IL G8 DELLA STAMPA
PRIMA E DURANTE 

 

Le iniziative della Fnsi e dell’Aldg (tutte decise e assunte con l’Ordine ligure dei giornalisti rappresentato dal presidente Attilio Lugli) sono state avviate con largo anticipo rispetto al G8. Il primo passo era stato costituito dalla presentazione ai colleghi stranieri di una serie di indicazioni e di disponibilità di assistenza per le giornate del G8. L’incontro era avvenuto in maggio a Roma nel corso di un’iniziativa con la Stampa Estera, promosso dalla struttura di missione ministeriale per il G8. All’incontro, in rappresentanza dell’Aldg, aveva partecipato la collega Donatella Alfonso de La Repubblica, segretario aggiunto dell’Aldg. Verso la fine di giugno abbiamo percepito i primi segnali delle possibili “difficoltà” operative e di movimento che avrebbero potuto incontrare i colleghi in relazione alla decisa blindatura della città.

Difficoltà che avrebbero incontrato soprattutto i colleghi stranieri per entrare e uscire dalla “zona rossa”, i free lance, gli operatori dei nuovi media (internet) e delle testate più piccole. La prima tendenza che sembrava emergere era quella di rilasciare accessi contingentati e accrediti ai soli giornalismi ufficiali e tradizionali, limitatamente agli iscritti all’Ordine professionale. Una scelta penalizzante e che, comunque, derivava da una ignoranza di fondo: l’Ordine professionale così come costituito in Italia rappresenta una specificità italiana, molti colleghi oggi lavorano come free lance, settore in cui gli stranieri sono moltissimi, molti operatori di polizia spesso non conoscono o non riconoscono né la tessera professionale né quella della stampa internazionale.

Una prima serie di interventi presso il Questore di Genova Francesco Colucci (attuati da Aldg e Ordine Ligure dei Giornalisti) avevano visto il Questore e il capo della Digos di Genova negare divieti o difficoltà. L’accesso alla zona rossa sarebbe stato consentito senza problemi a tutti i giornalisti accreditati. I problemi si sono subito presentati con le prime segnalazioni di pass negati o comunicazioni che anticipavano l’impossibilità al rilascio senza però specificare (contravvenendo alle procedure e alle normative in materia) i motivi del diniego.

La “svolta” veniva rappresentata da due episodi. La denuncia pubblica del pass negato ad un collega di Liberazione (Anubi Davossa Lussurgiu) e dal fermo per alcune ore di Pulika Calzini, collaboratore de il Manifesto e della rivista Carta. Il fermo di Calzini avvenne durante un’operazione della Digos con agenti di Roma, nel corso di un controllo nel centro storico di Genova che portò poi ad una perquisizione di Pg (articolo 41) in un’abitazione privata. La segnalazione del collega portò praticamente l’operazione “in diretta” con la denuncia del sequestro abusivo (poi annullato dalla magistratura) di un hard disk e di materiale informatico.

Il sindacato giornalisti e l’Ordine hanno iniziato a quel punto l’ulteriore e più dura battaglia per il rispetto delle regole e per la piena agibilità dell’informazione per i giornalisti a prescindere dalla loro collocazione politica e dal loro status professionale. Il 9 luglio (allegati 3 e 4) Informazione senza frontiere denuncia ulteriormente la situazione con una nota diffusa a livello internazionale e con una lettera aperta al capo del governo, on. Silvio Berlusconi. Il segretario Pino Rea ribadisce l’appoggio, con un appello a tutti i giornalisti accreditati, anche a “tutti coloro che cercheranno di fare giornalismo anche se non sono formalmente accreditati”. Le difficoltà e il peso delle violenze materiali e morali si sarebbero poi verificate soprattutto su chi ha svolto i servizi di strada, durante le manifestazioni. La zona rossa sarebbe poi rimasta accessibile solo a chi aveva il pass ufficiale, non senza però avere incontrato seri problemi per gli spostamenti soprattutto nella prima giornata di chiusura delle cancellate e delle reti, quando alcuni dei responsabili dei diversi posti di controllo cercarono di impedire di fotografare i varchi o anche le strutture metalliche con i blocchi di cemento new jersey. L’intervento del presidente dell’ordine dei giornalisti liguri, Lugli, consentì di risolvere la situazione dopo due ore di telefonate e di rimbalzi di responsabilità tra diversi uffici della Questura di Genova che avevano inzialmente negato sia l’esistenza di divieti, sia l’impedimento posto ad alcuni fotoreporter genovesi.

