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  Myanmar (ex Birmania): tre mesi di repressione silenziosa tra censura, propaganda e carcere

29.12.2007 - "L’impressione di un ritorno alla normalità è falso. In realtà, i servizi di sicurezza sono sempre alla ricerca dei giornalisti costretti alla clandestinità per aver fatto conoscere al mondo, attraverso immagini o reportage, le violenze perpetrate dalla giunta birmana contro i monaci e i democratici del Paese". Reporters sans frontières e la Burma Media Association hanno denunciato, ancora una volta, le misure repressive esercitate continuamente contro i giornalisti a partire dal 27 settembre 2007, data nella quale il reporter giapponese Kenji Nagai fu assassinato da un militare nella città di Rangoon. Da allora la polizia e l'esercito hanno costretto una dozzina di giornalisti birmani a fuggire in Thaïlandia e seppure i media privati hanno ripreso a diffondere le trasmissioni, la censura ha ulteriormente aumentato il controllo. Sei giornalisti sono ancora in carcere, e, per impedire ai birmani di ottenere informazioni e immagini della repressione di settembre, la giunta ha severamente regolamentato la vendita di pubblicazioni straniere nel paese. I magazine 'Time', 'Newsweek' e quasi tutti i giornali thailandesi sono di fatto scomparsi dai chioschi da alcune settimane. Il collegamento Internet è stato ristabilito ma la sorveglianza nei cybercafè è stata aumentata. Ma la censura non tocca solo i soggetti politici. La giunta, per esempio, ha impedito che la stampa indipendente coprisse un ripresa dell'epidemia aviaria avvenuta a fine ottobre. La stampa governativa, invece, ha fin troppo da fare visto che tutti le dichiarazioni dei capi della giunta debbono finire sempre in prima pagina. Quando avanza un po' di spazio ne fa le spese il lavoro dei media stranieri, quali la BBC o Voice of Asia, accusate di voler "destabilizzare il Paese".
   
   

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