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Salviamo il collega afghano Sayed Perwiz Kambakhsh dalla forca
   

 
Il Senato ci ripensa e non conferma la condanna a morte per Kambaksh
03.02.2008 - Il Senato afgano ha ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Pervez Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver stampato da internet un articolo sui diritti delle donne. Lo scrive l'Indipendent online, spiegando che in un comunicato la Camera alta afgana ieri ha definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte di Sayed pronunciata da un tribunale di Mazar-i-Sharif. Ciò non significa che il giovane giornalista sarà rimesso in libertà, scrive il quotidiano, ma certo questa mossa del Senato aumenta le speranze che ciò possa succedere. Da settimane è in corso una campagna mondiale - di personalità politiche, media, organizzazioni dei diritti umani - per salvare Sayed dal patibolo. La Meshrano Jirga (la Camera degli anziani) non ha nessun potere giudiziario, ma la sua opinione ha una valenza politica. La legge prevede due appelli sulla sentenza. La condanna a morte, prevista dalla Costituzione per i reati di blasfemia, deve essere approvata dal capo dello Stato, Hamid Karzai. Secondo i familiari di Kambakhsh, il giovane è stato processato il 22 gennaio a Mazar-i-Sharif, nel Nord, a porte chiuse e senza supporto legale. Studente di giornalismo all'Università di Balkh, era stato arrestato a ottobre. Amici e familiari sostengono che l'articolo incriminato non era suo, ma solo riprodotto da Internet e distribuito. In un'intervista a Radio Free Afghanistan, il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar ha difeso la sentenza, affermando che il processo è stato condotto in modo "molto islamico" e non c'è stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa. "Non ha fatto un errore giornalistico, ha insultato la nostra religione", ha detto Khaliqyar. Khaliqyar, secondo il quale il giornalista ha confessato, in una conferenza stampa ha minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh. Dopo i sei anni di repressione dei media sotto il regime dei Talebani, crollato nel dicembre 2001 sotto le bombe americane, Karzai nel 2005 ha ratificato una nuova legge sull'informazione, ma restano molte le dispute sull'interpretazione della normativa.

«Salvate Sayed», proteste e appelli»
Mobilitazione in piazza a Kabul e su Liberal con l'intervento di Adornato, Glucksmann e Novak

