IL G8 DELLA STAMPA
LE VIOLENZE E LA TESTIMONIANZA

 

Il prezzo pagato dai giornalisti al G8 è stato pesante. Ma non ci sentiamo né eroi, né martiri per avere svolto con efficacia il nostro lavoro. Genova ha costituito un banco di prova fondamentale per l’esercizio – da parte dei giornalisti - del diritto a fare informazione e - per i cittadini – ad essere informati scegliendo liberamente quale media acquistare, vedere, ascoltare o digitare.

La durezza delle giornate del G8 ha visto i giornalisti impegnati sulla parte istituzionale ed ufficiale del vertice, lavorare senza grandi problemi dal punto di vista dell’ordine pubblico e della libertà di movimento, mentre i problemi più gravi li hanno subiti i giornalisti impegnati a seguire la contestazione.

Ci sono stati giornalisti stranieri e italiani, arrestati e pestati, picchiati dai manifestanti. Nessuno si è tirato indietro al momento della denuncia: non sono stati fatti sconti a nessuno, sia che indossasse una tuta nera, sia che vestisse la divisa delle istituzioni. Le polemiche e le accuse formulate contro i giornalisti dopo il G8 confermano l’aspetto fondamentale del ruolo della stampa quando non ci sono mediazioni, censure o autocensure, mediazioni, interessi particolari a inficiare il racconto dei testimoni perché i giornalisti sono e resteranno soprattutto dei testimoni dei fatti.

I dati ufficiali riferiscono di  20 giornalisti feriti. Dati ufficiali supportati da referti o da denunce specifiche per le aggressioni o gli abusi subiti. Ma c’è un numero consistente di giornalisti, fotoreporter e telecineoperatori che non figurano nel mattinale del posto di polizia dei pronto soccorso genovesi. Perché pur avendo subito botte e violenze varie per loro fortuna sono “rimasti” in condizioni di potere continuare a lavorare. I dati derivanti da testimonianze diverse di colleghi italiani e stranieri, fissano in un’altra trentina di persone il numero di operatori dell’informazione che hanno subito manganellate dalle forze dell’ordine, intossicazioni lievi da gas lacrimogeno, aggressioni da parte dei violenti di piazza alle quali sono riusciti a sottrarsi grazie all’aiuto di qualche collega o di quella parte di contestatori non violenti, ma anche in alcuni casi per l’intervento di un agente o di un carabiniere che ha fermato un altro carabiniere che manganellava o un manifestante che aveva aggredito il giornalista.

E’ accaduto anche questo e i giornalisti lo hanno raccontato, lo hanno detto ai colleghi quale ulteriore testimonianza della buona fede e dell’onestà intellettuale del lavoro svolto, appunto senza fare sconti a nessuno, ma anche raccontando episodi positivi all’interno di giornate di grandissima violenza.  

FOTOREPORTER  IN OSPEDALE E IN CARCERE – I giornalisti delle immagini, i fotoreporter dipendenti e free lance, sono quelli che hanno subito i danni maggiori. La nota del Gruppo di specializzazione dei giornalisti dell’informazione visiva dell’Associazione lombarda dei giornalisti è esplicita. Tredici i casi denunciati con giornalisti delle immagini feriti, con arti fratturati, trauma cranico. Tutti vittime della “par condicio” della violenza nei confronti della stampa. Eligio Paoni dell’agenzia Contrasto, Sonia Fedi di Mediaset, Tito Mangiante freelance per la Rai, Jeerome Delai fotoreporter dell’Ap, Pigi Capelli fotogiornalista freelance, Yanni Kontos, fotogiornalista dell’agenzia francese Gamma, Roberto Bobbio, fotografo genovese per il Secolo XIX, Jonas Santiago Neches Nuevos della Argon Press, Mimmo Frassinetti dell’Agf. L’aggressione a Frassinetti è documentata con una foto che evidenzia l’aggressore, con un passamontagna e una maglia gialla da calciatore con il numero 1. E’ lo stesso manifestante ripreso in altri scontri, compresa una foto di un fotogiornalista genovese in cui è “immortalato” mentre lancia dentro una vettura incendiata, la telecamera sottratta ad un cineoperatore.

E, ancora, un’intera troupe della tivù giapponese Jtv, Luciano Del Castello, fotoreporter Ansa, due fotogiornalisti francesi “accecati” con del gas per evitare che fotografassero un pestaggio, la troupe di Independent Media Switzerland: tutti aggrediti e pestati. Dalle tute nere o dai violenti di piazza con il furto delle loro attrezzature, dalle forze dell’ordine che hanno avuto anche come obiettivo la distruzione dei chips delle macchine digitali, dei rullini fotografici o dei filmati. Episodi supportati dalle denunce formali e dai racconti di testimoni o dei diretti interessati. L’obiettivo comune di chi ha aggredito i giornalisti e fotoreporter era quello di impedire di testimoniare e di distruggere, nel caso, il materiale che era stato già fissato.

