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IL NUOVO IMPERO MEDIATICO CINESE: Ecco il progetto di Pechino per aumentare
la propria influenza culturale nel mondo
19.10.09 - Espandere la propria presenza nel mercato dei media mondiali come simbolo del
proprio protagonismo sulla scena mondiale. Nei prossimi anni la Cina spenderà
milioni di dollari per la creazione di un'industria dell'informazione e
dell'intrattenimento in grado di competere con giganti quali la News Corporation
di Rupert Murdoch e la Time Warner. Un progetto ambizioso che, secondo le
indiscrezioni, dovrebbe prevedere il lancio di un canale all-news in lingua
inglese, ispirato alla CNN, che dovrebbe trasmettere da Singapore o da qualche
altra sede fuori dalla Repubblica popolare. Nei piani di Pechino non c'è solo
la televisione. Nella mischia entra anche l'ufficialissima voce del Partito
comunista cinese (Pcc), il Quotidiano del popolo, che presto, questione di pochi
mesi, potrebbe avere una sua versione in lingua inglese. Il piano dovrebbe
lasciare grande libertà alle aziende statali, che potranno così dare sfogo
alla propria creatività producendo e finanziando prodotti culturali e
d'intrattenimento. Unica eccezione a questa ventata di libertà saranno i
programmi d'informazione, che resteranno sotto lo stretto controllo del Partito.
I costi si aggirerebbero intorno tra i 4,7 e i 6,6 milioni di dollari, ma le
cifre, riportate dalla Reuters e dal 'South China Morning Post', non hanno
ancora trovato conferma. Il progetto appare come una colossale operazione di
soft power. La strategia di Pechino sembra chiara, la Cina punta a migliorare in
questo modo la propria immagine globale, promuovendo la cultura cinese nel resto
del mondo. Il governo cinese è conscio dei problemi di comunicazione che il
paese ha con l'Occidente. Problemi dovuti ad una «differente cultura e
tradizione dei media» che si riflette in «una carenza nelle pubbliche
relazioni internazionali» scrive in un recente saggio Lu Yiyi, del China Policy
Institute dell'università di Nottingham. Una mancanza che Pechino ha iniziato a
colmare a partire dall'organizzazione dei Giochi olimpici dello scorso anno.
Anzi per Steven Dong, direttore del Global Journalism Institute dell'università
Tsinghua di Pechino, uno degli atenei più rinomati del paese, è stato il
successo di Pechino 2008 «a persuadere il governo ad investire più soldi» nel
progetto. Non si tratta tuttavia di sola ricaduta d'immagine, la Cina è anche
desiderosa di entrare a far parte del giro d'affari che ruota intorno al mondo
dei media. Non per niente la lettera d'invito al Forum mondiale sui media,
tenutosi nella capitale cinese, dal 8 al 10 ottobre chiariva come l'incontro
fosse un'occasione utile per «mettere a fuoco come il mondo dei media potesse
affrontare le sfide e le opportunità dell'era digitale e trarre profitto dalle
nuove tecnologie». Il meeting, organizzato dall'agenzia ufficiale Xinhua, ha
riunito l'élite del mondo dei media globali, erano presenti Murdoch e la sua
News Corporation, l'Associated Press, l'Agence France-Presse, la BBC, la Reuters,
BBC, l'agenzia russa ITAR-TASS, la giapponese Kyodo e la Turner Broadcasting
System (TBS). E a simboleggiare la nuova ambizione cinese nel campo dei media,
l'incontro è stato aperto dal presidente Hu Jintao in persona. Hu ha esortato i
media globali a promuovere «un'informazione vera, corretta, comprensiva e
obbiettiva», forse memore dell'editoriale del giornale teorico del PCC, Cercare
la verità, che in agosto accusava la stampa occidentale di «monopolio» e di
alimentare pregiudizi. Hu ha però rassicurato i giornalisti stranieri
promettendo che la Cina continuerà a salvaguardare il loro «legittimi»diritti
ed interessi, naturalmente «in accordo con le leggi cinesi». Una
rassicurazione subito raccolta da Murdoch che, parlando alla Xinhua, afferma
ottimisticamente (sic) che «non potrebbe esserci momento migliore per essere un
reporter in Cina». Poco spazio è stato invece concesso alle discussioni sulla
libertà di stampa. Ma come scrive il China Media Project dell'università di
Hong Kong: «It’s all about business, right?» Sono solo affari, giusto?
(fonte: il Riformista)
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