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Quel
che resta dell'immagine
di
Leonardo Brogioni
(Fotografo,
docente di fotogiornalismo e ricerca editoriale presso
l'Istituto Europeo di Design e la John Kaverdash School
di Milano)
5 settembre 2001
La contestazione dell'incontro tra i leader delle otto
superpotenze mondiali è stato l'evento più ripreso
nella storia dell'umanità: 30.000 macchine fotografiche
e 10.000 telecamere erano in funzione a Genova durante il
G8. La presenza di operatori professionali dell'immagine
è stata la più massiccia di sempre.
Ciò nonostante alcuni organi di stampa sono stati
costretti a lanciare appelli che invitavano partecipanti
e testimoni dell'evento ad inviare immagini in redazione.
Il settimanale Diario, i quotidiani Liberazione
e il manifesto, il periodico Carta, i siti
di Indymedia, Isola nella Rete, Radio Sherwood e
lo stesso Genoa Social Forum hanno fatto espressa
richiesta di documenti visivi, anche e soprattutto
amatoriali. Immagini di dilettanti che persino le
televisioni hanno disperatamente cercato e poi
freneticamente trasmesso: a distanza di giorni
dall'evento non passava telegiornale senza che nuove
testimonianze visive venissero pubblicate o messe in
onda.
Un fatto ben strano nell'epoca dell'informazione in tempo
reale: le fotografie dei goal segnati sui campi di
calcio arrivano dopo due minuti dalla loro realizzazione
nell'ufficio grafico dei quotidiani ed invece foto e
filmati di un evento di risonanza mondiale come il G8
appaiono a distanza di giorni sui nostri teleschermi.
Situazione apparentemente contraddittoria, ma ben
comprensibile. Con i mass media a disposizione di chi
oggi vuole creare consenso intorno al sistema economico e
politico vigente, è facile impedire alla maggioranza dei
cittadini l'accesso a strumenti che potrebbero sviluppare
un senso critico nell'opinione pubblica. Ecco dunque che
la completezza dell'informazione viene soppiantata dallo
spettacolo di un'informazione superficiale, facilmente
digeribile, rassicurante, e qualora ciò fosse
impossibile, noiosa o distraente. In ogni caso facile
preda del mercato.
Questo meccanismo spinge l'attenzione dei mass
media verso quelli che il sociologo francese Pierre
Bourdieu, nel suo saggio "Sulla Televisione",
ha definito "i fatti omnibus". "I
fatti omnibus - dice Bourdieu - sono fatti che
non devono turbare nessuno, non sono oggetto di
controversia, non dividono, suscitano il consenso,
interessano tutti, ma in modo tale da non toccare nulla
di importante. Il fatto di cronaca è una specie di
materia prima elementare, rudimentale, dell'informazione,
una cosa molto importante perché interessa tutti senza
preoccupare nessuno, una cosa che porta via tempo, un
tempo che potrebbe essere impiegato per dire altro. Ora,
il tempo è una materia prima estremamente rara alla
televisione. E se si impiegano minuti tanto preziosi per
dire cose tanto futili, ciò dipende dal fatto che queste
cose tanto futili in realtà sono molto importanti, nella
misura in cui nascondono cose preziose. (...) Ora,
ponendo l'accento sui fatti di cronaca, riempendo di
vuoto, di nulla o di quasi nulla questo tempo raro, si
occultano le informazioni pertinenti che il cittadino
dovrebbe possedere per esercitare i propri diritti
democratici. (...) Si occulta mostrando: mostrando altro
da ciò che si dovrebbe mostrare se si facesse ciò che
si è chiamati a fare, cioè informare; oppure anche
mostrando ciò che si deve mostrare, ma in modo da non
mostrarlo affatto, o da renderlo insignificante, o
costruendolo in modo tale da attribuirgli un senso che
non corrisponde in alcun modo alla realtà".