Denunce precise e specifiche sono arrivate dalle organizzazioni internazionali della stampa, denunce e proteste sono state inoltrate dalle stesse organizzazioni al governo e al ministero degli esteri. La stessa selezione di alcune delle centinaia di “agenzie” e di articoli diffusi tra il 20 e il 22 luglio confermano e denunciano altri episodi.

Arrestato e denunciato per “associazione a delinquere finalizzata alla devastazione”, per essere poi scarcerato dal pm, è il giornalista del Resto del Carlino, Lorenzo Guadagnucci, “reo” di essersi trovato all’interno della scuola dormitorio Pascoli Pertini durante il blitz della notte tra il 21 e 22 luglio. Guadagnucci è rimasto in stato di arresto all’ospedale Galliera con una lesione ad un braccio, provocata da un manganello (modello Tonfa?)  impugnato alla rovescia a mo’ di martello.

Sam Cole e il fotografo Jeerome Delay (già citato) della tivù Aptn (televisione dell’Ap) sono rimasti feriti l’uno dalla polizia, l’altro da una sprangata di un manifestante. Timoty Fedeck della Gamma Press , è stato ferito dalla polizia mentre riprendeva i dimostranti che stavano attaccando gli agenti con lanci di pietre.

John Elliot del Sunday Times ha denunciato le violenze subite mentre, dall’interno di un corteo, riprendeva le fasi delle manifestazioni.

Enrico Fletzer, direttore di Radio K centrale è stato aggredito, picchiato e ferito mentre scriveva all’interno del press center del Gsf alla scuola Diaz: indossava la pettorina stampa, si è qualificato, ma non è servito a nulla. Anzi, gli è stata raddoppiata la razione di botte con un “doppio” lancio di una panca sulla testa.

Mark Cowell, inglese, free lance, ha raccontato di essere stato costretto “a fingersi” morto per evitare di essere ancora pestato durante il blitz alla Pascoli Pertini. Cowell ha riportato una frattura alle costole e una lesione polmonare. Per gli inquirenti sarebbe “contiguo” agli antiglobal e sarebbe stato coinvolto in altre manifestazioni a Londra. Cowell ha negato, da Londra non sono arrivate conferme. A Genova ha riferito di essere rimasto sempre al Press center del Gsf per aggiornare in diretta il sito della News Dispatch. A prescindere dalle idee politiche di Cowell, è stata giustificata tanta violenza? Restano il suo arresto, un polmone bucato e il rifiuto della convalida dell’arresto da parte del giudice. La vicenda di Cowell è stata raccontata su diversi giornali con le versioni anche degli investigatori. 

UNA PETTORINA TROFEO - Tra i giornalisti fermati nella scuola dormitorio c’è anche un telecineoperatore tedesco, Kirsten Wagenschein. Ha lavorato a Genova regolarmente accreditato quale free lance con il pass ufficiale Anche lui era all’interno della scuola dormitorio ed è stato preso la notte del blitz. Durante la conferenza stampa del 22 svoltasi in Questura tra il materiale sequestrato e portato come prova delle accuse di “associazione a delinquere finalizzata alla devastazione” (un’associazione a delinquere contestata per la prima volta in Italia in flagranza di reato), è stata anche mostrata una pettorina ufficiale dell’Fnsi-Aldg-Ordine. La pettorina era quella di Kirsten Wagenschein, un operatore dell’informazione non un violento di piazza. 

LA NOTTE DELLA DIAZ - La testimonianza e il racconto dei giornali è stato uniforme. E il ruolo dei giornalisti dei vari media fondamentale. Al racconto, alla cronaca, si sono unite le testimonianze diventate poi parte integrante delle indagini in corso. La notizia di un possibile blitz o perquisizione alla scuola dormitorio o al Carlini era iniziata a circolare attorno alle 22.30. Il dato della nostra ricostruzione e della nostra testimonianza fissa la prima telefonata che segnalava l’accaduto,attorno alla mezzanotte-0.15. A telefonare è il direttore di Radio K Centrale di Bologna, Enrico Fletzer, che si trovava nel press center e stava scrivendo all’interno dell’aula dove si trovavano anche le postazioni di altri giornali. Fletzer avvisa con una concitata telefonata il presidente dell’Ordine dei giornalisti Attilio Lugli che, a sua volta, avverte l’Aldg e il sottoscritto. Entrambi, con molti altri colleghi, arriviamo in via Battisti attorno alle 0.30-045 grazie ad un tassista scafato e spericolato. Fletzer ci ricontatta telefonicamente offrendo una ulteriore ricostruzione dell’accaduto e del blitz nel press center. Enrico Fletzer è stato convocato lo scorso 13 agosto quale testimone da uno dei pm titolari dei 9 filoni di indagine sul G8 e ascoltato per circa tre ore, con la secretazione del verbale. Fletzer è uno dei giornalisti al quale era stato negato il pass ufficiale per il G8, caso poi risolto dopo il ricorso al giudice civile in via d’urgenza.

