Dopo Genova
La sospensione dei diritti
di Daniela Binello

Chi è votato alla morte può essere ucciso.
Chi ama troppo la vita può essere catturato.
Chi é incline a infuriarsi ed è irriflessivo nelle reazioni può essere provocato.
Chi ha l’ossessione di essere scrupoloso ed esente da errori può essere umiliato.
Chi ama troppo la gente può essere turbato
(cinque atteggiamenti pericolosi per un generale
secondo Sun Tzu, V-IV secolo a.C., nell’Arte della guerra)

10 agosto 2001

Se il contemporaneo di Platone, il pensatore cinese Sun Tzu ha ragione, il nostro governo di centrodestra è caduto in tutti e cinque questi errori tattici e contrastando con metodi agghiaccianti, per la storia democratica del nostro paese negli ultimi cinquant’anni, il conflitto sociale dei pacifisti giunti in due-trecentomila a Genova nelle giornate del 20 e 21 luglio per opporsi al G8 riunitosi in un vertice non è riuscito né a formulare contenuti credibili, né a far isolare le poche migliaia di provocatori e sbandati che hanno assediato unicamente la porzione di città dei pacifisti e lasciato tranquilla quella dei grandi, contro cui secondo le loro farneticanti affermazioni avrebbero dovuto dirigere gli attacchi. E infine non è riuscito nemmeno a soffocare un movimento di protesta che, nonostante l’angoscia, non ha alcuna intenzione di sciogliersi.
Ci si chiede allora il perché di tutto questo e come mai le forze dell’ordine non abbiano nemmeno tentato di proteggere cittadini indifesi (compresi tanti fotogiornalisti cacciati via, manganellati, umiliati), non armati nemmeno di un bastone, colpevoli soltanto di stare dalla parte dei poveri e degli emarginati.
Premettendo in primo luogo che nessuna violenza é mai accettabile, nemmeno la messa a fuoco di un cassonetto, il diritto di manifestare nelle piazze non solo di Genova, ma anche di Pechino, è insindacabile. Sono molti a essere davvero preoccupati per la prova generale di strangolamento del dissenso sociale che potrebbe annunciare come s’intenda oggi, in Italia, rispondere a qualsiasi protesta pacifista.
Chi si oppone in modo civile contro questa globalizzazione basata sul profitto e sull’esclusione sociale non odia né i carabinieri né la polizia, anzi, li difende e sostiene le istituzioni, ma allo stesso tempo vorrebbe essere rispettato e tutelato da essi che, fino a prova contraria, dovrebbero essere in sintonia con i diritti costituzionali, le norme e i trattati internazionali.
Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa social forum che ha dimostrato in ogni dichiarazione pubblica una tenuta democratica e coerente con i principi palesati dal movimento, ha commentato: "Quanto è accaduto nelle drammatiche giornate di Genova è destinato a incidere fortemente nel futuro politico e sociale italiano. La morte di un ragazzo e centinaia di ricoverati gravi sono ferite che lasciano il segno di una profonda sofferenza e rendono necessario riflettere. Il movimento è riuscito a imporsi come soggetto politico autonomo; è stato capace di porre al centro del dibattito politico, dell’agenda parlamentare e dell’opinione pubblica i propri contenuti. Temi quali la cancellazione del debito, la Tobin tax, il Protocollo di Kyoto, la lotta contro il monopolio delle multinazionali e contro la durata ventennale del brevetto sui farmaci, l’impegno per l’accesso all’acqua potabile e all’istruzione per le moltitudini del sud del mondo, la riconversione delle fabbriche d’armi, non sono più patrimonio solo di uno stretto numero di attivisti delle Ong. Il Genoa social forum è riuscito a costruire una rappresentanza politica unitaria e un movimento composito fra forze che fra loro, nella prassi quotidiana, non hanno sempre rapporti di collaborazione. Nella scelta pacifica e nella disobbedienza civile, invece, il movimento è compatto e la sua storia non é di certo terminata a Genova".

La sospensione dei diritti

A Genova non é venuto a cadere solo l’accordo di Schengen, ma è vacillato tutto. Fatta eccezione per la città proibita, asserragliata nella zona rossa, tutto il resto é divenuto una grande riserva di caccia a disposizione di chiunque volesse scaricare la sua rabbia contro persone inermi, di cui la maggioranza non aveva più di 25 anni. Immaginiamoci l’angoscia di tanti genitori rimasti a casa, convinti delle ragioni dei loro figli (che sono anche le loro), educati secondo principi democratici, sapendoli nelle mani di soggetti senza scrupoli, mercenari, provocatori, nazisti, sabotatori, spietati di tutti i generi più oscuri, cosiddetti "umani".
E’ innegabile che la globalizzazione abbia prodotto un degrado e un’esclusione sociale che ha favorito lo svilupparsi di frange e gruppi di persone che s’ispirano a teorie dove la violenza è un esercizio di potere. Non c’è alcun dubbio che dovremo prepararci ad analizzare e fronteggiare questo fenomeno sociale che non si deve sottovalutare, ma che è di competenza soprattutto di istituzioni, magistrati, costituzionalisti, sociologi, antropologi, criminologi, psicologi, educatori, insegnanti e non di certo sotto la responsabilità del Genoa social forum. E come potrebbe? Il Genoa social forum è una sigla alla quale hanno aderito un migliaio di associazioni internazionali della società civile, Ong, strutture sindacali, movimenti cattolici, comunità straniere, centri sociali, comuni cittadini. I portavoce e gli organizzatori sono volontari, persone come noi, che trovano il tempo, nella loro vita lavorativa o di studenti, di alzare lo sguardo sul mondo e, siccome non gli piace come stanno andando le cose, hanno deciso di costruire un movimento di protesta che si sta allargando a macchia d’olio dappertutto, ma c’è qualcuno che, evidentemente, lo teme e vuole zittirlo, accusandolo anche di connivenze con i violenti.
Ma pensiamo al teppismo negli stadi, che perdura da decenni, nelle sue forme più impressionanti: è forse compito o possibilità oggettiva dei tifosi isolarlo e farlo cessare? L’unica responsabilità, grande, imprescindibile di chi se la sente di manifestare civilmente, nonostante la tensione e la paura (anche fisica) d’incappare nella trappole tese lungo la strada, è quella di non reagire alle provocazioni e tentare in tutti i modi di far emergere, anche a posteriori, verità e giustizia. E’ un’operazione che sarà resa possibile dalla mole di "girato" dai media indipendenti, e non solo (uno dei fenomeni emerso da questa tragica esperienza è proprio il nuovo corso di molta stampa, spesso a torto vituperata), che fornirà documentazione e preziose testimonianze.

