Giornalista e testimone di Genova delle violenze e dei diritti offesi
di Ettore Colombo
(redattore del sito di politica
www.polix.it)

24 agosto 2001

Vorrei raccontare qualcosa di quello che mi è successo a Genova. Non è di una gravità inaudita, ma mi sembra comunque significativo, in merito al  nesso diritto ad informare – diritti costituzionali. Credo – a questo  proposito – che il lavoro di raccolta e di denuncia delle testimonianze e delle violenze subite in quei tre giorni, vada ampliato e intensificato, ma anche che vada raccolto e vagliato da strutture e osservatori credibili e imparziali che diano a queste voci credito e verifica. Ecco perché ritengo molto importante, almeno per quanto riguarda il settore dell’informazione, il lavoro che la Fnsi, Informazione senza frontiere e altri gruppi di giornalisti auto organizzati e liberi, come quello che si sta costituendo in questo periodo tra Roma e Milano, il gruppo di lavoro degli "Inviati di pace" (inviatidipace@hotmail.com, tel. +39 339/3868349). Gruppo che si era già attivato nel corso del conflitto nei Balcani (1999) e che oggi vuole ritornare in attività per svolgere da un lato opera di raccolta e di denuncia dei limiti e delle violazioni al diritto d’informare come delle violenze e dei soprusi subiti dagli stessi giornalisti, fotografi, reporter e cineoperatori, dall’altro, invece, un’azione di proposta e di vera e propria "interposizione di pace" che garantisca da una parte il diritto ad informare dei giornalisti e ad essere informati dei cittadini e dall’altra che si ponga l’obiettivo d’impedire che altre violazioni e lesioni di diritti e di persone possano ripetersi. Nella più completa indipendenza e autonomia da ogni forza politica, sociale e culturale, ma anche nel più pieno e fermo rispetto dei principi di diritto e costituzionali che vigono nel nostro Paese.
Ecco comunque la mia personale – e non estensibile al gruppo – testimonianza riguardo ai "fatti di Genova".

1) Alla partenza del treno di Rifondazione per Genova, dalla stazione Porta Garibaldi di Milano, sono stato perquisito sia negli indumenti che nel bagaglio, effetti personali compresi, da ben tre agenti di polizia in divisa, cortesi ma fermissimi nell’effettuare una minuziosa perquisizione, nonostante io abbia subito esibito la tessera professionale dell’Ordine dei giornalisti. A nulla sono valse le mie rimostranze, non fosse altro perché ero arrivato in stazione in ritardo e temevo di perdere il treno, l’unico e ultimo treno speciale che partiva quel giorno, giovedì 19 luglio, per Genova. Naturalmente, usavo quel mezzo di trasporto per ragioni di lavoro – e cioè seguire per il sito di politica www.polix.it sia il viaggio dei manifestanti antiglobal che le loro manifestazioni. In particolare, ho trovato decisamente sgradevole la perquisizione meticolosa e lentissima effettuata nei confronti dei miei pacchetti di medicinali, analizzati uno per uno e controllati davanti a tutti. Ho trovato quest’atto in particolare lesivo della mia dignità di cittadino, prima ancora che di giornalista, visto che non capisco per quale mal digerita ragione di ordine pubblico i farmaci che prendo debbano essere visionati e giudicati da autorità di polizia. Ho protestato vivacemente quanto inutilmente. Alle persone che mi accompagnavano è stato riservato uguale trattamento.

