Ad un certo momento si è sentita una musica di pianoforte
di Maso Notarianni
 

12.09.2001  

Genova - Ad un certo momento, nel corridoio, si è sentita una musica di pianoforte. Ma era stonata, come stonato era tutto, domenica mattina, in quella maledetta scuola. Il vecchio pianoforte, usato per fare cantare i bambini delle elementari, era stato distrutto dalla violenza esplosa la notte precedente. Quella stessa violenza che aveva mandato in ospedale più di cinquanta ragazzi presi a bastonate mentre erano ancora a dormire nei loro sacchi a pelo. Quella stessa violenza che aveva spaccato la testa di qualcuno contro un calorifero e che con quella testa rotta aveva poi tracciato lugubri segni sul muro. Quella stessa violenza che aveva fatto passare dal sonno al coma un giovane reporter inglese.
Una violenza inaudita e inspiegabile. Come inaudita e inspiegabile è stata la violenza di questi due giorni di Genova. Inspiegabile, se si usano le ragioni del diritto e della democrazia.
Spiegabilissima, se si ragiona in termini di follia da un lato e di politica dall’altro.
Difficile scordare quel signore vestito di nero e col volto coperto che in piazza Tommaseo, venerdì, si avvicinava alle vetrine di una banca. Da solo, mentre da un lato all’altro della piazza si fronteggiavano in assoluta tranquillità un gruppo di manifestanti e uno schieramento di carabinieri. Da solo, mentre con una mazza cominciava a spaccare le vetrine della banca. Raggiunto da altri nero vestiti che prendevano ordini da lui. Ordini gridati con fermezza in tedesco. E che incitavano a finire il lavoro da lui cominciato. E che, eseguiti, scatenavano il caos più totale nella piazza, mentre lui si allontanava tranquillo. Un giovane del black block? Forse. Ma poi come d’incanto il pezzo di stoffa che copriva il volto si abbassava e rivelava un viso quasi cinquantenne, e per nulla anarchico, per nulla randagio.
Un volto pulito, difficilmente conciliabile con le facce dei giovani delinquenti che per due giorni hanno incessantemente provocato e dato l’avvio a tutti i disordini di Genova e che pure da lui prendevano ordini.
Difficile dimenticare quell’altro signore, non vestito di nero, anche lui sui cinquant’anni, che sempre venerdì, mentre lo stremato gruppo dei pacifisti lillipuziani – anche loro duramente pestati dalla polizia dopo una visita dei “neri” – raggiungeva lo spiazzo del palco del Genoa Social Forum, camminando di fianco ad una banca semidistrutta dalla furia dei teppisti lanciava un oggetto. Nessuno ci ha fatto caso, nel mezzo del disastro che circondava la scena. Poteva essere semplicemente un pacchetto di sigarette finito e accartocciato e gettato in mezzo ad altre immondizie. Solo che dopo pochi secondi, il tempo per quel signore di allontanarsi, quel che rimaneva della banca prendeva fuoco. Mettendo a rischio il palazzo soprastante oltre alla vita – forse – e alla tranquillità – certamente - di migliaia di manifestanti – nella fattispecie gruppi di cattolici di base - stremati che dopo il venerdì di paura tornavono “a casa”.
Difficile scordare molte cose di queste giornate di Genova. Difficile scordare la grande manifestazione di giovedì. Che doveva essere piccola cosa. Quella dei “migranti”, ad aprire le tre giornate conclusive di una mobilitazione durata mesi. E che invece è stata enorme. Cinquantamila persone, forse anche di più.
Tutte diverse. Di paesi diversi, di culture politiche diverse, di pratiche politiche e sociali diverse. E che con strumenti diversi avevano in comune il risultato della analisi sul governo della globalizzazione così come è oggi. Che privilegia il potere di pochi paesi, la ricchezza di un pugno di uomini. E che schiaccia i diritti dei lavoratori, dei contadini, dei consumatori di ogni parte del globo. Al nord come al sud, anche se in modo diverso, con pratiche diverse.
