All'improvviso, Genova
di Marina Cosi

29 luglio 2001

All'improvviso, Genova. E l'imporsi dei fatti e del dovere d'informare spazza via le beghe di categoria o almeno ne dimostra tutta la strumentalità, facendo vedere, anche a chi se l'era scordato, il senso vero di questo nostro mestiere. Come un richiamo della foresta per ogni giornalista. Chi ha fatto cronaca, chi ha raccolto testimonianze, chi ha investigato, chi ha selezionato fra l'enorme messe di materiale rovesciata in rete e nelle redazioni dalle telecamerine amatoriali, chi infine senza lavorarci direttamente ha però condiviso il principio deontologico di cercare la verità dei fatti senza pregiudizi e senza timori. Praticamente tutti i professionisti dell'informazione si sono riconosciuti nell'anonimo collega che alla conferenza stampa di domenica mattina, 22 luglio, in questura, urlava: "Siamo al di là delle parti, noi, e abbiamo il diritto, il di-rit-to!, di ottenere delle risposte".
Anche per chi, giornalista, ha la delega pro tempore di rappresentare i diritti del lavoro dei colleghi, il senso del proprio impegno sindacale è apparso immediatamente chiaro. Tutelare l'agibilità e l'incolumità dei colleghi al lavoro in piazza, per cominciare (di fronte ai dinieghi degli accrediti, ai discrimini verso le testate e al sospetto verso i freelance), quindi intervenire per ottenerne scarcerazione e referti medici, infine raccogliere tutta la documentazione sulle violazioni alla libertà di stampa e organizzare la denuncia. Il sindacato territoriale e quello nazionale (l'Associazione stampa ligure, assieme all'Ordine ligure, e la Fnsi) si sono mobilitati, ma ancora prima che partisse l'appello ai colleghi a fornire indicazioni, una gran mole di documentazioni scritte e per immagini è cominciata ad arrivare.
Due cose però sono apparse subito chiarissime, due cose con cui bisognerà fare i conti se si è seri.
Una, il determinante e coraggioso contributo di cronaca fornito dai freelance e dalla moltitudine di giovani colleghi (in maggioranza precari) di radio, televisioni minori, testate web, pubblicazioni del volontariato sociale. Loro sono la prova provata di come il mestiere sia vivo pur nel ricambio generazionale e le sue regole deontologiche fortemente condivise e di come, quindi, a noi sindacato tocchi solo di portare a tutti i costi, sotto il tetto del riconoscimento ordinistico e contrattuale, queste migliaia di giornalisti di fatto. (Parentesi: ciò, nel sindacato, alla maggioranza di noi era già chiaro, sin dalle priorità nella strategia contrattuale: non lo è stato nè sembra ancora esserlo per chi più o meno strumentalmente ha preferito inseguire vecchi tromboni o nuovi equilibristi trasversali in nome di polemicuzze precongressuali. Chiusa parentesi).
La seconda cosa è il recuperato rapporto con la società. L'orgoglio di mestiere che ha condotto istintivamente i giornalisti a "fare la cosa giusta" - a cercare, rischiare, indagare per informare - è stata un'iniezione di fiducia ed autorevolezza, non intaccata nella sostanza dalle fisiologiche polemiche e critiche sia interne sia dei lettori/utenti. Eppoi per la prima volta in maniera massiccia è stata sperimentata, per lo meno in Italia, la capienza, la tempestività e la capillarità delle Reti. Con la dimostrazione che le opportunità e le quantità di materiali prodotti dalla diffusione tecnologica di massa (telefoni e computer portatili, apparecchi digitali tele-fotografici, internet, il tutto usato da cittadini e associazioni durante e dopo Genova) non si sostituiscono all'informazione fornita dagli operatori professionisti, ossia da noi, come certuni sostengono, ma le si aggiungono, fungendo da enorme archivio della memoria e da tessuto comunicativo, insomma da super-ipertesto d'un lavoro giornalistico compiuto nel rispetto delle regole qualitative e deontologiche.
