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Mio
figlio, una maschera di sangue
di Gian Paolo Ormezzano
24 luglio
2001
Voleva
soltanto filmare le manifestazioni. E' stato arrestato e
pestato a sangue. Contro di lui, soltanto un
verbale-fotocopia. Dice di aver perso i suoi ideali, io
li ho ritrovati. Un minuto dopo essere uscito dal carcere
di Pavia, liberato da un magistrato genovese che non ha
creduto all'atto di accusa stilato in fotocopia per
tanti, resistenza e lesione a pubblico ufficiale durante
la contestazione al G8, e che non ha neppure convalidato
l'arresto, mio figlio ha disobbedito a me ed a sua madre.
Gli avevo chiesto di farmi vedere tutte le ferite coperte
dagli abiti, mi ha detto di no, dovevo
"accontentarmi" dello scempio visibilissimo sul
viso, otto punti al sopracciglio, un occhio circondato
dal viola dell'ecchimosi e invaso dal sangue, il labbro
rotto, e della visione della schiena, piagata dalle
manganellate e dai colpi calati col calcio del
fucile.
Oh, si vedevano anche i segni delle manette che gli erano
state strette troppo fortemente ai polsi, ma dire manette
è un errore, il termine tecnico è un altro che lui sa e
io no, sono specie di ceppi che segnano la carne. I
pantaloni scendevano perchè la cintura non c'era più,
era stata sfilata di brutto all'ingresso in cella,
rompendo tutti i passanti, e si vedeva qualcosa delle
mutande piene di sangue.
Però lui non ci ha lasciato vedere tutto, non voleva
farci del male con quello "spettacolo".
Erano le 19 di lunedì. Settantacinque ore prima mio
figlio, che ha 26 anni ed è creatura gentile, tenera,
prudente sino ad essere paurosetta, massima esplosione di
esuberanza fisica il tifo urlato e cantato per il suo e
mio Toro, aveva compiuto il grave errore di partire con
amici da una località di mare in provincia di Savona per
andare a Genova e filmare - lui che studia anche
giornalismo televisivo a Torino e mette insieme
documentari assortiti - qualcosa del Genoa Social Forum,
della contestazione contro il G8. Filmare e basta,
cercando immagini di protesta corale e coreografica,
filmare accanto a un gruppo di vecchie signore che
vendevano magliette-ricordo.
Una carica dura delle forze dell'ordine, è la zona dove
è stato appena ucciso quel ragazzo, le signore alzano le
mani, i suoi amici scappano, lui non può perchè
cercando di allontanarsi si inciampa, cade, resta in
ginocchio, a mani alzate. Gli piombano addosso, quelli
delle forze dell'ordine, e gli spaccano la telecamera e
la faccia, gli tatuano la schiena, gli martoriano tutto
il corpo. Tanti vedono, nessuno può intervenire. Se lo
disputano come ricettacolo di colpi poliziotti e
carabinieri: ad un certo punto lui si trova con una mano
nella manetta di un agente, l'altra nella manetta di un
carabiniere. Implora una scelta, mica possono
squartarlo.
Se lo aggiudicano i carabinieri, che lo portano via, gli
dicono che un loro commilitone è stato ucciso, in una
caserma, questo sarà lo spunto per altri pestaggi,
stavolta specialmente con calci. C'è anche il passaggio
in un ospedale per una medicazione, fra medici
sbalorditi, indignati. Poi - ormai è notte - via su un
torpedone verso il carcere di Pavia, la cella di
isolamento: la richiesta di poter orinare prima del
viaggio viene respinta con un pugno sul viso ferito e
invito al fachirismo o al farsela addosso,
comunque unica violenza fisica da parte della polizia
penitenziaria. Poi la prigione, senza ora d'aria, con
poco cibo e l'acqua calda del rubinetto. Passa tutto il
sabato, passa tutta la domenica. Tocca agli infermieri
del carcere inorridire per le ferite da medicare. Al
lunedì mattina la decisione del magistrato, sollecitato
da un bravo avvocato che sa smontare le accuse inventate
sul verbale in fotocopia, come quella di detenere uno
scudo in plastica, vistoso e imbarazzante, ancorchè
strumento di difesa, non di offesa, ma inesistente,
inventato. Fra la decisione del magistrato e la
scarcerazione passano sei ore per le cosiddette pratiche
burocratiche. Sei ore di vita libera tolte ad un ragazzo
pienamente scagionato. Sei ore di attesa per noi nel
forno davanti al carcere. E' uscito senza la telecamera
ed uno zainetto, spariti. Gli hanno ridato il telefonino,
lo aveva in tasca, è stato distrutto dalle
manganellate.
