LA RICOSTRUZIONE DEL G8
 

Come verrà evidenziato nei successivi capitoli, il racconto del G8 sui media è ovviamente iniziato prima dei tre giorni del vertice e delle manifestazioni dell’articolato movimento che ha dato vita al Genoa Social  Forum.

La vasta documentazione di immagini e di video già in possesso della Commissione vede sintetizzata in questo capitolo la ricostruzione pressoché univoca dei fatti, comparsa sui giornali o illustrata da radiotivù e diversi siti di media-internet di diversa natura.

I media hanno raccontato la parte “istituzionale”e politica, l’attentato ai carabinieri in cui è rimasto gravemente ferito un giovane militare, la crescente tensione, la blindatura della città di Genova, le polemiche e le posizioni diverse emerse su questo aspetto, il confronto tra istituzioni e Gsf. Con l’avvicinarsi del G8 sono iniziati i problemi per la stampa con giornalisti coinvolti in una perquisizione e la negazione (senza motivo o con sospette motivazioni di tipo politico) di molti accrediti: discriminazione ingiustificata sfociata in diverse iniziative e denunce (penali) e ricorsi giudiziari pilota in sede civile (vincenti) per ottenere la libertà di movimento e di fare informazione per tutti i giornalisti (capitolo 3). E’ stato in questa fase (tra il 16 e il 19 luglio) che all’Aldg sono state “richieste” le pettorine-stampa da parte del comando dei carabinieri di Genova e dalla polizia (capitolo 3) con la motivazione “che servivano per il personale”. Richiesta che è stata ovviamente respinta dall’Aldg.

La scoperta della clonazione delle pettorine stampa e dell’esistenza di pass ufficiali intestati “journalist” senza indicazione di testata (palesemente utilizzati da persone estranee al mondo dei media) è stata fatta (per cognizione diretta, testimonianza di altri giornalisti, foto e filmati) a partire dal 19 luglio, giorno della prima manifestazione dei “migranti”, conclusasi senza incidenti (capitolo 3).

Le violenze dei manifestanti nei confronti dei diversi giornalismi e gli abusi, con violenze, delle forze dell’ordine si sono invece concretizzati il 20, 21 e 22 luglio (capitolo 4): vicende regolarmente raccontate e documentate anche da deposizioni davanti alla magistratura inquirente, sia in qualità di vittime, sia di testimoni come accaduto per il blitz alle scuole Diaz-Pertini e la morte di Carlo Giuliani. 

Sinteticamente l’inizio degli incidenti e degli scontri può essere collocato a venerdì 20 luglio, tra le ore 10.30 e le 11, in piazza Paolo da Novi. La piazza era piena di giovani seduti per terra mentre al centro e su di un lato est c’erano altri gruppi, in maggioranza vestiti di nero con caschi o con il volto coperto, al “lavoro”: selciato e segnali stradali divelti. La stima giornalistica ha fissato in 300-500 l’entità di queste persone di diversa nazionalità: tedesco, spagnolo, francese, italiano. Circa mezz’ora dopo un'ottantina di agenti inizia la carica. Una carica che finirà per colpire un gruppo di aderenti ai Cobas, estranei all’”armamento” nella piazza e non i “BB”. 

E’ questo – la ricostruzione di tutti i giornali coincide - l'inizio degli scontri che si concluderanno in serata, dopo la morte di Carlo Giuliani. E’ quella di venerdì la giornata in cui molte testimonianze, compresi i racconti giornalistici, evidenziano la capacità militare di movimento, la conoscenza della città, da parte dei cosiddetti Black Bloc confermata (per testimonianza diretta, capitolo 3) anche dal fallito assalto dei “BB” al Press center del Gsf  della scuola Diaz e del fallito tentativo di rifugiarsi nella adiacente scuola dormitorio.