Il 12 luglio Fnsi, Aldg e Ordine dei giornalisti promuovono una manifestazione pubblica a Genova lanciando la parola d’ordine “Un’informazione senza zone rosse” (allegati da 5 a 8), presentando il vademecum che sarebbe stato distribuito a tutti i giornalisti presenti a Genova, a prescindere dal loro status professionale e collocazione politica, le pettorine ufficiali per la cui consegna c’era un modello di identificazione e ritiro. Il segretario nazionale Fnsi, Paolo Serventi Longhi rivolse anche l’invito al governo affinché desse segno concreto del suo impegno per favorire il lavoro di tutti i media e tutta la libertà di fare informazione: “il G8 – disse Serventi  - sarà un banco di prova per la democrazia”. Soprattutto per i pesanti e negativi segnali che giungevano sul fronte delle restrizioni e delle difficoltà che avrebbero incontrato i giornalisti impegnati a seguire la piazza e le contestazioni. “Temo nervosismi, sovrapposizioni di indicazioni e che la situazione, dal punto di vista dell’ordine pubblico, possa sfuggire di mano”. Era la mattina del 12 luglio.

In quel periodo giunsero alla sede genovese dell’Aldg e dell’Ordine dei giornalisti più di cento richieste di chiarimento e di aiuto da parte di colleghi (soprattutto free lance) senza accredito,  che avevano incontrato difficoltà nel chiederlo o nell’ottenerlo. L’invito e la richiesta erano quelli di un sostegno e di una copertura almeno con le pettorine ufficiali della stampa: sostegno e copertura che è stata data a tutti assistendo, con forme diverse di aiuto, circa un migliaio di colleghi tra il 17 e il 21 luglio.

La scelta delle pettorine stampa era stata fatta proprio per dare visibilità, copertura e garanzia agli operatori dell’informazione, ma anche a chi (forze dell’ordine o manifestanti) avesse incontrato chi la indossava. Una comunicazione relativa alla distribuzione delle pettorine gialle venne inviata il 16 luglio al Questore Colucci, al comandane dei carabinieri Graci, al Prefetto Di Giovine, al dirigente della Digos di Genova, Mortola e alla dottoressa Bonalumi, incarica delle relazioni stampa e dell’Urp (ufficio relazioni con il pubblico) della Questura di Genova. Al questore venne anche inviata una pettorina “per conoscenza”.

Tre giorni dopo  - il 19 luglio - avremmo scoperto che le pettorine erano state in qualche modo clonate e che circolavano diverse persone (appartenenti alle forze dell’ordine?) con pettorine dello stesso colore riportanti una generica scritta (stampa). La prima segnalazione avvenne durante il corteo dei migranti del 19 luglio: ad allertarci furono i fotoreporter. Io stesso ebbi modo di notare una persona, con casco bianco da motociclista in testa, tracolla da fotografo, macchina fotografica con teleobiettivo che indossava una pettorina con la scritta “stampa”. La fermai chiedendoli «collega, per chi lavori?». Lui farfugliò una incomprensibile risposta e si allontanò, salendo poco dopo su una motocicletta sulla quale si trovava un’altra persona che indossava la stessa pettorina. L’”incontro” avvenne alla fine della salita di via Fieschi, alla confluenza nella piazza dove era ancora concentrata una parte dei manifestanti che assisteva ad uno spettacolo musicale improvvisato sul sagrato della chiesa. A conclusione della manifestazione, all’altezza di piazzale Kennedy rividi invece due persone che avevo già notato durante la manifestazione. Una era dotata di telecamera ed aveva un pass ufficiale con l’indicazione “journalist” priva però del riferimento della testata o di free lance. Chiesi ad entrambi per quale testata stessero lavorando, ma entrambi si allontanarono senza rispondere. Erano italiani in quanto, dopo averli “notati”per la prima volta, li avevo seguiti da vicino, sentendoli anche parlare.

