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  «Offendono Ataturk» E anche la Turchia vuole chiudere i siti

13 aprile 2007
E' arrivata in parlamento la proposta di legge che consente al governo di bloccare quei siti web considerati offensivi dell'immagine del padre della repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk. Un mese fa la magistratura ha disposto il divieto di accesso a YouTube, dove era possibile visionare un filmato sul padre dei turchi ritenuto offensivo. Il divieto è durato due giorni. La lotta alla propaganda contro lo stato dunque passa anche attraverso il web. E infatti all'esame del parlamento c'è anche l'idea di estendere la possibilità di bloccare l'accesso ai siti internet legati, per esempio, al movimento di liberazione kurdo, o alla sinistra turca. Di questo passo non è difficile ipotizzare che l'elenco dei siti proibiti agli internauti turchi sarà lunghissimo. Dai siti il cui contenuto è ritenuto in violazione alle leggi antiterrorismo, a quelli sulla pornografia e pedofilia, a quelli sulla storia (che ne sarà dei siti sul genocidio degli armeni, per esempio?). In un mix di battaglie reali contro la pedofilia via internet (assai diffusa anche in Turchia) e battaglie strumentali e che hanno in realtà ben altri fini. Molte di queste misure repressive rientrano nelle pene previste dall'articolo 301 del codice penale, cioè quello che punisce l'offesa dell'identità turca, delle forze armate e ovviamente di Ataturk. L'articolo per cui è finito sotto processo lo scrittore e premio Nobel Orhan Pamuk, ma anche il giornalista Hrant Dink e centinaia di altri intellettuali, artisti, attori, scrittori. Le proposte che saranno presto in discussione prevedono, per i providers che non rispetteranno il divieto imposto dal magistrato entro tre giorni, pene pecuniare. Ma chi ignorerà più volte la decisione della corte rischierà da uno a tre anni di carcere. Misure di controllo più rigide anche per chi intende aprire o chi gestisce internet cafè nel paese. E allo studio del parlamento ci sono anche misure per bloccare l'accesso ai siti gestiti da providers esteri.
(Fonte: il Manifesto)
   
   

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