Approfondimenti
Gli stati Uniti,
con le accuse e le pressioni contro la rete
televisiva privata via satellite del Qatar,
"al Jazira" si stanno comportando come
un regime autoritario. Lo ha sostenuto ieri
l'associazione internazionale per la difesa della
libertà di stampa Reporters sans Frontieres in
una lettera al segretario di stato Usa Colin
Powell nella quale chiede al governo americano di
porre fine alle pressioni sulla rete televisiva
del Qatar.
"Gli Stati uniti stanno entrando nel novero
dei numerosi regimi autoritari del Medioriente
che hanno assai poco rispetto della libertà di
stampa. Il pluralismo dell'informazione deve
essere rispettato in qualsiasi circostanza"
ha sostenuto il segretario generale di Rsf,
Robert Menard.L'associazione ha anche espresso la
sua preoccupazione per le pressioni
dell'Amministrazione americana sulle rete
televisive usa per porre dei limiti alla messa in
onda delle cassette registrate con i messaggi di
Bin laden o dei suoi luogotenenti. I network
hanno accettato di rivedere i videotape e le
dichiarazioni dei dirigenti del network di Al
Qaeda prima di metterle in onda in seguito ad una
richiesta in merito delle aautorità. Le
posizioni di Reporter sans Frontieres sono state
riecheggiate ieri dalla più grande
organizzazione internazionale della stampa,
l'International Federation of Journalists che
ieri ha espresso la sua preoccupazione per la
richiesta di Washington ai media di non
trasmettere prese di posizione
dell'organizzazione di Osama bin Laden senza
"editing". Una richiesta accettata dai
network americani. La Ifj è poi intervenuta in
difesa della televisione "Al jazira"
sostenendo che la stazione televisiva del Qatar
"ha dato eguale spazio nelle sue
trasmissioni alle posizioni americane e a quelle
dell'Afghanistan". "I giornalisti nelgi
Stati uniti e nel mondo arabo -continua il
comunicato della Federazione internazionale dei
giornalisti- non hanno bisogno delle direttive
dei governi per fare il loro lavoro. Il vero
antidoto alla propaganda è quello della libertà
di stampa e non certo velate messe in guardia che
sanno di censura".
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Autocensura
made in Usa
di Marco D'Eramo 15
ottobre 2001
E' impressionante quel che
la tv americana non trasmette. Riferendo dei
bombardamenti sull'Afghanistan, tutti i network si
limitano alle sfocate riprese notturne di geometriche
traiettorie punteggiate dai traccianti contraerei, come
in preistorici videogiochi degli anni '80. E questo è
quanto, commentato da un profluvio di parole, pareri,
interviste, proiezioni, scenari. Dall'Italia mi dicono
che le tv europee trasmettono immagini di distruzioni, di
morti, di bambini dilaniati nei paesaggi lunari di pietre
e crepacci sotto il Khyber pass. Ma qui, negli Usa siamo
tutti ignari di quegli uccisi, di quei bimbi straziati,
di quelle devastazioni immense che si abbattono su una
miseria piccina: ricorda quei romanzi di fantascienza in
cui colossali extraterrestri calpestano ignari intere
popolazioni di umani-formiche.
La censura, o meglio, l'autocensura funziona già a pieno
regime: seguendo le istruzioni dettate da Condoleeza
Rice, consigliera per la sicurezza nazionale, le reti tv
cestinano tutte le immagini che provengono da Al-Jazira.
"La più impressionante donna di potere che abbia
mai conosciuto" - come me la definiscono i suoi
vicini di casa di Stanford a Palo Alto - la donna che il
presidente Bush Jr. ascolta più di chiunque altro, ha
consigliato il black-out sulle immagini della rete del
Qatar appena due giorni dopo l'inizio dei bombardamenti
su Kabul: la Casa bianca si era accorta di aver perso in
quel giorno una battaglia forse decisiva nella guerra di
propaganda, perché - secondo i dati dell'Auditel
americano - il video di Osama bin Laden aveva surclassato
il discorso del presidente. Tra i dati di ascolto dei due
non c'era neanche paragone: ed era anche prevedibile,
vista la martellante campagna pubblicitaria che gli Usa
avevano condotto nelle tre settimane precedenti fino a
dare una dimensione mondiale a bin Laden, tanto da
costruirlo come la star incontrastata del terrorismo
planetario: un singolo individuo come nemico di tutta una
superpotenza. Era ovvio che la prima apparizione
dell'uomo più ricercato della terra avrebbe attirato
un'attenzione quasi morbosa, anche per il tempismo
calcolato al cronometro con cui è stata rilasciata. Il
giorno dopo il video, il Guardian di Londra
titolava: "Bin Laden sta vincendo la guerra di
propaganda".
