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  Come un delitto di mafia

di Roberto Reale
segretario generale di ISF

3 agosto - L’hanno rapito nel centro della città. Poche ore dopo il suo corpo è stato ritrovato: trafitto a morte da colpi di arma da fuoco. L’interprete iracheno che era con lui è stato rinvenuto gravemente ferito.
Sembra una brutale “ordinaria”  vicenda legata alla drammatica situazione irachena, ma non è così. La storia è molto più complicata. Il giornalista ucciso era un freelance americano, si chiamava Steven Vincent. Era a Bassora da  un paio di mesi, aveva intenzione di scrivere un libro sulla situazione nel Sud dell’Iraq. Domenica scorsa  Vincent aveva pubblicato sul New York Times una sconvolgente testimonianza. 
Aveva raccontato come andavano le cose a Bassora, la seconda città del paese. Formalmente tutto era tranquillo: i britannici garantivano la sicurezza.
Ma quale sicurezza? Vincent ha riferito che i gruppi sciiti più oltranzisti avevano completamente mano libera, imponevano alle donne dalle Università agli Ospedali il rispetto più rigoroso dei precetti della legge  islamica. Chi non era d’accordo rischiava di essere brutalmente eliminato anche perché la polizia era infiltrata da elementi estremisti. Steven Vincent aveva provato a interrogare i militari inglesi su questa situazione.
Gli avevano risposto che  il loro lavoro non era certo quello  di verificare cosa facessero fra loro gli abitanti. Dal reportage era emerso il quadro fosco di ciò che di fatto  sta diventando “il nuovo Iraq”, nelle zone del Sud (Nassirija non è lontana) dove non opera la guerriglia sunnita e dove la “pacificazione” sembra avere successo.
Per aver raccontato questa scomoda verità questo coraggioso giornalista americano poche ore dopo è stato eliminato. Ha pagato il prezzo per aver fatto il suo mestiere di testimone degli eventi. Come in un vero e proprio delitto di mafia, quando nell’omertà generale a tutti conviene che non si dica la verità.
   
   

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