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Una vicenda
incredibile
Il
21 ottobre 2008 una corte
d'appello afghana annulla
la sentenza di condanna a morte
per blasfemia contro Sayed Parwez Kambakhsh
- decretata nel gennaio 2008 -
condannandolo però a 20 anni di
reclusione:
All'inizio di febbraio 2009 la
corte Suprema afghana conferma
la sentenza.
Tutto comincia...
Nord dell’Afghanistan, ottobre
2007 - Sayed Parwez
Kambakhsh, 23 anni,
studente all’Università di
Balhk, redattore di 'Jahan e Now' (Il nuovo mondo), un
giornale della città di
Mazar-i-Sharif, viene arrestato
con l’accusa di essere un «ehaant be Islam», il termine
usato dalla «Sharia» (la legge
religiosa) per i blasfemi. Lui,
studente di giornalismo, aveva solo mandato via
e-mail ai compagni un articolo
di un intellettuale iraniano
dove si sosteneva che le donne
dovrebbero avere gli stessi
diritti degli uomini, anche in
materia di matrimonio e in cui
si chiedeva perché la fede
islamica non si modernizza per
dare più diritti alle donne.
Sayed è fratello di Yaqub
Ibrahimi, giornalista afghano
molto noto per le sue inchieste
contro droga e corruzione, che
danno un mucchio di fastidio ai
signori della guerra e mafiosi
locali.
Il 22 gennaio 2008 il tribunale
di primo grado di Mazar-i-Sharif, riunito a porte
chiuse senza la presenza
dell'imputato e di un supporto
legale, emette nei confronti del
giovane giornalista la sentenza
di condanna capitale. Il giorno
dopo la missione Onu in
Afghanistan (Unama) esprime
profonda preoccupazione per la
condanna a morte del
giornalista, accusato di
blasfemia e empietà, chiedendo
un riesame del procedimento.
In
un comunicato l'Unama sottolinea
che i procedimenti giudiziari
legati alla libertà di religione
o espressione ci sono in molti
paesi e richiedono una
particolare attenzione. ''Le
pressioni per le sentenze di
colpevolezza, gli avvertimenti
ai giornalisti, o come in questo
caso, tenere un processo a porte
chiuse senza che l’imputato
abbia avuto un legale, indicano
possibili abusi nei processi'',
dichiara la missione Onu.
''Questo non aiuta la causa
della giustizia'', si legge
ancora nel documento. L'Unama
quindi chiede un riesame
completo del caso e un processo
d'appello. A mobilitarsi
immediatamente per salvare la
vita di Kambaksh si adoperano
l'Associazione dei giornalisti
indipendenti dell'Afghanistan (Aija), Reporters sans
frontières, e l'associazione
italiana Information Safety and
Freedom.
Quest'ultima il 25 gennaio
dichiara in un comunicato stampa
a cui aderiranno molte
associazioni italiane che:
“La condanna a morte di uno
studente di giornalismo di 23
anni da parte di un Tribunale
afgano, per blasfemia
rappresenta una sconfitta
dell’impegno internazionale per
la costruzione della democrazia
e un’oggettiva vittoria dei
principi affermati dai Talebani.
Salvare Kambakhsh dal patibolo
non è solo un dovere morale per
le associazioni dei giornalisti,
quelle umanitarie e per le
istituzioni internazionali, ma
anche un preciso impegno
politico per quei Governi e
quella Comunità Internazionale
che da anni si sono impegnati in
una guerra che ha come obiettivo
la costruzione di una effettiva
democrazia in Afghanistan. Se un
Tribunale del nuovo Stato
afghano condanna a morte uno
studente per un reato di
opinione, vuol dire che si è
molto lontani dal raggiungere
gli obiettivi di quella
missione. Rappresenta un vero e
proprio, tragico, fallimento".
Pochi giorni dopo la condanna,
decine di manifestanti scendono
in piazza a Kabul contro la
sentenza. «Continueremo a
protestare fin quando le nostre
voci non saranno ascoltate»,
dice una donna tra i
manifestanti. «Il procedimento
di questo processo e
l'imputazione a carico di
Kambakhsh sono paragonabili ai
processi e alle inquisizioni del
periodo talebano» riesce a
dichiarare un altro
manifestante, prima che la
polizia intervenga duramente per
sciogliere la protesta.
Il Senato afghano, chiamato a
decidere sul caso, conferma la
sentenza, ma a seguito di una
grande mobilitazione
internazionale - di personalità
politiche, media, organizzazioni
dei diritti umani -, il 3
febbraio 2008, il Senato afghano
ritira la conferma della
condanna a morte del
giornalista. In un comunicato la
Camera alta afghana definisce un
"errore tecnico" la sua
precedente decisione di
approvare la condanna a morte.
