Più forte la penna che la spada
di Marcello Zinola
 (segretario dell'Associazione Ligure dei Giornalisti - Fnsi)

14 settembre 2001

Il confine della democrazia, dell’effettività dei diritti e della legalità è passato per Genova e per il G8. Un confine che è stato spostato in "avanti", troppo in "avanti" e che deve essere riportato nel suo giusto alveo. Perché le violenze di strada, di sedicenti, ancora poco capite e conosciute tute nere o black bloc, di chi si è unito a loro e di chi avrebbe dovuto tutelare i diritti e la legalità (le forze di polizia), hanno segnato pesantemente non solo i tre giorni del G8, ma quelli precedenti ed i mesi che seguiranno.
I giornalisti sono chiamati ad un impegno eccezionale perché le nostre penne (di inchiostro o di on line, con un microfono o una telecamera, con l’obiettivo di una macchina fotografica) sono state tra i pochi testimoni di legalità, di difesa dei diritti. Raccontando, complessivamente, in modo adeguato la realtà dei fatti. Testimoniando al di là delle proprie idee politiche fatti e (tantissimi) misfatti. Le violenze subite dai giornalisti e fotoreporter-telecineoperatori di tutti i giornalismi testimoniano quanto sia stata importante la nostra presenza. E quanto sia stata sgradita a chi sapeva di agire nell’illegalità. Doppia illegalità per chi avrebbe dovuto tutelare i diritti di tutti: dei pacifisti o di chi ripudiava la violenza come forma di espressione politica e degli operatori dell’informazione.
Democrazia e diritti (quindi quello fondamentale all’informazione, di "farla" e di riceverla) sono stati violentati e compressi. Nonostante questo i giornalisti sono stati migliori dei giornali di ogni tipo per i quali hanno lavorato in quei giorni. C’è stato a Genova un autentico tornado dell’informazione, formato e sospinto soprattutto dai free lance, spesso impegnati nel "movimento" no-global: ma tutti i colleghi che ho visto al lavoro hanno dimostrato una professionalità e una passione fuori dal comune. E i giornalisti dei media "storici" hanno dato prova di essere a loro volta fedeli testimoni della legalità. Prima del G8 abbiamo denunciato e vinto con i ricorsi la battaglia dei pass negati. Denunciando penalmente e civilmente – la risposta verrà dalla magistratura – gli atti intimidatori (il caso delle pettorine clonate e utilizzate da "agenti" armati che hanno anche sparato, come testimoniano foto e filmati), i ministri dell’interno e degli esteri per gli abusi sui pass negati, le violenze subite dai media sia da parte dei manifestanti violenti, sia da parte delle forze di polizia.
Non è un caso che l’arrivo dei primi giornalisti, nella notte tra sabato 21 e domenica 22 luglio, ha di fatto bloccato il raid alla scuola dormitorio. Non è un caso che è stato un giornalista di una radio bolognese a lanciare (per primo) l’allarme e ad allertarci su quanto stava accadendo al centro stampa del G8, prologo alla "perquisizione" nel dormitorio. I giornalisti o fotografi malmenati, picchiati, feriti sono stati una ventina. Tre gli arrestati. Alcuni altri casi ci sono stati segnalati da colleghi esteri la cui denuncia è in corso.
Non è stato facile per una "piccola" Associazione come la nostra (con l’Ordine) preparare il fronte G8, assistere, per problemi diversi, un migliaio di colleghi, distribuire 400 pettorine stampa (vere), fronteggiare la violenza prima "morale", poi fisica. Poi, con l’Fnsi, ci siamo riusciti. Non è un caso che Paolo Serventi Longhi e il sottoscritto siano stati convocati dalla Commissione di indagine parlamentare. Non è un caso che chi vi scrive, con Attilio Lugli, presidente dell’Ordine Ligure, sia stato ascoltato (siamo stati i primi testimoni del dopo G8) dai pm a poche ore dal blitz notturno.
Non è un caso che siano stati i giornalisti a rendere pubbliche le "torture" nella caserma di Bolzaneto, i retroscena dell’incredibile impreparazione e vuoto organizzativo nel fronteggiare, sin dal mattino di venerdì 20 luglio, lo zoccolo duro dei violenti di piazza o nel capire cosa poteva nascondersi dietro i cosiddetti "black bloc".
Non è questa riflessione una forma di autoincensamento della categoria, ma la testimonianza del ruolo di una professione che (forse) negli ultimi anni si era un poco assopita e si era ritrovata con qualche ragnatela sulla penna. Ma che con il G8 ha dimostrato di avere gli attributi giusti per essere baluardo di legalità. Non c’entra l’essere di una parte politica particolare. La democrazia è di tutti. E i giornalisti sono un aspetto importante della democrazia perché rappresentano il diritto all’informazione.
Con il dopo G8 alcuni di noi "liguri" sono diventati "itineranti": invitati a raccontare un’esperienza. A dialogare in diversi dibattiti. Non perché eroi, ma perché testimoni e narratori di un evento che era mondiale, ma che per l’Italia avrà pesanti ripercussioni sul futuro.
Ora quanto è accaduto a Genova deve indurci a tre riflessioni e posizioni a mio giudizio irrinunciabili.

La prima: non commettere l’errore di analizzare e valutare un movimento come quello dell’antiglobalizzazione (come le violenze delle forze dell’ordine) con le lenti e i dizionari del passato e delle nostre esperienze professionali e politiche. Sarebbe un errore gravissimo. Perché il movimento è eterogeneo, con parole, logiche e forme di organizzazione del tutto nuove. Anche sul fronte dei duri, che siano tute nere, black bloc o altro. Non c’è, per esempio, su questo fronte, un’analisi e una conoscenza seriamente approfondita, nemmeno tra chi dovrebbe fare l’"intelligence" investigativa.

La seconda: il G8 durerà a lungo. All’interno dei giornali (carta stampata, radiotivù, on line) l’informazione deve, dovrà continuare con lo sforzo di andare anche oltre la cronaca, nel tentativo di capire e di investigare – giornalisticamente – su quanto è accaduto e sui riflessi che avrà sul futuro del paese. Questa posizione, in termini più generali, appartiene anche alla sofferta battaglia contrattuale conclusasi la scorsa primavera.

La terza: la nostra dignità. Non l’abbiamo mai persa, ma troppo spesso abbiamo accettato di soffocarla, di condizionarla agli interessi del momento, all’isolamento in cui ci siamo a volte trovati come categoria o come singoli. Nella sua tragica complessità il G8 rappresenta un’occasione da non perdere per i diritti di tutti. Ma anche per quella parte di "nuova" categoria troppo spesso rimasta ai margini della professione e non certo perché poco capace. Credo che questa sia l’occasione buona per abbattere gli steccati che ancora restano. Dobbiamo capirlo tutti, anche chi per sua fortuna, da anni, lavora dentro i cosiddetti "fari" del giornalismo italiano. La nave dell’informazione e della professione a Genova avrebbe potuto finire sulla scogliera e affondare. E’ rimasta a galla. Non solo: ha virato su una rotta difficile, ma sicura. Non perdiamola.

Fonte: Giornalismo Veneto