Ho saputo venerdì nella notte, da una telefonata dei
carabinieri, che era in arresto e "stava
benissimo". Non mi hannno detto altro. Mi sono
precipitato a Genova, comunque. Era l'alba di sabato,
telefonando ai carabinieri ho saputo che ero stato
stupido a mettermi in viaggio, chissà dove era mia
figlio, Mi hanno detto comunque di un avvocato di
ufficio, nome e cognome: ma al telefono c'era soltanto
una voce meccanica. Ho trovato aiuti da giornalisti
amici, ho trovato un bravo avvocato, la procura di Genova
era aperta e collaborativa, ho saputo del trasferimento a
Pavia. Ho goduto della posizione di giornalista per
rintracciare qualche informazione, molta solidarietà. Ed
anche per essere allenato a come avrei visto mio figlio:
colleghi esperti mi hanno detto, sì, di prepararmi a
vederlo conciato male.. Ma nonostante tutto da venerdì
notte alla fine della giornata di lunedì ho vissuto una
situazione da "Missing", il film americano
sulla tragedia del Cile ma anche sull'angoscia che ti
prende quando sai poco o nulla di una persona cara
portata via, nella mio angosciata particolare esperienza
di immaginarti il figlio con le sue ferite, per
anestetizzarti all'impatto (non servirà a nulla, sarà
comunque una cosa tremenda).
Un bravo magistrato ha interrogato, eseguito riscontri,
ascoltato testimonianze, e non ha creduto alle accuse a
mio figlio elencate in un verbale che pareva proprio
prestampato, eguale per tanti, ha creduto al racconto
dolente ed angosciato di un ragazzo nonostante tutto più
stupito che indignato, più sereno che dolente. Nella
giornata passata fuori dal carcere di Pavia ho parlato
con tantissimi parenti e amici di altri di quei
provvisori desaparecidos. Ho visto uscire dal carcere
altri ragazzi coperti di ferite. Ho potuto anche pensare
che a mio figlio è andata bene, non è stato colpito
alla pancia, ha avuto un avvocato solerte, ha trovato i
suoi genitori fuori dal carcere ad aspettarlo, nei limiti
del possibile confortarlo. Una parlamentare che ha
visitato il carcere ha parlato a noi in attesa di ragazzi
feriti, distrutti, piangenti, brutalizzati direttamente
dai colpi presi, indirettamente dalla situazione kafkiana
dell'isolamento. Lui mi ha detto che le visite di
parlamentari e consiglieri regionali sono state un
balsamo comunque, per quel poter parlare serenamente di
qualcosa con qualcuno, senza prendere colpi e ricevere
insulti (una bella - cioè orribile - antologia, quella
delle aggressioni verbali in pratica continue, l'ha messa
per iscritto quando in carcere ha avuto una penna e
qualche foglio, c'è davvero tutto per umiliare uno che
patisce anche le parole).
Ho provato a chiedermi, da democratico assoluto,
disperato, se proprio non è possibile ad un cittadino
filmare della sua Italia, oltre che i monumenti e i
tramonti e le feste di famiglia, anche una manifestazione
di protesta senza dover essere brutalizzato, ridotto ad
un manichino sanguinolento, sfregiato sul viso per
sempre, da forze dell'ordine violente con i deboli e
impotenti di fronte ai veri violenti, visibilissimi,
colpibilissimi, le tute nere, nella fattispecie di
Genova. Cercherò di saperlo per vie legali, confido
nella legge. Mio figlio mi ha detto - spero perchè
ferito ed umiliato, non perchè definitivamente portato
ad una scelta - che rinuncia agli ideali. Ma non ci
credo. E comunque ha rifornito di ideali me.
Fonte: Il
Nuovo
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