Fletzer aveva ricostruito la stessa note tra il 21 e il 22, l’ingresso della polizia, le percosse subite con il lancio di una panca, l’irruzione nell’aula del centro dei legali del Gsf dove avverranno le manomissioni di computer e hard disk. Al nostro arrivo il blitz è già finito e iniziano ad uscire i primi arrestati “barellati”. Il tutto in una situazione di grande tensione, urla, proteste. In quelle fasi e mentre ci recavamo in via Battisti abbiamo cercato di contattare sia il Questore sia la Procura per chiedere chiarimenti su cosa stava accadendo (al Questore) e per segnalare la grave situazione (alla Procura). All’arrivo sul posto il sottoscritto e il presidente dell’Ordine hanno contattato il dirigente della Digos genovese, Spartaco Mortola, l’unico “raggiungibile” in mezzo alle centinaia di agenti e carabinieri, di ambulanze, di residenti delle vie adiacenti, di amici degli arrestati. Mortola, prima di allontanarsi, ebbe uno scambio di battute con noi. Alla nostra domanda su cosa era accaduto e alla richiesta di chiarimenti sull’aggressione al collega Fletzer rispondeva: «dovrete vedere cosa abbiamo sequestrato». Noi obiettammo che non era in discussione il diritto-dovere della polizia di procedere ad una perquisizione, ma il “metodo” che si stava rivelando quantomeno anomalo alla luce dell’uscita di decine di feriti alcuni dei quali apparivano (come confermeranno poi molte diagnosi) in gravi condizioni.

A quel punto Mortola si allontanò. E ebbi la personale sensazione che fosse stato quasi portato via di peso dagli uomini che lo circondavano, tutti o in divisa o con la pettorina della polizia, indossanti il casco e con il manganello.

Il ritiro delle forze dell’ordine avviene poi praticamente a piedi con un consistente gruppo che viene fatto arretrare in formazione a testuggine (tutti pensarono ad una carica e ci fu un disordinato fuggi fuggi dei presenti), per poi ritirarsi di corsa perché era rimasto a piedi: i mezzi erano stati utilizzati per trasportare i fermati non feriti. Dopo il ritiro delle forze dell’ordine siamo riusciti ad entrare sia nel press center sia nella scuola dormitorio: l’immagine è stata quella dell’esito del passaggio di un tornado. Tutto era stato sconvolto, c’era sangue sui muri, sui termosifoni e sul pavimento. Anche i crocifissi erano “volati” dai muri, finiti per terra o spezzati.

Siamo entrati tra i primi con altri colleghi, compreso un fotogiornalista francese (Philippe Blanchard) che è stato uno dei primi a riprendere le immagini del dopo blitz e a consegnarle alla procura (in qualità di teste) la mattina successiva. Blanchard spiegherà poi che durante il blitz l’elicottero che ha collaborato all’operazione, ha mantenuto il proprio farso puntato contro le finestre del press center: «in tal modo – ha riferito Blanchard – sentivamo solo del frastuono, ma non potevamo vedere cosa accadeva».

Con il collega Attilio Lugli, presidente dell’Ordine dei giornalisti, siamo stati ascoltati (con il collega Blanchard e un altro free lance) la domenica mattina in qualità di testimoni dal pm Francesco Pinto e dalla polizia giudiziaria. La “normalità”, nel senso di un relativo calo della tensione in via Battisti, è tornata attorno alle 5 del mattino quando ci siamo allontanati dalla zona. Già nella nottata le notizie sul blitz erano state ampiamente diffuse da tutte le agenzie, da Rainews24 con le prime immagini, con dirette telefoniche di radio e tivù dei vari network presenti a Genova. 

LA MORTE DI CARLO GIULIANI – Anche in questo caso la presenza e la testimonianza dei giornalisti sono stati fondamentali. La sequenza fotografica del fotoreporter della Reuter, diffusa nel volgere di un’ora dopo il fatto, ha chiarito sostanzialmente i fatti e in buona parte la dinamica di quanto era accaduto. Fissando lo “sparo”, l’assalto alla jeep dei carabinieri e chi aveva partecipato a quello scontro in piazza Alimonda. Questo accadeva mentre le fonti ufficiali non avevano ancora fornito l’identità del morto, attribuendo, nell’ordine, le cause del decesso al lancio di una pietra o al “bossolo” vagante di un lacrimogeno. spesso lanciati ad altezza d’uomo. Successivamente sono poi circolati altri video, altre foto che hanno ulteriormente consolidato la dinamica dell’evento. Eligio Paoni, il già citato fotoreporter malmenato dalle forze dell’ordine mentre fotografava il cadavere, è stato ascoltato a lungo dal pm Silvio Franz, titolare dell’indagine sulla morte di Giuliani. Il verbale della deposizione è stato secretato.