25.01.2008 - Salvate Sayed, il giovane reporter afghano condannato a morte per aver offeso Maometto e il verbo del Corano. Lo hanno chiesto decine e decine di manifestanti scesi in piazza a Kabul e pure Ferdinando Adornato, Andrè Glucksmann e Michael Novak che hanno rivolto un appello congiunto al presidente Hamid Karzai, al segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon e a tutta la comunità internazionale. Ieri il Senato ha appoggiato la sentenza, provocando la protesta di piazza. Esponenti del piccolo partito afghano per la solidarietà, giornalisti e attivisti dei diritti civili hanno manifestato davanti alla sede delle Nazioni Unite a Kabul, chiedendo il rilascio di Sayed Perwiz Kambakhsh, il giornalista 23enne, in carcere da tre mesi, condannato a morte per blasfemia la scorsa settimana da un tribunale (ma può ancora ricorrere in appello), sentenza appoggiata ieri dalla camera alta afghana. Il caso ha attirato l'attenzione di Nazioni Unite, Usa e varie organizzazioni umanitarie.
«Continueremo a protestare fin quando le nostre voci non saranno ascoltate», ha detto una donna tra i manifestanti a Kabul. «Il procedimento di questo processo e l'imputazione a carico di Kambakhsh sono paragonabili ai processi e alle inquisizioni del periodo talebano» ha dichiarato un altro dei membri del partito. La federazione internazionale dei giornalisti intanto ha esortato il presidente Hamid Karzai ad annullare la sentenza di condanna a morte definendola come «una scioccante conferma d'intolleranza e una mancanza di libertà d'opinione».
Il presidente infatti in un caso del genere dispone per legge della piena facoltà di modificare il verdetto. A lui si sono rivolti Adornato, Glucksmann e Novak in un appello che sarà pubblicato venerdì da Liberal: «Studente universitario afghano di appena ventitrè anni - si legge nel testo - reporter neo-assunto per il giornale di Mazar-i-Sharif, Sayed è in carcere da tre mesi poichè un tribunale lo ha ritenuto colpevole di blasfemia. In un articolo per il quotidiano locale Nuovo Mondo, il giovane giornalista avrebbe offeso il profeta Maometto e si sarebbe spinto a sostenere il diritto delle donne ad avere più maritì così come, secondo il Corano, "un uomo può sposare fino a quattro donne"». I tre firmatari si rivolgono a Karzai, che «dovrebbe rendersi conto che un tale episodio rischia di colpire al cuore il processo di ricostruzione democratica avviato nel Paese, facendolo nettamente regredire».
A detta dei giornalisti locali, tra l' altro, la vicenda sarebbe molto più complessa e vedrebbe coinvolto il fratello dell' accusato, Sayed Yaqub Ibrahimi (il quale nega con fermezza che questi sia responsabile di alcuna dichiarazione blasfema), che da tempo sarebbe impegnato in un pericoloso braccio di ferro con Piram Qul, noto signore della guerra e membro del parlamento. «Si colpiscono i due fratelli per affossare la nuova stampa liberale, che sempre più di frequente mette in dubbio il potere dei vecchi signori della guerra. A Kabul un fatto del genere sarebbe stato subito denunciato. Lo stesso presidente Karzai è intervenuto più volte di persona a difesa dei giornalisti. Ma oggi più che mai il potere centrale è debole, fiacco, non arriva nelle province, dove gli uomini forti dell' era talebana restano in sella», sostengono nei circoli giornalistici della capitale.
(Fonte: il Corriere della Sera)

PREOCCUPAZIONE PER CONDANNA A MORTE GIORNALISTA, PER MISSIONE ONU NECESSARIO RIESAME E PROCESSO D'APPELLO
25.01.2008 - La missione Onu in Afghanistan (Unama) ha espresso oggi preoccupazione sulla condanna a morte del giornalista Sayed Parwez Kambaksh, accusato di blasfemia, chiedendo un riesame del procedimento. La sentenza contro il giovane di 23 anni, studente all'Università  di Balkh e redattore del giornale 'Jahan-e Naw' ('Nuovo Mondo'), è stata emessa martedì scorso da un tribunale di primo grado di Mazar-i-Sharif. In un comunicato l'Unama ha sottolineato che i procedimenti giudiziari legati alla libertà di religione o espressione ci sono in molti paesi e richiedono una particolare attenzione. ''Le pressioni per le sentenze di colpevolezza, gli avvertimenti ai giornalisti, o come in questo caso, tenere un processo a porte chiuse senza che Kamabaksh abbia avuto un legale, indicano possibili abusi nei processi'', ha dichiarato la missione Onu. ''Questo non aiuta la causa della giustizia'', si legge ancora nel documento. L'Unama ha quindi chiesto un riesame completo del caso e un processo d'appello. A mobilitarsi immediatamente per salvare la vita a Kambaksh l'Associazione dei giornalisti indipendenti dell'Afghanistan (Aija), Reporters sans frontieres, e l'associazione italiana Information Safety and Freedom.