Faceva davvero impressione, a Genova, l’assenza della politica tradizionale. Quella più matura, con qualche esperienza alle spalle, che invece avrebbe dovuto esserci. La scuola ci ha insegnato la necessità di confrontarci con la realtà, di evitare fughe in avanti, di fare i conti con quello che c’è. E trecentomila persone portate in piazza da una organizzazione assolutamente inesistente, dopo una settimana di allarme terroristico, di bombe più o meno vere trovate qua e là, dopo una giornata di scontri come quella di venerdì scorso sono una realtà importante. Che chiede di confrontarsi. Con la quale si ha l’obbligo di fare i conti. Forse se ci fosse stata, la politica e l’esperienza, anche dentro al Genoa Social Forum, fin dall’inizio, avrebbero avuto più spazio i contenuti rispetto alle forme. La discussione e l’analisi rispetto alle corazze medievali ostentate da mesi dalle tute bianche in una assurda devastrante e colpevole esibizione autoreferenziale di violenza, poco importa se solo simulata. Forse, il confronto politico avrebbe prevalso rispetto a quello mediatico. E forse non sarebbe morto nessuno.
Eppure, di militanti ce ne erano tanti. Tanti diessini, arrivati a Genova nonostante l’assurda e schizofrenica posizione ufficiale dei loro dirigenti, tanti comunisti italiani, che hanno saputo essere in piazza nonostante le mille difficoltà organizzative del loro partito.
Difficile scordare il benzinaio di via delle Brigate Partigiane che dopo aver appeso uno striscione con scritto “la terra è di tutti” guarda sconsolato, tra le bandiere appese sopra la sua tettoia, quella russa: “ieri è venuto il console – racconta – e quella bandiera non c’era ancora. “come mai?” mi ha chiesto. Era arrivata proprio in quel momento. Era ancora imballata.

L’ho tirata fuori. Ma gli ho anche detto che a me di bandiera piaceva di più quell’altra. Tutta rossa. Comunque - mi dice - se hai bisogno di qualsiasi cosa, in questi giorni, io sono qui”.
Difficile scordare quella strana poliziotta con casco scudo manganello e anche maglietta gialla con scritta no global e tatuaggio (vero? finto?) sul braccio. Difficile scordare i militanti della rete lilliput, perlopiù scout, e cattolici di base pestati a sangue. Difficile scordare candelotti lacrimogeni sparati sui piedi di ragazzine e di ragazzini di dodici anni, le facce dei bambini terrorizzati e soffocati dai lacrimogeni mentre i genitori dalle mani dipinte di bianco imploravano agli agenti di smettere di usare i manganelli contro gente inerme, lontana dagli scontri e assolutamente pacifica. Difficile scordare tre ragazzine buttate giù dal muretto di via Corridoni che dà su un cortile tre metri più in basso, portate poi in casa da un genovese che chiude il portone per la paura di vedersi piombare addosso la furia devastatrice di quelle che avrebbero dovuto essere le forze dell’ordine.
Difficile, impossibile, scordare il racconto di chi ha visto Carlo Giuliani morire ammazzato da un suo coetaneo preso dal panico. Difficile giustificare la presenza di quel ragazzo che ha sparato, un militare di leva, un ausliario, in un posto dove doveva esserci un uomo meglio addestrato.
Difficile dimenticare le parole lasciate sul libro di dediche a Fabrizio de Andrè nel negozio di dischi di Gianni Tassio in via del Campo: “Le tue parole ci hanno liberato (e continueranno a farlo…) dalle sbarre che imprigionano la nostra vita” a scriverle, un carabiniere di Trento. Un poliziotto, invece: “ho la divisa, ma vorrei strapparla ed essere tra la folla”.
Ma ancora più difficile sarà scordare le migliaia e migliaia di genovesi che con questo strano movimento sono riusciti ad interloquire, nonostante la violenza dei delinquenti e delle “forze dell’ordine”.
Difficile scordare le migliaia di mutande sventolate dai balconi, le bandiere del vecchio Pci che apparivano dalle finestre, le mani che applaudivano e salutavano, i limoni lanciati ai manifestanti e ai fotografi avvolti dal fumo dei gas, le secchiate d’acqua a rinfrescare chi passava sotto le finestre.
