di Alessandro
Cassieri
09.01.2008 -
Nulla di nuovo sul fronte orientale. Le sorti dell’informazione in Russia
restano precarie. Il 2007 (anno delle elezioni politiche) ha lasciato in eredità
al 2008 (quando alle urne si tornerà per eleggere il nuovo capo dello Stato) un
sistema editoriale sempre più vicino e subordinato al Cremlino. La presa sui
media, che ha caratterizzato il secondo mandato di Putin, ha compiuto negli
ultimi 24 mesi altri passi decisivi. L’ultimo canale televisivo indipendente,
Ren Tv, è stato venduto alla società Abros, che è una sussidiaria di Rossiya
Bank, il cui presidente, Yuri Kovalchuk è un vecchio amico pietroburghese di
Putin. Allo stesso modo, l’autorevole quotidiano Kommersant è passato nelle
affidabili mani di Alisher Usmanov, il tycoon di UzUbek metal che ha stretti
rapporti con Gazprom. Usmanov ha pure acquistato il giornale on line Gazeta.ru,
mentre un altro imprenditore filogovernativo, Alexander Mamut, si è assicurato
l’edizione in cirillico di LiveJournal, passaggio-chiave per facilitare
l’identificazione di blogger sgraditi. In questo quadro anche le radio sono
diventate progressivamente preda di editori di nuovo conio ultralealisti. Un
contesto che induce gli analisti occidentali, come Sarah Oates e Hedwig de
Smaele, a parlare esplicitamente di “modello neo-sovietico nel controllo dei
media”. Con l’aggravante immanente di un interventismo brutale nei confronti
delle voci critiche o dichiaratamente scomode: la sorte di Anna Pòlitkovskaya
sta lì a ricordare, a 15 mesi dal suo assassinio e nel buio più o meno assoluto
in cui continuano a navigare le indagini ufficiali, quanto sia difficile il
mestiere di giornalista in Russia. Difficile oggi, in realtà, come ieri.
L’associazione dei giornalisti continua a tenere aggiornata la lista dei
colleghi uccisi o morti in circostanze sospette dal ’91, anno della dissoluzione
dell’Unione sovietica. Sono finora duecentoquindici: 108 all’epoca di Eltsin,
praticamente altrettanti nell’era Putin.
Un equilibrio per certi versi sorprendente e che l’Università inglese del Surrey
nel corso di un convegno dedicato alla Russia ha indirettamente spiegato in
questi termini. “Libertà di stampa” viene considerata generalmente tale solo
quando è affrancata dal controllo statale. Ma resta da capire perché dovrebbe
considerarsi più libera l’informazione prodotta in maniera subordinata in
testate possedute da businessmen come Berezowsky o Gusinsky o - al di fuori del
pianeta russo - Murdoch. La conclusione è poco incoraggiante: “l’unico periodo
in cui la stampa ha goduto in Russia di una reale indipendenza è stata l’ultima
fase della prestrojka. La breve stagione in cui lo Stato era debole e gli
oligarchi non erano ancora forti”.