La gravità della “clonazione” delle pettorine viene confermata dalle riprese televisive del Tg5, del Tg3 edizionale nazionale del 21 luglio e dalla ripresa della notizia da parte di diversi quotidiani oltre che dai lanci di agenzia, mai smentiti. La ripresa del TG5 evidenzia tra l’altro due persone armate di pistola (l’arma è tenuta puntata verso l’alto) all’altezza del Bar della Posta sul Lungo Bisagno. Le pettorine abusive indussero molti colleghi (soprattutto fotoreporter) a non indossarle più temendo di essere scambiati per agenti o carabinieri da parte dei manifestanti.

A confermare l’interesse da parte dell’ordine per le pettorine ci sono due episodi.

Il primo: alcuni agenti della Digos (non di Genova) chiesero all’Aldg il nome della ditta che aveva prodotto le pettorine. Non conoscendolo non potei fornirlo nell’immediato, riservandomi di farlo in un secondo tempo. Non ricevetti più alcuna richiesta.

Il secondo: una richiesta ufficiale di un “tot” di pettorine “per il nostro personale” mi venne formulata dal comandante dei carabinieri di Genova, Salvatore Graci. Ci furono due telefonate. Una all’ufficio dell’Aldg di Genova, da parte di un sottufficiale di nome Giordano. La funzionaria Alberta Pagani, non essendo io presente, (peraltro molto perplessa e sorpresa per una richiesta del genere), disse al sottufficiale che avrebbe dovuto parlare con me. Ricevetti la telefonata di Graci nel tardo pomeriggio del 17 o del 18 luglio. Risposi di no alla richiesta, spiegando che ciascuno avrebbe dovuto fare il proprio mestiere. Non ci aveva certo sorpresi che le forze di polizia avessero dei loro infiltrati o del personale impegnato nella “documentazione” sotto diverse vesti, ma ci lasciò sconcertati una richiesta così palese e sfacciata. La vicenda delle pettorine clonate con relativa documentazione, è stata anche segnalata alla Procura della repubblica.

Le rispettive autonomie, a nostro giudizio, dovevano rimanere sacre. I giornalisti – cittadini tra i cittadini - e le loro rappresentanze non si sono peraltro mai sottratti al ruolo di testimoni anche giudiziari per le vicende del G8. Tutte le documentazioni relative alle nostre iniziative pre e durante il G8 sono negli allegati dall’11 al 27, contenenti anche le notizie di agenzia relative ad alcuni dei colleghi ai quali era stato negato l’accredito.

La pesantezza della situazione dei pass negati, a fronte del rimpallarsi di responsabilità tra il Questore di Genova e il ministero degli esteri, per la definizione delle “discriminanti”, ha anche provocato due iniziative giudiziarie da parte dell’Ordine dei giornalisti liguri e dell’Aldg.

La prima, penale, è stata affidata al presidente dell’ordine degli avvocati di Genova, Aurelio Di Rella. La denuncia è relativa alla richiesta di identificazione dei responsabili del diniego della concessione dei pass e di sequestro delle documentazioni utili all’indagine, in quanto agli interessati (si tratta di due cause pilota, dei colleghi Daniela Binello di Roma ed Enrico Fletzer di Bologna) non è stato motivato il provvedimento, né è stata consegnata alcuna documentazione in merito. L’indagine è pendente ed è stata presentata dall’avv. Di Rella al procuratore capo di Genova, Francesco Meloni.

La seconda è rappresentata da due cause pilota in sede civile ex art.700, avviate sempre dagli stessi colleghi con l’appoggio dell’Aldg e dell’Ordine e l’assistenza dell’avvocato Valdemaro Flick, per il rilascio dei pass. Nel caso della collega Binello il pass è arrivato mentre la causa era in discussione. Ma il giudice, pronunciandosi poi nel merito di entrambe le vicende (simili o uguali agli altri dinieghi), ha stabilito la ragione dei due colleghi in tema di diritto al fare informazione. In alcuni altri casi, segnalati mentre era ormai nota l’iniziativa giudiziaria di Aldg e dell’Ordine, i pass sono stati concessi. L’originario diniego era stato giustificato in modo diversi: casi di omonimia, errori tecnici etc.

Il rifiuto dei pass ha interessato principalmente giornalisti free lance e di testate cosiddette minori, locali o in alcuni casi legate al movimento. Ma ha anche colpito realtà diverse: la rivista dei consumatori dell’Aduc, il quotidiano Liberazione, una fotografa accreditata dalla rivista 30 giorni, un ex deputato verde.