Giornali e telegiornali di questa estate hanno
felicemente sguazzato tra l'eruzione dell'Etna, la
telenovela Milingo, l'estate più calda dell'anno,
l'apoteosi Ferrari, i 40 milioni di italiani che sono
andati in vacanza e gli altri 40 milioni che invece sono
rimasti in città. Pochi hanno sentito il diritto-dovere
di farci vedere le migliaia di persone che a Genova hanno
manifestato pacificamente, ancora meno hanno sentito il
diritto-dovere di farci capire perché 350.000 persone
hanno sfilato in un corteo, cos'è la globalizzazione,
cos'è l'anti-globalizzazione, cosa ha spinto decine di
persone a rendersi protagoniste di atti di teppismo, come
e perché le forze dell'ordine hanno agito con tale
premeditata violenza nei confronti di manifestanti
inermi. Altre sono state le immagini, altri i commenti.
Si occulta mostrando. Si distrae l'opinione pubblica con
un'inondazione di immagini e notizie che restituiscono
soltanto l'idea di un evento, ma non la sua complessa
realtà. L'avvenimento diventa spettacolare e quindi
astratto, astratto e dunque lontano, lontano e perciò
innocuo. L'ennesimo show da gustare standosene a casa,
bravi, belli e tranquilli davanti alla televisione o ad
un prestigioso giornale. Ma chi da questi ultimi volesse
avere strumenti utili per capire resterebbe deluso.
In questo quadro devono inserirsi i fotogiornalisti
professionisti, costretti ad adeguarsi ad un meccanismo
perverso dai cui ingranaggi escono inevitabilmente
stritolati.
Da sempre infatti le grandi istituzioni economiche e
politiche usano tre strumenti, tradizionalmente a loro
disposizione, per evitare le influenze della stampa non
compiacente e le interferenze dell'opinione pubblica:
* la censura (che - per quanto riguarda i fotogiornalisti
- viene attuata non solo tramite i divieti di accesso
alle zone calde ma anche grazie ad un sistema di filtri
consequenziali utilizzati all'interno di redazioni
conniventi: permessi concessi solo a certe testate o
agenzie ed immagini destinate a dover superare selezioni
in fasi successive - quella del photo editor o dell'art
director, del capo redattore o del vice direttore ed
infine, se proprio riescono ad arrivarci, quella del
direttore).
* la produzione di un grande quantitativo di notizie
alternative a ciò che succede nei luoghi dell'evento
vero e proprio (in tale ottica vanno viste le
infiltrazioni di finti "black bloc" che a
Genova hanno fomentato telegeniche violenze distogliendo
l'attenzione dalle migliaia di persone che sfilavano in
un corteo pacifico).
* lo spostamento dell'attenzione dello spettatore verso
queste notizie alternative e costruite - che poi sono
"fatti omnibus" interni all'evento di cui si
deve parlare (nel caso di Genova, le annunciate violenze:
si accentuano le paure degli scontri, si mostrano le
misure di sicurezza, si fa vedere l'equipaggiamento di
manifestanti e poliziotti, si disserta sul disagio degli
abitanti e sui negozi forzatamente chiusi, si parla della
città martoriata, si conclude con un bell'editoriale del
bravo e famoso giornalista).
I fotoreporter, obbligati a fotografare i "fatti
omnibus" anche all'interno di un singolo evento,
pur di riuscire a pubblicare e quindi guadagnare
qualcosa, finiscono tra due censure prima e tra due
fuochi poi (quello della polizia e quello dei sedicenti
"black block", entrambi impegnati a distruggere
ogni tipo di materiale visivo che possa smascherarli o
addirittura incriminarli).
Così quei diligenti fotografi professionisti che
a Genova sono andati a fotografare i fatti di sangue sono
finiti inevitabilmente insanguinati. Privati dei loro
strumenti, dei loro rullini e quindi delle loro fonti di
sostentamento, molti di loro sono rimasti senza
un'immagine e dunque senza una lira.
Eh già, perché quasi tutte le testate e le agenzie
fotografiche italiane (che ormai possiamo considerare
economicamente e politicamente un tutt'uno) pagano i
fotografi loro collaboratori, "a venduto" -
come si dice in gergo - cioè solo se qualche redazione
decide di acquistare le loro immagini. Niente
pubblicazione, niente guadagno. E' così che a Genova
sono venute a mancare immagini professionali.
Vuoi guadagnare qualcosa? Fotografa il sangue, se ci
riesci. Hai fotografato il sangue? Ti sei guadagnato le
botte.