comunicato stampa di isf: "LA CONDANNA A MORTE IN AFGHANISTAN DI KAMBAKHSH E' UNA VITTORIA DEI TALEBANI"
24.01.2008 - “La condanna a morte di uno studente di giornalismo di 23 anni da parte di un Tribunale afgano, per blasfemia rappresenta una sconfitta dell’impegno internazionale per la costruzione della democrazia e un’oggettiva vittoria dei principi affermati dai Talebani. Salvare Kambakhsh (nella foto) dal patibolo non è solo un dovere morale per le associazionidei giornalisti, quelle umanitarie e per le istituzioni internazionali, ma anche un preciso impegno politico per quei Governi e quella Comunità Internazionale che da anni si sono impegnati in una guerra che ha come obiettivo la costruzione di una effettiva democrazia in Afghanistan. Se un Tribunale del nuovo Stato afgano condanna a morte uno studente con i metodi Talebani e per un reato di opinione, vuol dire che si è molto lontani dal raggiungere gli obbiettivi di quella missione. Rappresenta un vero e proprio, tragico, fallimento. Il Tribunale di Mazar i Charif, nel nord dell’Afganistan ha condannato a morte in un’udienza a porte chiuse e senza la presenza di un avvocato, Sayed Perviz Kambakhsh , accusato di aver diffuso un articolo ripreso da internet che commentava un passo del Corano relativo alle donne. L’Associazione dei giornalisti indipendenti dell’Afganistan (Aija) dichiara che questa sentenza contrasta con i principi della libertà di stampa e di espressione garantiti dalla Costituzione. Secondo il presidente dell‘associazione Rahimullah Samandar, ritiene che la condanna sia una reazione di circoli fondamentalisti locali ad alcuni articoli scritti dal fratello di Kambakhsh, Iaqub Ibrahimi, contro le autorità di Balkh. Proprio il 3 maggio dello scorso anno ISF aveva celebrato la Giornata Mondiale della Libertà di Informazione invitando in Italia Mir Haidar Mutaha, membro dell’Aija, che aveva lanciato un appello a nome dei giornalisti afgani, affinché i colleghi occidentali non li abbandonassero alle pressioni e alle violenze provenienti dai guerriglieri talebani, dal governo e dalle autorità militari dei contingenti stranieri. Ma, il loro appello è caduto nel nulla e sono stati lasciati soli". Sayed Perwiz Kambakhsh, reporter di 'Jahan-e Naw' ("Il Mondo nuovo"), è in carcere dal 27 ottobre 2007.

Giornalisti afghani protestano per collega condannato a morte. La sua colpa?, aver scaricato dal web materiale sulla parità dei sessi
24.01.2008 - "Una sentenza frettolosa che non tiene conto dei fatti": E' questo il giudizio di Rahimollah Samandar, presidente della Libera associazione dei giornalisti afgani, sulla sentenza di morte emessa ieri da un tribunale di Balkh nei confronti di Perwiz Kambakhsh, redattore di 'Jahan e Now' (Il nuovo mondo), un giornale di Mazar-i-Sharif.  Il tribunale di primo grado di Mazar-i-Sharif ha emesso la sentenza di condanna capitale contro Kambakhsh, accusato di aver diffuso un articolo ritenuto blasfemo. Il giovane, studente dell'Università di Balkh e reporter per 'Jahan e Now', è stato arrestato nell'ottobre scorso per aver scaricato da Internet materiale sul ruolo delle donne nelle società islamiche. "Secondo le leggi islamiche - spiega Sanmandar all'AKI ADNKronos International - leggere e venire a conoscenza di un peccato non equivale a commetterlo". "Kambakhsh non ha commesso alcun peccato leggendo un articolo ingiurioso nei confronti dell'Islam, cosi come aver ceduto la copia a qualche collega non può essere definito diffusione di testi ingiuriosi". "Sono convinto - aggiunge Samandar - che i religiosi che hanno giudicato il nostro giovane collega e lo hanno condannato, non erano ben informati dei fatti ed hanno dettato la sentenza  influenzati dai loro sentimenti". Il presidente dei giornalisti afgani esprime poi il sospetto che "che chi ha condannato Kambakhsh era convinto che lui fosse l'autore di questi articoli e non un semplice lettore". Negli articoli 'incriminati' si parla della discriminazione delle donne nell'Islam e la necessità di riconoscere alle donne gli stessi diritti degli uomini.
   
   

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