Così, in quel confronto televisivo, ancora una volta gli
Stati uniti sono stati presi in contropiede, colpiti con
le loro tecniche, dalla loro stessa forza, come in una
mossa di ju-jitsu che fa leva sulla potenza
dell'avversario e la ritorce contro di lui: gran parte
del dominio mondiale degli Stati uniti si basa sulla loro
(sottovalutata) capacità di plasmare l'immaginario
planetario attraverso un'incredibile sapienza nello
sfruttare le tecniche mediatiche, dal cinema alla musica:
che è qualcosa di più e di più profondo di una
semplice guerra di propaganda. Da questo punto di vista,
i pochi minuti del video di Bin Laden erano di estrema
professionalità, avrebbero potuto essere stati girati da
un regista e uno sceneggiatore di Hollywood.
A loro volta, da professionisti della comunicazione, gli
statunitensi se ne sono accorti subito. Ieri il Washington
Post pubblicava un'analisi dell'opinione pubblica nei
paesi islamici e del Terzo mondo con il titolo,
simmetrico al Guardian, "Gli Stati uniti
stanno perdendo la guerra di propaganda",
un'affermazione quasi eufemistica alla luce - per esempio
- dei cento e più manifestanti uccisi in Nigeria mentre
dimostravano contro gli Stati uniti. Ma, persistendo in
un decennale errore - imperdonabile per un impero che si
vuole globale - il governo degli Stati uniti continua a
snobbare l'opinione pubblica degli straccioni d'oltre
frontiera e a considerare prioritario il fronte interno.
Aveva buon gioco venerdì il New York Times quando
ironizzava sull'amministrazione Bush Jr. che sta
riempiendo di nuovi contenuti il vecchio detto
"nessuna nuova, buona nuova": non basta
tapparsi le orecchie e chiudere gli occhi perché le cose
non avvengano. Non è perché le tv Usa si autocensurano
che il mondo smette di vedere Al-Jazira, un
colosso dell'informazione, un net-work captato da 35
milioni di antenne paraboliche nel pianeta e che ha ha
150.000 abbonati negli stessi Stati uniti.
Va detto che la posizione di Condoleeza Rice non è del
tutto peregrina, poiché trova conferma nella leggendaria
autoreferenzialità dell'opinione pubblica statunitense:
qui è un modo di dire assai diffuso che "gli Usa
sono un gorilla da una tonnellata" concentrato sulle
proprie noccioline e le proprie pulci, ignaro che
tutt'intorno le altre bestiole spiano sul chi va là il
suo minimo sussulto. Ma questa strategia ha un prezzo:
per ottenere il risultato di rinsaldare il consenso
interno, altera in modo sempre più vistoso la percezione
che hanno del mondo esterno gli stessi formulatori
americani di strategie, i "decisori" (per usare
un brutto francesismo).
Se ne è bene accorto l'uomo più saggio, letteralmente
più "di mondo", di quest'amministrazione, e
cioè il Segretario di Stato Colin Powell che ha chiesto
direttamente al Qatar di fare quanto in suo potere per
spegnere Al-Jazira. Gli arabi hanno reagito
dicendo che Powell dimentica che Al-Jazira sta
facendo semplicemente in questa guerra quello che faceva
la Cnn con Peter Arnett: ha il monopolio mondiale
dell'informazione perché si trova al posto giusto nel
momento giusto. Il corrispondente di Al-Jazira da
Washington ha detto che due anni fa i talibani avevano
offerto la corrispondenza da Kabul a due network
mondiali, la Cnn e, appunto, Al-Jazira, solo che
la Cnn aveva declinato l'offerta. E allora è probabile
che Colin Powell non abbia dimenticato proprio per niente
Peter Arnett e la guerra del Golfo, ma che - da fine
stratega - si sia accorto di avere perso un'arma
fondamentale in ogni offensiva, il monopolio mondiale
dell'informazione: e controllare il flusso delle notizie
è sempre stato un pilastro dell'arte della guerra, da
Sun Tzu a Clausewitz, a oggi.
Fonte:
Il Manifesto
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