3 agosto - L’hanno rapito nel centro della città. Poche ore dopo il
suo corpo è stato ritrovato: trafitto a morte da colpi di arma da
fuoco. L’interprete iracheno che era con lui è stato rinvenuto
gravemente ferito.
Sembra una brutale “ordinaria” vicenda legata alla drammatica
situazione irachena, ma non è così. La storia è molto più complicata.
Il giornalista ucciso era un freelance americano, si chiamava Steven
Vincent. Era a Bassora da un paio di mesi, aveva intenzione di
scrivere un libro sulla situazione nel Sud dell’Iraq. Domenica scorsa
Vincent aveva pubblicato sul New York Times una sconvolgente
testimonianza.
Aveva raccontato come andavano le cose a Bassora, la seconda città del
paese. Formalmente tutto era tranquillo: i britannici garantivano la
sicurezza.
Ma quale sicurezza? Vincent ha riferito che i gruppi sciiti più
oltranzisti avevano completamente mano libera, imponevano alle donne
dalle Università agli Ospedali il rispetto più rigoroso dei precetti
della legge islamica. Chi non era d’accordo rischiava di essere
brutalmente eliminato anche perché la polizia era infiltrata da
elementi estremisti. Steven Vincent aveva provato a interrogare i
militari inglesi su questa situazione.
Gli avevano risposto che il loro lavoro non era certo quello di
verificare cosa facessero fra loro gli abitanti. Dal reportage era
emerso il quadro fosco di ciò che di fatto sta diventando “il nuovo
Iraq”, nelle zone del Sud (Nassirija non è lontana) dove non opera la
guerriglia sunnita e dove la “pacificazione” sembra avere successo.
Per aver raccontato questa scomoda verità questo coraggioso
giornalista americano poche ore dopo è stato eliminato. Ha pagato il
prezzo per aver fatto il suo mestiere di testimone degli eventi. Come
in un vero e proprio delitto di mafia, quando nell’omertà generale a
tutti conviene che non si dica la verità.