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Così la
guerra ha cambiato i media
di
Michele Serra 30 ottobre 2001
La «pista americana»,
parlando di antrace, è una notizia così pazzesca che
normalmente avrebbe stravolto la pubblica opinione e
monopolizzato per settimane i media mondiali. Ma viviamo
tempi eccezionali, e l'impressione è che l'enorme
vortice della confusione generale stia già inghiottendo
anche questo macigno come un sassolino. Eventi inauditi
appaiono e scompaiono quotidianamente come fossero fole,
dicerie incontrollabili. Elenchi appena aggiornati
vengono scompaginati quasi ogni ora. Notizie appena
ingoiate dalle fauci mediatiche risalgono
quotidianamente, come in un continuo rigurgito. Lo
stomaco dei media si è inceppato anche lui, l'undici di
settembre.
L'accelerazione dei tempi è tale che l'informazione
mondiale, abituata a concepirsi come un inappuntabile
catalogatore degli eventi, arranca sbalordita. Il suo
sussiego (e il nostro) è pesantemente incrinato. Frasi
fatte (e fatte non bene) tipo «non ci si capisce più
niente», «non credo più a nessuno», smettono di avere
il tradizionale significato di ottuso disimpegno, e
cominciano a descrivere uno stato d'animo tutt'altro che
distratto: e anzi, molto attento alla fragilità delle
nostre abituali fonti di approvvigionamento intellettuale
(si leggono più libri. Finalmente). Le lacrime di Dan
Rather, aneddoto davvero storico di tutta questa storia,
trasmettono, insieme al dolore di un americano sconvolto
dal lutto, l'umanizzazione di un superprofessionista
della parola che «non ha più parole», come l'ultimo
dei suoi spettatoriclienti. E i media disorientati,
quando denunciano il «brancolare nel buio» delle somme
istituzioni, non descrivono anche se stessi?
Si è fatto parecchio sarcasmo, anche giustificato, sul
profluvio di opinioni più o meno autorevoli prodotte
dall'impatto sulle Torri Gemelle. Sta di fatto che le
opinioni personali, nel momento di massimo orgasmo e
scompiglio delle «news» globali, contano molto di più
anche nella nostra vita quotidiana. L'esperienza
individuale, perfino la testimonianza sentimentale,
assumono una veridicità quasi consolatoria a fronte del
mulinare incontrollabile di notizie incontrollate. In
ciascuno di noi l'emergenza ha acuito, e non di poco, non
solo il bisogno di capire meglio, ma anche quello di
confrontare sensibilità, e di elaborare meglio l'ansia
che ci pervade. Il nostro sguardo, specie ora che è
acuito dallo spavento, ci pare altrettanto degno, come
strumento di comprensione, dello Sguardo Ufficiale. Anche
così, e forse solo così, si spiega il notevole impatto
di un articolo giornalisticamente pessimo (pieno di
svarioni: «almeno cinquantamila morti nelle Torri, ma
non ce lo dicono»), e però emotivamente generosissimo,
come quello della Fallaci. Non c'è bisogno di spiegare,
invece, perché un Le Carré o un Rushdie (a ciascuno i
suoi, naturalmente) siano finiti tra i pochi ritagli da
serbare, in memoria di questi giorni atroci e fenomenali.
In questo senso, tra media e pubblica opinione esiste, se
non una sintonia, una comune condizione piuttosto
insolita. Il linguaggio assertivo dei titoli (specie dei
telegiornali), che in tante delle nostre case produceva
specialmente fastidio, e incredulità, oggi ci suona come
un tentativo impacciato, e familiare, di rimettere ordine
e mantenere almeno un minimo di lucidità. Le carte che i
conduttori tengono sulla scrivania hanno l'aria di poter
volare via da un momento all'altro, al primo spirare di
nuova tempesta. L'informazione fa più tenerezza che
rabbia: è il volonteroso sforzo di continuare a parlare
perfino quando la logica suggerirebbe di ammutolire.
Riconosciamo nei paludamenti dell'impaginazione, e nel
decoroso sforzo degli speaker, un'autorevolezza
soprattutto simulata, ma molto simile alla nostra fatica
di continuare a metterci giacca e cravatta e uscire di
casa. Rivalutiamo quanto nobile e utile sia l'esposizione
personale di cronisti e inviati di guerra che palesemente
riescono a saperne poco, ma rischiano civilmente la pelle
per dirci esattamente quel poco.
Soprattutto, ci rendiamo conto, per la prima volta con
tanta evidenza, che una rete sontuosa di fonti,
riferimenti, controlli (?) incrociati si è smagliata
insieme a tutto il resto. Credeva di avvolgere il globo,
ne copre a malapena alcune delle piaghe e alcuni dei
templi e dei palazzi di potere. E sarà costretta a
ritessere le sue maglie, con infinita umiltà e pazienza,
di pari passo con una percezione più aggiornata e aperta
delle cose. Ci siamo accorti che autoriferiti, sui
giornali e in tivù, non erano solo le opinioni, ma anche
«i fatti», le notizie, le informazioni.
Il momento di gloria delle opinioni è dipeso, dunque,
dalla loro già scontata precarietà: quando precarie,
invece, ci sono finalmente apparse anche le news, abbiamo
capito che il mondo si sta resettando senza aspettare i
tigì delle otto.
Fonte: La Repubblica
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