L’azione dei “BB” porta in moltissime fasi della giornata le forze di polizia ad agire “di rincorsa” ai “BB” e di chi si è loro unito in modo disorganizzato, finendo poi con il colpire i partecipanti alle cosiddette aree tematiche delle cinque manifestazioni programmate in diverse aree più o meno adiacenti alla “zona rossa”. Ed è in questa fase che arrivano le prime violenze nei confronti dei media sia dei manifestanti sia delle forze dell’ordine, culminate nell’aggressione da parte della polizia (con gravi lesioni e danni per dieci milioni all’attrezzatura fotografica) al fotoreporter dell’agenzia Contrasto, Eligio Paoni. Violenza avvenuta mentre Paoni fotografava il cadavere del manifestante ucciso. Ad un telecinoperatore in servizio per la Rai, i manifestanti dopo averlo ferito, distruggono la telecamera. Nella stessa giornata c’è l’assalto al carcere di Marassi: la successiva fuga dei “BB” conferma la loro tecnica organizzativa e la conoscenza delle vie di “fuga”. Nel primo pomeriggio c’è anche il tentativo di assalto al press center del Gsf e della scuola dormitorio da parte di un gruppo di “BB” e di altri manifestanti disorganizzati che si erano aggregati ai “BB”. Assalto che viene respinto dal Gsf, controllato dalle forze dell’ordine senza che ci siano interventi diretti fatta eccezione per il controllo operato da un elicottero.

Alcuni testimoni ascoltati dai giornalisti riferiranno poi di avere sentito, in alcuni casi, “parlare italiano con accento genovese” tra i “BB” e di avere visto una sorta di capo, in qualche gruppo, che dava ordini via radio o che parlava “in una radio” (zona di Brignole e degli scontri di via Tolemaide). Nella giornata di venerdì viene assalita per due volte, con danni pesanti, la sede del Corriere Mercantile-Gazzetta del Lunedì quotidiano genovese edito da una storica cooperativa di giornalisti e tipografi.

Sabato 21 luglio, proseguono gli scontri. Ed è la giornata in cui vengono utilizzati maggiormente nuovi mezzi blindati cingolati o gommati. Soprattutto quelli gommati guidano le cariche per sfondare gli sbarramenti creati dai dimostranti e, in alcuni casi, puntano sulla folla.

Dopo che la testa del grande corteo aveva raggiunto la zona del parcheggio dei pullman adiacente lo stadio Ferrarsi, lo scontro diventa violentissimo tra le forze dell’ordine, uno spezzone del corteo (via Tolemaide) in cui c’erano le Tute Bianche e i “BB”: il risultato è una lunga serie di violenze, con la terza parte del corteo bloccata sul lungomare dove per puro miracolo non si sono registrare vittime. Fortuna ha voluto che il panico non si sia impadronito di chi era bloccato, vittima dei tentativi di infiltrazione dei violenti (ci sono stati episodi di cacciata di BB da questa zona di corteo) esterni alla manifestazione o di altri che si erano mescolati al corteo stesso, sommerso dai fumi dei lacrimogeni sparati anche dalla spiaggia dove si erano attestate delle forze dell’ordine. Se il 20 luglio lo zoccolo duro dei violenti è rimasto per alcune ore attestato – secondo le testimonianze giornalistiche – attorno ai 500 manifestanti quasi tutti “BB”, trascinando poi l’adesione di altri soggetti non organizzati, il giorno successivo il coinvolgimento delle persone negli incidenti (per volontà propria o per la particolare dinamica della gestione dell’ordine pubblico) è stato largamente e notevolmente superiore.

Sabato segna anche un’altra svolta importante che ricadrà poi anche sul fronte del filone di indagine dedicato ai “BB” e, più in generale, ai violenti di piazza coinvolti negli incidenti del G8.

Sabato pomeriggio scattano infatti le prime denunce e i primi arresti per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e ad altri reati. L’accusa viene attribuita ad un gruppo di manifestanti che viene ripreso dalla polizia mentre distribuisce o riceve delle armi improprie e dei bastoni da un camioncino che risulterà poi affittato. L’accusa associativa viene contestata in flagranza di reato. I giornali evidenzieranno questa particolarità nei giorni successivi in quanto si tratterebbe del primo arresto “associativo” in flagranza di reato nella storia giudiziaria. I giornalisti chiedono conferme e giudizi ad avvocati e magistrati che defniscono la flagranza di reato per questo tipo di reato pressoché impossibile, un classico caso “scolastico”.