Ma ciò non significa che il
giovane giornalista sarà rimesso
in libertà, poiché la Meshrano
Jirga (la Camera degli anziani)
non ha nessun potere
giudiziario, e la sua opinione
ha una valenza solo politica. La
legge prevede infatti due
appelli sulla sentenza e
l'eventuale condanna a morte
dell'imputato, prevista dalla
Costituzione per i reati di
blasfemia, deve essere approvata
dal capo dello Stato, Hamid
Karzai. In un'intervista a Radio
Free Afghanistan, il procuratore
generale della provincia di
Balkh Hafizullah Khaliqyar
difende la sentenza, affermando
che il processo è stato condotto
in modo "molto islamico" e non
c'è stata nessuna violazione dei
diritti umani o della libertà di
stampa. "Non ha fatto un errore
giornalistico, ha insultato la
nostra religione", dice
Khaliqyar, il quale si spinge
oltre nella conferenza stampa
minacciando l'arresto per tutti
i giornalisti afghani che si
volessero levare a difesa di
Kambakhsh.
Il 17 aprile 2008, a Kabul, si
apre il processo di appello nel
quale il giornalista, finalmente
assistito da un avvocato
difensore, ribadisce la sua
innocenza e rivela di aver
subito delle torture volte a
rendere una falsa confessione.
Il capo d’accusa resta lo
stesso: aver sostenuto la parità
delle donne.
Ma il processo viene subito
sospeso.
Il 2 settembre 2008 Me Afzal
Nuristani, avvocato del giovane
giornalista, dichiara: "Il
tribunale di appello ha, per
legge, due mesi di tempo per
giudicare un imputato, ma dal 15
giugno scorso il processo è
sospeso. Si attendono alcuni
testimoni dalla città
di Mazar-i-Charif, ma essi non
arrivano mai. La loro
testimonianza non è importante
poiché non sono testimoni
diretti ma, seppure siano stati
convocati tre volte, non si sono
mai presentati. La sospensione
quindi è da considerare
illegale. Purtroppo questo
problema non riguarda solo
Pervez Kambakhsh, ma è diventata
un'abitudine per la giustizia
afghana e gli accusati innocenti
come il mio assistito passano
troppo tempo inutilmente in
carcere. Nonostante un rapporto
medico abbia confermato che
Sayed Perwiz Kambakhsh sia stato
più volte torturato durante la
detenzione, i giudici non hanno
ordinato la sua scarcerazione
per motivi di salute".
Il
21 ottobre 2008 la corte
d'appello di Kabul annulla la
sentenza di condanna a morte
contro Sayed Parwez Kambakhsh
condannandolo però a 20 anni di
reclusione.
L'8 febbraio 2009 la corte
Suprema conferma la
sentenza. Al momento della
condanna non erano presenti nè
l'imputato, nèil suo avvocato,
nè alcun membro della famiglia.
La quale apprende della sentenza
solo un mese dopo.
E'
con queste accorate parole che
Yaqub Ibrahimi, fratello del
giornalista condannato, e anche
lui giornalista, ci informa
dell'ulteriore condanna:
"Dear All,
Unfotunitly Supreme Court of Afghanistan one month ago confirmed 20 year in
prison of Afghan Journalist
Sayed Parwez Kambakhsh. But didn't informed anybody. They confirmed it
behined closed doors withouth presence of Kambakhsh, his lawyer, members of
Family and so on. No body was in the court and no bady without them their
slef didn't know it. We just found it out to day. There was no difference
betwwen injust 4 minuts Mazar primary trail and supereme court of
Afghanistan. We thought there would be a bit justice in the capital of
Afghanistan and even in the highist level of Judeciary system, but their
silent decision seems that first of all there is no justice in Afghanistan
even any level people thinks and second it semms that they afrid. because
inside the case even their is not any single point to keep Kambakhsh in
prison.
By the way I hope you can understand the level of justice in Afghanistan.
They are just playing by humanity and are not care about anything. Every
thing is completely politicized here, they are kiding human rights,
democracy, freedom of speech and so on to just follow their political aims.
Unfortunitily it is happening and it is reallity.
Now Kambakhsh is a victim!
Regards".
Yaqub
Il caso del giovane giornalista
afghano è emblematico nella sua
capacità di ricordare due
elementi che hanno grande
difficoltà a convivere sia nella
situazione afghana sia, più in
generale, in quella di tutta
l'area mediorientale.
1) L'impasse in cui si trovano i
diritti all'espressione e alla
parità di ogni cittadino.
2) La dimostrazione quotidiana
che, nonostante siano
tutelate da nuovi Costituzioni
(in Afghanistan è stata varata nel
2004) le
donne - e chi le difende -
versano in un clima di paura e
di intimidazione.
Nel
2008 Sayed Parwez Kambakhsh
ha ricevuto i seguenti premi
internazionali:
►
premio Cronista Internazionale -
Viareggio
(8
marzo)
►
premio internazionale di giornalismo "Città di Siena-ISF"
(28 novembre) |