C'ero. Per raccontare
di Fabio Firmani 
(giornalista di Radio Popolare)

26 luglio 2001

C’ero. Insieme ad altre trecentomila belle e colorate persone. E a qualche centinaio di ceffi mascherati (neri?). Grazie a loro (chi sono? Frange violente? Infiltrati? Un mix?) siamo stati assediati. Ci hanno intimidito, ci hanno impaurito, ci hanno impedito di manifestare, ci hanno rastrellato. Come in uno stato di polizia di cilena memoria. E’ accaduto invece in una calda domenica a Genova, Italia, estate 2001, era Berlusconi (Fini?), Bush (Cia?).

Ero, credo (visto che non riuscivo a vedere né la coda né l’inizio), più o meno a metà del lunghissimo corteo, lontano dalla zona delle cariche. Tra le 15 e 30 e le 16 una moltitudine di gente ha iniziato a tornare indietro da Corso Italia, zona Foce (Fiera, p.za Ferraris). Per evitare di finire compressi dalle persone che scappano ci spostiamo in una via laterale, zizzaghiamo nelle piccole vie del quartiere borghese semi deserto. Arriviamo in via Pisa. Poco prima spunta uno spezzone di corteo dei Cobas, qualche centinaio di persone, stanno tentando di arrivare in piazza Ferraris. Procedono in cordoni, con caschi e protezioni. Alle loro spalle spuntano (da dove?) una quindicina di persone, vestite di nero, munite di bastoni e caschi scuri. Spaccano i vetri delle auto, rovesciano i cassonetti in mezzo alla strada e li incendiano, seguono il piccolo spezzone di manifestanti, nessuno li ferma. Qualcuno dei manifestanti li segue e spegne i sedili di una macchina che stanno bruciando, evitando così che sia distrutta dalle fiamme. Dalla case scendono gli abitanti, una persona con la canna per innaffiare il giardino spegne un cassonetto. La gente dispersa del corto principale scappa, non sa dove andare. In corso Italia ci sono rastrellamenti, così come verso Sturla e Quarto, indietro ci sono ancora le cariche nei pressi della fiera. Qualcuno sale verso lo stadio di Marassi, non ci andiamo perché è uno dei luoghi di ritrovo "istituzionali". Facciamo bene. Poco dopo la polizia caricherà e arresterà una parte dei manifestanti, mentre stanno salendo sui pullman. Rimaniamo nelle strette vie pronti a buttarci nei giardini e nei portoni per nasconderci. Per un’ora, intorno alle 18, rimaniamo in un piccolo parco davanti ad una chiesa, sperando che in caso di pericolo il parroco sia un fan del cardinale Dionigi Tettamanzi. Nel frattempo alcuni abitanti ci offrono acqua, ci dicono di non muoverci e che la situazione, forse, si sta sbloccando. Le cronache dei nostri colleghi di Radio Popolare, ed i telefonini che funzionano a singhiozzo, ci permettono di capire quando i rastrellamenti verso Sturla sono terminati. Ci incamminiamo e dopo duecento metri troviamo in via Giordano Bruno venti autoblindo della polizia, e relativi celerini, fermi, erano quelli che ci controllavano dall’inizio del corto, che si potevano scorgere dalle strade laterali a via Cavallotti. Ci guardiamo in faccia, non parliamo, tutti però ci domandiamo perché non hanno bloccato i quindici che devastavano in via Pisa, che non dista più di cinquecento metri. In via Caprera troviamo, finalmente, lo spezzone di corteo della federazione milanese di Rifondazione Comunista, siamo partiti con uno dei treno organizzati da loro. Per telefono ci avvertono che la stazione di Brignole è stata riaperta. Ripartiamo in due-tremila, i militanti del Prc organizzano un cordone per evitare infiltrazioni. Arriviamo in viale delle Brigate Partigiane in diecimila, strada facendo abbiamo aggregato tutte le persone che erano rimaste disperse ed isolate nelle cariche del pomeriggio. Sono le 20, la polizia ci vede arrivare e, provocatoriamente, alcune camionette ferme sulla strada che immette sul viale che sovrasta la fiera vengono messe in moto e iniziano a procedere verso di noi. Gli agenti si mettono il casco, qualcuno percuote il manganello sugli scudi. Non abbiamo vie di uscita, le strade laterali sono sbarrate dai container. Urliamo di tacere alla gente che impreca ed insulta i celerini, gli spieghiamo di non cadere nella provocazione. Gli autoblindo, per fortuna, si fermano. Arriviamo alla stazione di Brignole. Per mezz’ora ci tengono fuori, non ci fanno entrare, la tensione è alta, in caso di retata non avremmo via di scampo. Finalmente riusciamo ad entrare ed a salire su un treno, per almeno un’ora e mezzo non ci danno il permesso di partire. Il giorno dopo sapremo che c’è stata una trattativa tra i parlamentari di Rifondazione ed il questore. Siamo stanchi e ci addormentiamo con la radiolina accesa. E’ mezzanotte e mezza, arriviamo alla stazione Garibaldi di Milano, ad attenderci ci sono gli applausi delle persone che non potute venire a Genova. Sul treno si era sparsa la voce che avremmo trovato la polizia ad attenderci. Sono gli ultimi minuti di paura. Di terrore. A Genova da poco è iniziato il massacro del Media Center del Genoa Social Forum.

Fonte: Vaslombardia