di tutto il mondo. Per sostenere la
libertà di stampa in Birmania
qualcosa si può fare. Per esempio,
come sindacati e organizzazioni per
i diritti umani sostengono gli
attivisti per la democrazia, perché
la Federazione della Stampa, in
questi giorni riunita in congresso,
non decide di adottare quei colleghi
birmani? E di aiutare con ogni mezzo
possibile gli altri, ancora liberi,
che dalla Birmania riescono a farci
arrivare notizie e immagini? Una
iniziativa cui potrebbero associarsi
giornali e network che, non
dimentichiamolo, non hanno potuto
mandare inviati a Rangoon durante la
crisi di settembre. Per giorni, per
settimane i nostri giornali e
telegiornali hanno parlato di
Birmania con notizie, foto, riprese
televisive scaricate da Internet,
gratis. Gratis per loro, ma pagate
con il rischio della vita da chi le
ha realizzate. Sta a noi ora
dimostrare che la libertà di
espressione sancita dall’articolo 21
della nostra Costituzione non
riguarda solo chi se la può
permettere, che è o dovrebbe essere
un principio universale.