La stessa accusa verrà poi contestata ai 93 arrestati della scuola dormitorio e ad altri gruppi, prevalentemente stranieri, che saranno arrestati dai carabinieri dopo il G8. In particolare nella zona di Piazza Rossetti, alla Foce, quando il corteo pacifico passa verso via Rimassa, arrivando da Corso Italia, la polizia è vicino all'ingresso della Fiera del Mare dove sono stati realizzati anche gli alloggiamenti della Cittadella della Polizia. Dal corteo parte almeno un centinaio di infiltrati “violenti” (sparsi qua è là e senza forma apparentemente organizzata, in larga parte vestiti di nero, italiani e stranieri) che si dirigono verso la polizia, dando il via ad altri incidenti compreso l’assalto a banche (con un incendio che rischia di coinvolgere i residenti dei piani sovrastanti) e negozi.

Il resto del corteo è o terrorizzato o preoccupato dal rischio di essere coinvolto. Qualcuno cerca di bloccare un gruppo dei “neri”, ma viene picchiato dagli stessi o presunti “BB”.

Le forze di polizia (Ps e Gdf) riescono poi a risalire sino a Punta Vagno con tutta una serie di lunghe e pesanti cariche che finiscono con il colpire soprattutto la parte di manifestanti più innocua (c’erano persone di tutte le età, famiglie, bambini, gruppi organizzati e no) alla ricerca di un rifugio nelle vie adiacenti, mentre i cosiddetti “BB” e altri loro aggregati senza la “divisa nera” , possono poi riprendere la loro serie di attacchi e di devastazioni.

Nella notte tra il 21 e il 22 avviene il blitz alla scuola Pascoli Pertini e al Press center del Gsf (capitolo 4) che vede i giornalisti tra i primi ad arrivare sul posto dopo l’allarme ricevuto dal direttore di un’emittente bolognese aggredito e malmenato nel press center.  

Saranno quattro i giornalisti (tre italiani e un francese che fornirà anche le prime immagini della Pascoli Pertini relativi ai primissimi minuti del dopo perquisizione) i primi testimoni ascoltati dalla procura di Genova, mentre altri tre giornalisti (una tedesca, un italiano e un inglese) saranno feriti e arrestati dentro la Pascoli Pertini. Dal mattino del 22 inizia la seconda fase del lavoro dei media: la raccolta di testimonianze e di racconti, la fornitura di materiale video e di immagini agli inquirenti su episodi di “ogni fronte”, la difficile ricerca di notizie e di versioni ufficiali condensate dalla Questura in uno stringato comunicato stampa sul materiale sequestrato alla Pascoli Pertini, la raccolta e verifica attraverso medici e personale ospedaliero delle denunce e dei racconti degli arrestati che iniziano a denunciare gli abusi e le violenze subiti nei centri di raccolta dei fermati (caso Bolzaneto e cittadella delle forze dell’ordine). Elementi che troveranno un primo riscontro nella segnalazione che gli stessi Gip del Tribunale di Genova faranno alla Procura genovese, dopo la prima serie di interrogatori per le convalide o meno degli arrestati del 20 e del 21 luglio. 

Una conferma, al di là dell’approfondimento e delle valutazioni di competenza della magistratura, che i media non avevano raccolto acriticamente o de relato, le loro informazioni. Un dato, ufficiale, rende bene l’idea della presenza dell’occhio dell’informazione sul G8: i giornalisti italiani e stranieri accreditati (non è stato possibile ottenere il dato dei pass rifiutati: allegato 1) sono stati 4.413 provenienti da 59 nazioni. Di questi circa un migliaio (giornalisti, fotoreporter, telecineoperatori) hanno seguito o si sono avvicendati nel seguire “la piazza”. Circa 400 erano muniti delle pettorine gialle ufficiali con la dicitura Press-Stampa e Ordine ligure dei giornalisti, Associazione Ligure dei giornalisti, Fnsi su entrambi i lati.