6 agosto 2007
Il quotidiano
riformista Shargh è stato chiuso lunedì mattina, per la seconda volta in meno di
un anno. Soheil Asefi, giovane giornalista indipendente, è stato arrestato,
domenica pomeriggio. Lunedì, nelle aule del tribunale di Teheran, è iniziato il
processo contro l'ILNA, un'agenzia stampa riformista. Lo stesso giorno Farzad
Hassani, presentatore del programma televisivo Kulehposhti, è stato rimosso dopo
che durante un´intervista al capo della polizia, aveva fatto qualche domanda
scomoda. Un altro conduttore televisivo, Mahmoud Ahmadi è fuggito all'estero.
Tutto questo è accaduto nell'arco di sole 24 ore. Il venerdì precedente altri due
giornalisti erano finiti agli arresti, mentre Emadeddin Baghi, noto analista,
sua moglie Fatemeh Kamali, anche lei giornalista, e la figlia, una giovane
reporter, erano stati condannati da 3 a 5 anni di carcere con la sospensione di
pena. Baghi aveva espresso giudizi negativi sulla pena di morte, mentre la
moglie e la figlia avevano partecipato a un convegno sui diritti umani. Con gli
ultimi arresti, sale a 17 il numero dei giornalisti rinchiusi in carcere, mentre
sulla testa di due di loro, Hiwa Boutimar e Adnan Hassanpour, pende la corda.
Il quotidiano
ìSharghì, la più popolare testata riformista, è stato - di nuovo - chiuso
semplicemente perché ha messo in pagina un'intervista con una poetessa in
esilio, che oltre a essere una dissidente, ha anche la 'colpa' di essere
omosessuale. Nel'intervista non si parlava della politica, e nemmeno del'omosessualità,
ma ,semplicemente, della letteratura e del maschilismo dominante nella poesia
contemporanea iraniana. Nella Repubblica Islamica, basta poco perché un
giornalista finisca in un'aula di tribunale o dietro le sbarre di una cella.
Come, ha giustamente sottolineato Gianni Vernetti, sottosegretario agli Esteri
con la delega per l'Asia, la Repubblica Islamica "è una terribile dittatura".
Per convincersi,
basta 'asocltare' le parole del direttore del quotidiano riformista Shargh.
"Abbiamo ricevuto l´ordine di sospendere le pubblicazioni per aver impaginato
un´intervista con la poetessa Saghi Ghahreman", ha dichiarato Rahmanian all´AKI
ADNKRONOS INTERNATIONAL. "Visto la situazione - aggiunge Rahmanian - ho deciso
di abbandonare per sempre, o almeno fin quando non sarà garantito a tutti i
giornalisti iraniani la libertà d´espressione, il mondo dell'informazione e
dell'editoria". Rahmanian esclude che 'Shargh' possa ritornare in edicola. "Oggi
in Iran - dice - non c'è più spazio nemmeno per un giornale semi libero,
figuriamoci per una pubblicazione che vorrebbe essere indipendente".
Rahmanian e il redattore che ha condotto e firmato l'intervista, possono essere
arrestati in qualsiasi momento. Proprio per evitare nuovi arresti di
giornalisti, ed evitare che due colleghi curdi, Hiwa Boutimar e Adnan Hassanpour,
finiscano appesi ad una corda per aver voluto esprimere liberamente le loro
idee, bisogna continuare con la campagna a sostegno della libertà d´espressione
in Iran. Ha ragione il sottosegretario Vernetti quando puntualizza che "la
comunità internazionale deve esercitare pressione sulla Repubblica Islamica".
Bisogna chiedere a voce alta al governo di Mahmoud Ahmadinejad, di risparmiare
la vita a Adnan e Hiwa, di liberare Soheil Asefi e Farshad Ghorbanpour,
arrestati nelle ultime ore, e tutti gli altri giornalisti che si trovano
rinchiusi nelle carceri della Repubblica Islamica.
La nuova
ondata di attacchi contro la libertà d'espressione nella Repubblica Islamica,
non risparmia nemmeno i giornalisti che semplicemente disapprovano alcune
politiche del governo, come la campagna per la moralizzazione che ha portato
finora in carcere alcune migliaia di giovani, accusati di portare uno spolverino
troppo corto, i capelli troppo lunghi, bere un bicchiere di vino o sentire della
musica rave. Farzan Hassani, giovane conduttore del talkshow Kuleposhti (lo
zaino), trasmesso dal secondo canale dell'emittente statale, è stato rimosso,
dopo aver rivolto al capo della polizia di Teheran, generale Ahmad Reza Radan,
qualche critica sulla campagna di moralizzazione. Un suo collega, Mahmoud Ahmadi
Afzari, già direttore generale dei notiziari dell'emittente statale, è stato
costretto a lasciare il paese e riparare all'estero per aver espresso giudizi
poco lusinghieri nei confronti del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
I colleghi,
che nonostante l'offensiva senza precedenti dell'attuale governo, continuano a
rimanere nel paese e cercare nuovi mezzi per far circolare una informazione
indipendente, guardano e sperano, nel sostegno dei loro colleghi all'estero. In
queste ore, anche i colleghi afghani, che sicuramente non vivono una situazione
meno problematica di quella iraniana, hanno accolto questo grido di allarme. In
una nota qualche decina di giornalisti afgani ha espresso solidarietà ai loro
colleghi iraniani, offrendo spazi sui loro giornali ai colleghi che non hanno
più la possibilità di scrivere sui giornali iraniani. Sono scesi in piazza anche
i giornalisti iracheni a favore dei colleghi curdi iraniani condannati a morte
per impiccagione. Firmiamo l´appello contro la condanna a morte di colleghi
curdi, Hiwa Boutimar e Adnan Hassanpour, diamo spazio sui nostri mezzi di
comunicazione alla lotta di colleghi iraniani contro la nuova offensiva del
governo di Mahmoud Ahmadinejad, e soprattutto manifestiamo la nostra solidarietà
e chi combatte per la libertà d'informazione. La loro battaglia è anche la
nostra.
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