Regole che alla fin fine hanno presieduto anche alla stesura del pezzo che state leggendo, se avete la compiacenza di leggermi, del che vi ringrazio. Nel senso che intendevo raccontare alcuni risultati sindacali, in questo articolo
, ma la gerarchia degli eventi, com'è giusto, è stata decisa dalla cronaca e Genova è balzata in apertura. Connessa con un altro evento, la morte di Indro Montanelli, il Grande Cronista, che molti di noi hanno sentito, oltre che come un lutto doloroso, anche come una simbolica concomitanza. E' significativo che tutto si sia tenuto anche sul piano degli eventi. Mi spiego (e così intanto rendo conto di che uso faccio del mandato che mi avete conferito delegandomi alla vicesegreteria federale): dopo un paio di settimane di vertenze, peraltro fortunatamente riuscite - come la conclusione del piano tecnologico in Rcs e le corrette reimpostazioni dei piani di Famiglia Cristiana e di Quadratum, l'accordo col liquidatore del quotidiano on line E-Day, la ratificazione dei contratti trasformati in Mediaset da tempo determinato a tempo indeterminato -, nonchè dopo un certo numero di riunioni, direttivi e giunte, più lo sbroglio-matasse (definizione casalinga in cui metto sia la gestione tecnica dei problemi diciamo nazionali, dal diritto d'autore agli uffici stampa, sia la consulenza operativa su questioni statutarie, contrattuali o d'accordi a cdr e singoli colleghi), insomma dopo di ciò, era in programma una settimana di fine luglio imperniata su tre eventi. Prima la consegna del "Libro bianco sul lavoro nero", messo assieme dalla Fnsi, alla categoria e alle presidenze di Camera e Senato, poi la presentazione del libro di Orlando "Fucilate Montanelli!", infine l'incontro col nuovo presidente Fieg. L'avvicinarsi del G-8 ci aveva già dato del filo da torcere, per il rifiuto di alcuni pass e la vicenda delle pettorine Fnsi clonate, ma una serie di iniziative e di dichiarazioni del segretario nazionale, Paolo Serventi Longhi, e del presidente della Ligure, Marcello Zinola, nonchè della magistratura genovese (che ha dato d'autorità a un collega il pass negato) facevano ritenere la situazione sotto controllo.
Poi è successo quel che è successo e l'ordinata processione degli eventi previsti è saltata. Venerdì son cominciate a piovere telefonate di denuncia dai colleghi impegnati a seguire le manifestazioni, in un crescendo affannoso sabato e poi domenica, per cercare i giornalisti non solo italiani feriti, arrestati, "scomparsi". L'alba della nuova settimana, che sarebbe dovuta essere l'ultima prima della breve interruzione festiva federale, s'è aperta con le polemiche internazionali sul crescendo di violenze a Genova, con la camera ardente di Montanelli a Milano, con l'esigenza di allestire con basi a Roma (Fnsi) e Bruxelles (Ifj) una raccolta di testimonianze e documenti visivi sulle lesioni alla libertà di stampa. E' il bello della diretta, anche nel lavoro sindacale.
Mentre una delegazione di Giunta Fnsi rendeva omaggio alla salma di Indro, come segreteria federale lunedì siamo andati dal presidente della Camera per denunciare il lavoro nero nel giornalismo e consegnare la documentazione raccolta nel "libro bianco", com'era preordinato, ma ovviamente siamo intervenuti con Pierferdinando Casini anche sui fatti di Genova. L'indomani si sono tenute nelle città dimostrazioni pacifiche contro le violenze, ed il segretario ed io abbiamo partecipato al corteo di Roma, peraltro assieme a molti colleghi italiani e stranieri che erano lì sia per lavoro sia per testimoniare l'intangibilità del diritto costituzionale ad esprimere anche collettivamente le proprie opinioni. A qualcuno la nostra iniziativa non è piaciuta, ma anche questo è un diritto rispettabile. Arriviamo così a mercoledì 25 luglio, giornata densissima perchè prima della presentazione del libro bianco ed in qualche modo intrecciando gli argomenti, si trasforma volutamente l'affollatissima assemblea in un dibattito su Genova e i diritti dell'informazione. Parlano i colleghi che per tre giorni e per tre notti hanno seguito gli eventi, che hanno filmato chilometri di pellicola, scritto decine di pezzi, ma anche preso manganellate, che hanno avuto le macchine rotte ed i rullini sequestrati, che molto spesso si sono posti coraggiosamente come "forze d'interposizione" fra manifestanti e polizia e fra manifestanti pacifici e frange violente, che hanno collaborato con la magistratura, che vogliono che la verità o almeno quanta più verità possibile sia ristabilita. In aula ci sono anche diversi parlamentari e lo stesso ministro della comunicazione Gasparri, intervenuto per discutere di precariato, ma che non si sottrae alla discussione su Genova. Nel pomeriggio la presentazione del libro su Montanelli è un'importante occasione per riflettere, anche questa volta a sala piena, sia pure d'un pubblico differente, sul senso della nostra professione, sul dovere di essere prima di tutto e in maniera prevalente cronisti. Genova entra di prepotenza anche in questa discussione, soprattutto per ricordare che i giudizi, scrivendo, lo diceva Indro, debbono venire dopo che sulla carta sono stati scritti fatti e poi fatti e poi ancora fatti.