Ed è così che l'informazione viene pesantemente
condizionata anche da superiori interessi economici. E'
il principio che - consentendo a chi scatta una foto di
Milingo e consorte di guadagnare dieci volte tanto
rispetto a chi rischia la vita a Genova - vuole spingere
un gran numero di fotografi verso la documentazione di
innocue facezie. Dove c'è spettacolo c'è business ed
il "fatto omnibus" oltre ad essere
politicamente utile si vende bene (vedi i vari esempi di Real
Tv e Verissimo individuabili su varie
emittenti ed altrettanti rotocalchi).
Il rapporto venutosi a creare tra fotografo e committente
consente a quest'ultimo di assumere una posizione di
predominanza tale da rendere il fotogiornalista
economicamente molto debole e quindi facilmente
ricattabile. Sembra quasi che siano state agenzie e case
editrici a scoprire i vantaggi del lavoro interinale,
anticipando di anni la tendenza del mercato a svincolarsi
dall'offerta di un impiego fisso.
Qualsiasi ricatto è eticamente ed economicamente
perdente, ma questa situazione rende totalmente
dipendente dalla struttura committente colui che in modo
paradossale viene ancora definito un libero
professionista. E, visto che si sta parlando di
giornalismo, la differenza non è da poco perché
riguarda la libertà di informazione e di espressione in
un intero paese.
Questa dipendenza del fotoreporter nei confronti
del committente nella pratica diventa infatti un
controllo e cade a fagiolo per tutte quelle istituzioni e
strutture che considerano "pericoloso" il
fotogiornalismo. Come ha scritto Edgar Roskis, docente di
comunicazione dell'Università di Parigi, su Le Monde
Diplomatique: "Esistono filmati e riprese video
del vietnamita "sospetto", ucciso a bruciapelo
il 1 febbraio 1968 dal capo della polizia di Saigon,
della bambina nuda, bruciata con il napalm, che corre
sulla strada fuggendo dal villaggio sud-vietnamita di
Trang Bang, del cinese che blocca a mani nude una colonna
di carri armati nelle vicinanze di piazza Tiananmen. Ma,
indiscutibilmente, ciò che rimane in quello che, a torto
o a ragione, si usa chiamare "l'inconscio
collettivo", sono le immagini fisse, firmate
rispettivamente da Eddie Adams, (Ap), Nick Ut (Ap) e, per
la Cina, da almeno tre fotografi d'agenzia (Ap,
Sipa-Press e Magnum)".
Chi oggi produce o fruisce fotogiornalismo deve
approfondire sia contenuti che immagini, deve guardare e
non sfogliare, deve fermare l'occhio e non passare lo
sguardo, deve riflettere fino ad arrivare molto
probabilmente a capire ed a formare una memoria
incancellabile. Esattamente il contrario di ciò che
serve a chi vuole creare consenso basando l'informazione
sulla velocità e sulla superficialità sia di produzione
che di fruizione delle immagini e che per questo vuole
controllare chi potrebbe produrre fotografie
"scomode" prima che le realizzi.
"Non esistono fatti in sé. Bisogna sempre
cominciare con l'introdurre un senso perché possa
esserci un fatto" diceva F. Nietzsche. Il mondo
dell'odierna superficialità disinformata funziona
esattamente al contrario: prima si creano i fatti e poi
si fa a gara per dargli un senso. Si parte cioè
strumentalmente dal fondo allo scopo di attirare dalla
propria parte più etti di popolo bue possibile. Per
fortuna, come dimostrato anche a Genova, ci sarà sempre
qualcuno in grado di realizzare un'immagine che resterà
fissa nella nostra memoria, contribuendo a farci
ricordare e magari un giorno a farci capire. Qualcuno che
riesce a stare in equilibrio tra i tentativi e le
tentazioni dell'informazione spettacolo facendo diventare
la fotografia di reportage uno dei pochi strumenti a
nostra disposizione per sfuggire a manipolazioni e bugie
di qualsiasi genere. Un fotoreporter libero,
professionista o dilettante - a questo punto - poco
importa.
Fonte: Il Manifesto
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