Uno strano movimento, quello che si è visto a Genova. Che non sono le tute bianche, e che con gli scontri con la polizia c’entra ancor meno. Decine di migliaia di giovani che ogni giorno lavorano e studiano e prestano la loro intelligenza e i loro studi ad organizzazioni del volontariato. Che si occupano di medicina, di commercio equo, di sud del mondo come anche del quartiere dove abitano. Ragazzi delle parrocchie, ma anche di organizzazioni laiche. Che per tanti e tanti anni hanno lavorato singolarmente, senza una rete che li mettesse in comunicazione tra loro. Che hanno ben chiaro quali siano i limiti di questo capitalismo. Magari anche senza aver mai letto Marx, ma avendo studiato i nuovi filosofi della scienza, gli ecologi della mente e dell’uomo e della natura. Oppure essendosi scontrati praticamente e quotidianamente con i danni del profitto in ogni campo e ad ogni costo e per qualsiasi cosa. Centinaia di migliaia di giovani, con i quali la politica tradizionale non riesce a parlare. E che questo G8 ha miracolosamente messo in rete.
Questo fa paura. Ed è la paura di questa nuova consapevolezza, di questa nuova “coscienza di classe” che spiega la violenza vista a Genova.
Lo sa anche un dirigente della Digos di Milano, che dietro un ovvio e stretto anonimato, dice che fatti come quelli di sabato notte, l’assalto cileno alla scuola Diaz “non sono tollerabili in uno Stato democratico”. E che ammette: “la piazza di Genova non è stata gestita male, ma benissimo”. Da chi? “questo non lo so – risponde – sono venuti da ogni parte del mondo”. E non si riferisce certo al popolo di Genova.
È tanta la voglia di capire, di capire fino in fondo quel che è successo. E perché è successo. Di capire per esempio che cosa ci facesero i gruppetti di neonazisti tra i teppisti del black block. Chi li ha chiamati?

Domenica scorsa, alla fine dell’ultima assemblea genovese del Social Forum, Davide, un ragazzo di Firenze con i capelli intrecciati a dread lunghi quasi alle ginocchia, si chiedeva sconcertato come facessero i dirigenti del Gsf ad esigere dallo Stato la garanzia del diritto a manifestare, anche rispetto alle incursioni del black block, e contemporaneamente a sostenere che questo Governo, questa Polizia, questi Carabinieri, hanno fatto di tutto per rovinarle, le manifestazioni. Infiltrando provocatori, lasciando liberi i teppisti di disfare una città sotto gli occhi increduli e disperati dei genovesi e dei pacifici manifestanti. “E’ una contraddizione che non riesco a spiegarmi. Se sai – come sai -che ci sono provocatori, se pensi davvero che tra i tuoi avversari ci siano sia gli otto potenti della terra che quelli del black block, allora devi saperti anche difendere. E devi prenderti la responsabilità di portare trecentomila persone a manifestare. Devi poter garantire la sicurezza e non affidarti ad un governo che ritieni in combutta o in qualche modo coinvolto direttamente negli scontri”.
Laura, di Milano, aggiunge: “se passi tre mesi a fare allenamenti con caschi e protezioni di gomma e scudi, vuole dire che accetti la violenza come fosse un terreno di discussione. E non ti puoi lamentare”. Giudizi che non lasciano spazio ad equivoci. E che ci dicono che c’è molto da fare, insieme a questi ragazzi che, come ha detto Maria Novella Oppo su l’Unità, “sono quelli che hanno tutto ma sono andati a Genova perché il mondo è ingiusto e bisogna cambiarlo. Che hanno votato a sinistra o quelli di sinistra che non abbiamo saputo convincere a votare. Sono tutta la nostra speranza, anche se a loro non importa niente se vincerà Fassino, Melandri o Cofferati. Trattiamoli bene, non rispondiamo col silenzio alle loro domande, non passiamo sulla loro testa e non facciamoli sentire soli, come si sono sentiti soli a Genova".