Per non dimenticare

Un sole rovente ha irradiato il 21 luglio una città angosciata dal lutto per l’assassinio di Carlo Giuliani, il ventitreenne a cui ha sparato il giorno prima un carabiniere ancora più piccolo di lui, rovinandosi per sempre la vita e la carriera. Carlo era figlio di Giuliano, ex segretario generale della Funzione Pubblica della Cgil ligure, attuale presidente di alcune cooperative che si occupano del reinserimento di giovani che hanno avuto un impatto con la realtà un pò più difficile di quello della maggior parte dei loro coetanei. Nel corteo promosso dal Genoa social forum vengono distribuite fascette nere da mettere al braccio in segno di lutto. La notizia dell’uccisione di Carlo ha fatto il giro del mondo gettando per sempre una maledizione su questo G8 firmato sotto la regìa improvvida del nostro nuovo governo. Ma quando i manifestanti si radunano, all’interno di un corteo che arriverà a ingrossarsi fino a trecentomila persone, ancora non sanno che anche il sabato finirà di nuovo tragicamente. Le "Tute nere" (le cui divise sembrano quelle dei guerrieri Ninja) o Black Block, termine con cui si identificano, generalizzando, un insieme di persone non catalogabili e che forse, in parte, appartengono a gruppi marginali, tasselli di un mosaico di follia prodotti da questa globalizzazione senza pietà per chi "non ce l’ha fa", e in parte, più scontatamente, professionisti della provocazione, riescono a spaccare in due il corteo dei pacifisti ingaggiando una guerriglia con le forze dell’ordine che reagiscono caricando chiunque capiti sotto tiro. Un camper targato Venezia apre il segmento di corteo della Fiom Cgil (metalmeccanici). Lo guida Giuseppe Turudda che, dopo un attimo d’incertezza, cambia corsia e scortato dai dirigenti sindacali, devia in un viale, facendo da apripista al resto dei manifestanti, appena in tempo per scampare a lacrimogeni, spranghe e manganelli di cui sono forniti sia gli agenti sia i provocatori. Un gruppo di lombardi si stacca e decide di tornare sui suoi passi, per scoprire poco dopo che anche alla coda del corteo altri scontri stanno impedendo alla manifestazione di giungere a Marassi (zona stadio) dove sono state svuotate le carceri per alloggiare corpi di agenti a difesa dei "grandi". Il corteo dimezzato riuscirà a raggiungere piazza Galileo Ferraris, mentre altre cariche si susseguono nelle traverse di corso Sardegna. Dopo le otto di sera la situazione torna praticabile. I manifestanti rientrano, ma la tregua dura poco. A mezzanotte carabinieri e polizia danno l’assalto ai giovani alloggiati nella scuola Diaz-Pertini. Li picchiano a sangue per un’ora e mezza sotto gli occhi dell’apparato del Gsf presente alla Diaz-Pascoli (l’altra scuola prestata come sede operativa e press center) a cui viene impedito d’intervenire. Accorrono, però, sindacalisti, giornalisti, parlamentari (che avrebbero il diritto d’entrare dappertutto). Ma sono costretti a rimanere in strada. Il pestaggio si è consumato in quella che é stata chiamata "la notte cilena di Genova". Dopo la retata, la scuola viene lasciata a porte spalancate per invitare a entrare la stampa di tutto il mondo, allibita che una cosa simile succeda in Italia. Ci sono pozze e strisciate di sangue fresco sui muri lasciate dai ragazzi pestati contro i radiatori. Camminando sulle macerie di ciò che rimane nelle aule, vengono ritrovati un paio di denti umani. La retata produce sessantasei feriti, alcuni in gravi condizioni, e cinquanta arresti.
Il blitz nel cuore della notte potrebbe essere considerato come un’anticipazione di quella che sarà la repressione all’americana di qualsiasi conflitto sociale. L’atteggiamento intimidatorio della polizia si è spinto oltre la provocazione. Da una parte c’era la "funzione civetta" dei Black, che hanno agito per coinvolgere il corteo dei manifestanti, e dall’altro lato la polizia che aveva l’obiettivo di strangolare il movimento davanti agli occhi di tutto il mondo.
Intanto, alle diciotto del 22 luglio, poco dopo la conferenza stampa finale del Gsf, il sindacato autonomo di Polizia Sap diffondeva il suo comunicato, firmato dal segretario Franco Maccari: "Chiediamo alla magistratura di valutare fra tutte le responsabilità anche quelle dei portavoce del Gsf, protagonisti di una vigilia intrisa d’ambiguità e incitamenti all’odio e alla violenza, utile premessa alla devastazione a cui si è poi assistito".

Fonte: Mondo sociale