I mass media volteggiano sulla parola terrorismo
di Norman Solomon
La pubblicazione più recente di Norman Solomon è il libro "The Habits of Highly Deceptive Media".
I suoi articoli nelle agenzie di stampa si incentrano sui temi media e politica

5 ottobre 2001

Nei primi due giorni di questo mese, il sito Web della CNN mostrava questo strano annuncio: “Circolano false informazioni sul fatto che CNN non abbia usato la parola terrorista in riferimento agli autori degli attacchi al World Trade Center ed al Pentagono. In realtà, ” riportava il messaggio “CNN ha costantemente e ripetutamente descritto gli attentatori ed i dirottatori come terroristi, e così continuerà a fare ”. La smentita di CNN era corretta e - secondo lo standard dei media tradizionali - rassicurante. Ma evitava di affrontare il punto della questione che ribolle sotto la preoccupante copertura mediatica delle ultime settimane: come definire esattamente il terrorismo?
Per la maggior parte dei giornalisti americani questa è una ‘non-domanda’ per ‘non-pensanti’. Ora più che mai, la definizione dell’etichetta terrorista sembra ovvia. “Un gruppo di persone ha preso con la forza aerei di linea e li ha usati come missili guidati contro migliaia di persone”, spiega il direttore di NBC News. “Se questo non corrisponde alla definizione di terrorismo, che cos’altro può farlo?”
Giusto. Allo stesso tempo, è interessante notare che i media americani definiscono il terrorismo con le stesse parole del governo americano. Di solito i redattori pensano che i loro giornalisti non abbiano bisogno di alcuna istruzione formale laddove le definizioni corrette siano largamente condivise.
Il Wall Street Journal da delle linea guida, spiegando al proprio staff che la parola terrorista “dovrebbe essere usata con attenzione, e con precisione per descrivere quelle persone e quelle organizzazioni non governative che preparano e portano avanti atti di violenza contro civili od obiettivi comunque non militari. Nelle redazioni da un capo all’altro degli Stati Uniti i professionisti dell’informazione si troveranno d’accordo su questa definizione.
Ma in chiara controtendenza la Reuters ha usato per decenni un approccio diverso. “Come parte di una politica che eviti l’uso di parole emotivamente contrastanti” spiega l’agenzia stampa “non usiamo termini come ‘terrorista’ e ‘combattente per la libertà’ a meno che non si tratti di una citazione o di affermazione comunque riferibili ad a terzi. Non esprimiamo giudizi sui soggetti di cui trattano le notizie da noi riportate, ma diamo informazioni sulle loro azioni, le loro identità e la loro storia cosicché i nostri lettori possano farsi un’idea basandosi sui fatti.”
Dall'inizio di settembre la Reuters si è attirata diverse critiche per aver continuato a sostenere questa scelta, ripetendo, in un memo ad uso interno, che “il terrorista di qualcuno è il combattente per la libertà di qualcun altro.” In una dichiarazione rilasciata il 2 Ottobre, i dirigenti della Reuters spiegavano. “la nostra politica è di evitare l’uso di termini ‘emotivi’ e di non esprimere giudizi di valore riguardo a fatti che cerchiamo di riportare in maniera accurata.”
La Reuters ha corrispondenti in 160 paesi, e l’etichetta ‘terrorista’ è soggetta a critiche in diversi di questi. Dietro le quinte, molti governi premono sulla Reuters per descrivere nei sui dispacci i propri nemici come ‘terroristi’.
Secondo le posizioni dei governi, ad Ankara, Gerusalemme o Mosca, per esempio, i giornalisti non dovrebbero esitare a descrivere come terroristi i propri nemici violenti. Ma perché un giornalista dovrebbe essere obbligato ad etichettare così i Kurdi in Turchia, i militanti Palestinesi dei territori occupati od i ribelli in Cecenia?
A meno di credere nella pretesa assurda che i governi non siano coinvolti nel ‘terrorismo’, il termine cosi circoscritto dai media americani, non ha senso. Le forze militari turche hanno sicuramente terrorizzati ed ucciso diversi civili; la stessa cosa è vera per le forze israeliane e le truppe russe. Come risultato , migliaia di Kurdi , Palestinesi o Ceceni vivono nella sofferenza.
I giornalisti americani potrebbero quindi allargare la definizione di terrorismo a tutti gli atti di terrore organizzato commessi contro i civili. Ma questa scelta incontrerebbe certamente una forte opposizione nelle alte sfere di Washington.
Durante gli anni ‘80, utilizzando questa definizione di terrorismo, i dispacci stampa avrebbero chiamato i Contras in Nicaragua – oltre ad i governi del Salvador e Guatemala- terroristi sostenuti dagli Stati Uniti. Oggi ad esempio seguendo questa linea si dovrebbe includere nel terrorismo in Medio oriente anche gli attacchi israeliani con proiettili e missili che colpiscono e tolgono la vita a bambini ed altri civili palestinesi.
Un uso ambivalente dell’etichetta ‘terrorista’, significherebbe qualche volta includere nella lista anche il governo americano. Negli ultimi dieci anni, in Iraq come in Sudan od in Iugoslavia, i missili del pentagono hanno colpito civili, innocenti quanto quelli uccisi l’11 settembre. Se i giornalisti non osano chiamare ‘terrorismo’ anche questo allora la parola dovrebbe essere messa al bando dal lessico dei media.
E’ più che giusto per stampa e televisione chiamare i dirottatori dell’11 settembre dei terroristi – se si è pero pronti ad utilizzare quest’etichetta appieno per tutti i fatti. Ma finche i media non sono disposti a fare così, l’approccio della Reuters resta la sola possibilità per un giornalismo che voglia essere obiettivo.
Tuttavia non esiste ragione per credere che i media tradizionali si distanzino dal ritornello della propaganda dello Zio Sam sul ‘terrorismo’. Il problema va ben oltre la routine profondamente ipocrita che condanna una qualche azione omicida contro civili quando poi ne sostiene o addirittura ne porta avanti altre.
Sono passati più di cinque anni da quando Madeleine Albright, all’epoca segretario di stato, appariva al programma “60 Minutes” della CBS e spiegava la mancanza di preoccupazione riguardo alle morti in Iraq causate dalle sanzioni condotte dagli stati Uniti. In una trasmissione del 12 Maggio 1996, il corrispondente della CBS Lesley Stahl chiedeva alla Albright: “Pare che mezzo milione di bambini sono morti. Insomma, questo è peggio che a Hiroshima. Davvero crede ne sia valsa la pena?”
“Credo sia stata una scelta molto difficile,” rispondeva la Albright, “ma crediamo ne sia valsa la pena.”
Da allora, continuando ad imporre sanzioni sull’Iraq, il governo americano ha ucciso altre centinaia di migliaia di bambini. Ovviamente questo genere di posizione politica non ha impedito al successore della Albright di salire sul banco degli accusatori l’11 Settembre. Rispondendo ai tragici eventi di quel giorno, Colin Powel denunciava “coloro i quali pensano che con la distruzione di edifici e l’assassinio di civili, si possa in qualche modo di raggiungere obiettivi politici.”
Naturalmente, le massime cariche del governo americano pensano ancora “di poter raggiungere in qualche modo raggiungere obiettivi politici” con sanzioni che stanno uccidendo diverse migliaia di bambini iracheni ogni mese. Poi, restando fermi  nelle loro posizioni, condannano ferventemente il terrorismo

Fonte: Znet
trad. Francesco Carnesecchi