Dopo quello che è avvenuto a Genova, operatori televisivi e fotoreporter avranno ancora la possibilità di svolgere i loro compiti professionali?
di Carlo Cerchioli
(fotoreporter freelance, membro del direttivo Associazione Lombarda dei Giornalisti)
 

13.09.2001    

Dopo quello che è avvenuto Genova, operatori televisivi e fotoreporter avranno ancora la possibilità di svolgere i loro compiti professionali? 
La domanda, alcuni colleghi ed io, ce la siamo posta quando sono comparse le ordinanze dei sostituti procuratori di Genova Lalla e Pellegrino che chiedevano alle agenzie di stampa e fotografiche "copie integrali" delle fotografie e dei filmati relativi prima (Lalla), soltanto alla perquisizione delle forze dell’ordine alla scuola Diaz nella notte fra il 21 e 22 luglio e poi (Pellegrino), ai “fatti di violenza devastazione e saccheggio" ad opera dei manifestanti avvenuti nei giorni 20/21/22.
La preoccupazione di essere trasformati in bersagli mobili sia per le forze dell'ordine che per i manifestanti alle prossime manifestazioni di piazza o al primo fatto di cronaca dove fossero presenti o polizia, o carabinieri, o guardie di finanza, o polizia penitenziaria, è concreta in  molti di noi. C'é chi è fortemente preoccupato e chi prende la vicenda con maggior "filosofia". A Genova alcuni colleghi pur avendo ricevuto qualche manganellata o qualche minaccia hanno minimizzato dicendo che in fondo è nella logica degli avvenimenti, nel conto del nostro lavoro. Del resto la maggioranza delle fotografie che riprendono le forze dell'ordine in comportamenti "censurabili" sono state scattate con qualche cautela. La sequenza fotografica della morte di Giuliani è stata fatta dai gradini di una chiesa, in posizione defilata. Chi invece ha fatto i primi scatti al cadavere di Carlo Giuliani in strada, Eligio Paoni, è stato pesantemente malmenato, macchine distrutte e rullini spariti (non si può proprio parlare di sequestro). 
Non va mancato di notare come a Genova, i fotoreporter della Reuter il giorno 21, dopo gli spari e il morto, sono arrivati in piazza “underline” come da contratto, con giubbotto antiproiettile in aggiunta a casco e maschera antigas. Per fortuna nessuno di loro è stato fermato perché altrimenti avrebbero avuto un bel da fare a spiegare alla forza dell'ordine di turno il giubbotto antiproiettile sotto la maglietta oversize. Ma questo abbigliamento non può diventare certo la norma del nostro lavoro quotidiano.
Le stesse preoccupazioni sul "bersaglio" e sul fatto che operatori, fotoreporter, giornalisti, vengano trasformati loro malgrado in fornitori della magistratura di indizi o prove di comportamenti illeciti sono emerse, all’indomani dei fatti genovesi, in numerose e autorevoli dichiarazioni: da Aidan White, presidente dell’Internationa Federation of Journalists, a Dennis Redmond, responsabile dell'ufficio romano dell'AP, che dice fornirà le fotografie senza il nome del fotoreporter, come aveva già fatto per foto di mafia, fino a Del Boca, presidente della Fnsi, che sostiene come giornalista, di lavorare per il suo giornale e non per la polizia (in Philip Willan, Media resist demand for Genos photos, Guardian aug.2, 2001). 

Dello stesso tono la lettera inviata al “Prime Minister Silvio Berlusconi” dalla associazione statunitense Committee to Protect Journalist (CPJ) che oltre a condannare con forza violenze e attacchi a giornalisti e fotoreporter e a chiedere una commissione d'inchiesta indipendente, afferma nel secondo paragrafo: "Siamo molto preoccupati dal fatto che le disposizioni provenienti da organi ufficiali italiani che ingiungono alle agenzie di stampa di consegnare immagini e filmati delle violenze possano mettere ulteriormente in pericolo la sicurezza dei giornalisti e l'integrità della professione (corsivo mio), costringendoli ad agire come informatori della polizia." 

Infine l’associazione culturale Fotografia & Informazione rilancia nel proprio sito (
www.fotoinfo.net) queste prese di posizione per sviluppare il dibattito fra i colleghi dell’informazione visiva.
"Con lo Stato non si collabora" recita il titolo di un capitoletto del libro di Rodolfo Brancoli, Il ritorno del guardiano (Garzanti, Milano 1994). Si parla, tra molto altro, delle reazioni dei media americani alla richiesta della magistratura di acquisire tutti i materiali filmati e fotografici, andati in onda e non, pubblicati e non, durante la rivolta del maggio 1994 a Los Angeles. Tutti si opposero. Il “Los Angels Times” nel suo editoriale del 13 maggio 1992 scrisse: "siamo di fronte ad un altro tentativo di cancellare la distinzione tra il lavoro di chi deve riferire le notizie e quello degli inquirenti, la distinzione tra un braccio dello Stato e una libera stampa. (...) Una stampa che non può allo stesso tempo giudicare lo Stato ed esserne complice" (Brancoli pag. 125). 
Dopo questi fatti ed altre vicende giudiziarie relative all'esibizione di appunti o documentazione in possesso di giornalisti la Corte Suprema non ha voluto intervenire direttamente ma ha lasciato libero il Congresso e le assemblee statali di emanare direttive. 28 stati hanno promulgato leggi scudo per i soli giornalisti "sollevandoli dall'obbligo di rivelare fonti confidenziali e anche, in alcuni stati, da quello di consegnare appunti e fotografie" (Brancoli p.128).
In Italia, il complesso della Costituzione delle leggi e regolamenti è ben diverso da quello degli USA così come diverso è il ruolo della stampa; ma le similitudini rispetto alle vicende genovesi sono palesi.

In nome della salvaguardia dell'etica professionale, dell'etica dei rapporti tra stampa e istituzioni occorre una presa di distanza da queste forzose collaborazioni con la magistratura. Non possono bastare i comunicati stampa ma è necessario avviare un dibattito che coinvolga, oltre l'Ordine Nazionale dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa, anche i direttori di testata e gli editori.
È necessario aprire un nuovo capitolo sulle regole professionali che comprenda anche il comportamento di fronte a queste richieste.

Alcuni comunicati diffusi dalla questura di Genova, a cui hanno fatto seguito azioni giudiziarie per "diffusione di notizie false e tendenziose" – era dagli anni settanta che non se ne sentiva parlare –, possono screditare o peggio delegittimare il ruolo dell’informazione. Una parte del pubblico, che magari non segue quotidianamente le cronache, può essere indotto a pensare che i giornalisti siano utili sì, per fornire materiali alla polizia e magistratura “ai fini della ricostruzione degli eventi” ma che questi stessi giornalisti siano però incapaci, o quantomeno tendenziosi, nel diffondere le informazioni.

La situazione non è da prendere alla leggera, ne va della nostra credibilità di professionisti e anche della nostra incolumità.