2) Nel pomeriggio di venerdì 20, prima che si sapesse della morte di Carlo Giuliani e mentre infuriavano le cariche della Polizia e dei Carabinieri contro il corteo delle tute bianche nei pressi della stazione Brignole, per ben due volte mi sono trovato di fronte a gruppi di poliziotti, sia in divisa che in borghese, che si accanivano contro dei giovani manifestanti, nel primo caso nell’androne di un portone e nel secondo in mezzo alla strada. In entrambi i casi, mi sono avvicinato agli agenti per chiedere loro di porre fine alla micidiale e fitta selva di manganellate, calci, pugni, sputi e insulti che stavano effettuando, a gruppi di quattro/cinque agenti, sempre guidati da un funzionario, nei confronti di singole persone, oramai per terra, sanguinanti e impossibilitati anche se lo avessero voluto a reagire o colpire. Inutilmente, anche in questo caso, ho esibito il ben visibile pass giallo con il quale i giornalisti erano stati accreditati per seguire i lavori del G8 e quella verde del Genoa Social Forum, pettorina ben più informale ma che mostrava chiaro a tutti il mio ruolo di giornalista.  
In entrambi i casi, non un agente semplice, ma due diversi funzionari di Polizia – uno credo un ufficiale, un altro più probabilmente della Digos – mi intimavano di allontanarmi brandendo il manganello nei miei confronti, all’altezza della testa, e gridando a squarciagola "Vattene da qua, giornalista rompicoglioni bastardo, sennò spacchiamo la testa anche a te!"
Evito di riportare altri epiteti e affermazioni poco riguardose nei miei confronti per decenza, ma comunque un dato è certo: le minacce che ho ricevute sono state sia fisiche che verbali e, se non mi fossi rapidamente allontanato, in entrambi i casi, sarei stato picchiato anch’io.

3) Sia nei pressi del cadavere di Carlo Giuliani, appena morto, sia nei momenti più duri dello scontro tra forze dell’ordine e black bloc come tra forze dell’ordine e tute bianche o simili, e sia nella giornata di venerdì 20 che in quella di sabato 21, lungo tutto il percorso del corteo indetto dal Genoa Social Forum, e in diverse occasioni sono stato allontanato a viva forza da poliziotti e agenti, sia in divisa che in borghese, quando lo scontro e il corpo a corpo si faceva più duro e violento, ma solo in alcuni casi con il pretesto di proteggere la mia incolumità, più spesso venendo invece apostrofato con parolacce e insulti, strattonato e ricacciato indietro, dove non mi fosse stato possibile assistere agli scontri più violenti, ricevendo la netta sensazione che l’ordine impartito fosse di farci vedere il meno possibile. A noi giornalisti, intendo, visto che la mia sorte è stata condivisa da molti altri colleghi, mentre in diversi mi risultano essere i giornalisti picchiati, minacciati e aggrediti sia fisicamente che verbalmente, anche se solo pochissimi di loro lo hanno denunciato. Per quanto riguarda il cosiddetto movimento degli "anti G8" e in particolare gli aderenti sia al Gsf che al Network dei diritti globali, ho riscontrato molta disorganizzazione, nervosismo, impreparazione a gestire il flusso dei tanti organi di stampa che richiedevano l’accredito (fino ad arrivare al colmo che chiunque richiedeva un accredito lo otteneva, senza dover esibire nessun documento, a differenza del pass per la zona rossa, un pass da veri miracolati) e tante altre pecche organizzative e logistiche, ma nessuna preconcetta ostilità o violenza. Diverso il discorso nei confronti di alcune delle frange più estreme dei vari movimenti presenti in quei giorni a Genova e poi etichettati genericamente e impropriamente come e solo dei "black bloc". Nei confronti di questi ultimi, sia il giorno 20 che il giorno 21, ho nutrito un misto di curiosità e paura: curiosità giornalistica e paura per la mia incolumità, a causa delle occhiatacce torve e minacciose che spesso ricevevo, anche se prive di insulti e persino di parole, ma cariche di un silenzio cupo, violento e per questo ancora più temibile. In ogni caso, rispetto a loro registro altri due piccoli fatti: il loro odio e furia devastatrice, nei confronti di chi esibiva documenti e segni di riconoscimento facilmente attribuibili alla stampa cosiddetta "ufficiale", si rivolgeva in particolare nei confronti dei cameraman e degli operatori televisivi muniti di telecamera a spalla o dei fotografi, a molti dei quali ho visto spaccare bastoni in testa e sulle spalle o che hanno ritrovato i loro mezzi rotti o danneggiati. Inoltre, come hanno già notato in molti, forte e netta è stata la sensazione che le forze dell’ordine, presenti a breve distanza dai luoghi dove avvenivano queste minacce e assalti, avessero la precisa consegna di non intervenire, almeno non subito, e di lasciarli distruggere tutto quello che capitava loro a tiro, anche a costo di mettere a repentaglio cose e persone. Compresi i giornalisti, certo, ma prima di tutto – e più esposti ai rischi – i pacifici cittadini. Che hanno avuto un torto, in quei giorni a Genova. Voler scendere in piazza a manifestare.