Foto oltre ai filmati e alle immagini (del Tg5, della Rai  e di due tivù genovesi) di piazza Alimonda durante gli scontri, la sparatoria e il dopo-scontro sono stati acquisiti dalla magistratura. Il lavoro dei giornalisti e le loro immagini, l’indagine giornalistica hanno portato – di fatto – uno dei partecipanti all’assalto alla jeep dei carabinieri, a costituirsi alla procura. E’ stato il pressing giornalistico (oltre alle indagini che non lo avevano però ancora identificato) a schiodare la situazione. Il giovane commerciante genovese oggi indagato per tentato omicidio (è il manifestante che impugna la trave che “entra” nella jeep durante le tragiche fasi dell’assalto e della sparatoria) esce allo scoperto dopo che sui giornali compare una sua prima generica identificazione con la notizia dell’ulteriore approfondimento delle indagini. Il commerciante viene agganciato da un cronista e parla una prima volta in forma anonima. Due giorni dopo si presenta al giudice con il proprio legale, per rilasciare poi una conferenza stampa difensiva.  

BOLZANETO E LA CITTADELLA DELLA POLIZIA – Sono altri due elementi fondamentali della presenza della stampa e del lavoro giornalistico sul G8. Le prime segnalazioni di sospetti abusi e di violenze sono arrivate dagli avvocati già dalla nottata tra domenica e lunedì. La “notizia” era trapelata, ma la deroga ai colloqui tra arrestati e difensori disposta già nell’organizzazione del preG8, impediva di avere notizie certe e verificabili da parte di tutti. La conferma dei racconti arriva con le prime udienze di convalida da parte di Gip che valutando le richieste della procura sulla convalida e conferma degli arresti, scarcerano decine e decine di arrestati anche quando c’è la convalida formale dell’arresto. I racconti e le denunce in sede di interrogatorio di convalida sono tali che gli stessi otto Gip delle udienze inviano una loro segnalazione alla procura sulla gravità della situazione riscontrata evidenziando che episodi di violenza o, quantomeno, sospetti, si sarebbero verificati anche alla cittadella della polizia alla Fiera del mare. Cittadella con gli alloggiamenti delle forze dell’ordine realizzata ad hoc per il G8. La relazione dei Gip offre una prima conferma ai racconti già pubblicati dai giornali o resi pubblici dalle radio tivù. Le diverse indagini vengono avviate e consolidate. Il denunciato – da parte di alcuni sindacati di polizia, parti politiche e da ultimo anche dal Questore Fioriolli – complotto o connivenza dei media con chi raccontava falsamente questi episodi trova già qui una prima smentita. La vicenda di Bolzaneto, una delle 9 indagini genovesi, vedrà emergere poi altre specificazioni come la parte delle sospette violenze che sarebbero avvenute in alcune carceri dove gli arrestati sono poi stati trasferiti. A fine agosto due infermieri dipendenti del DAP vengono ascoltati dalla procura come testimoni. E il loro racconta conferma molte degli episodi sospetti: due testimoni presentatisi spontaneamente davanti alla magistratura e dipendenti dell’amministrazione penitenziaria, aggregati a Genova durante il G8. 

I MANGANELLI – E’ un’altra indagine che conferma quanto era stato anticipato e raccolto dai media. L’uso improprio dei manganelli durante l’ordine pubblico svolto in strada è stato documentato da alcune foto pubblicate da Il Secolo XIX e da molte testimonianze che riferivano l’impugnatura di quelli di nuova produzione a mo’ di martello, con la barra laterale all’impugnatura girata verso chi veniva colpito. La magistratura ne ha deciso il sequestro per procedere a delle consulenze e delle perizie alla ricerca di tracce ematiche e altri elementi. Anche in questo caso le valutazioni, le anticipazioni, il lavoro di ricerca dei giornalisti è stato approfondito e serio.Non sono stati anticipati giudizi o sentenze: c’è stato il racconto dei fatti. L’eventuale giudizio o analisi di tipo politico è stato fatto sulla base dei fatti. 

IL CASO PERUGINI – Uno degli episodi più gravi, sul fronte delle forze dell’ordine, è stato quello del pestaggio del quindicenne di Ostia, preso in “mezzo” da un gruppo di agenti in divisa e in borghese per essere poi pestato a sangue con calci e pugni. Un pestaggio che ha coinvolto, oltre ad altri in via di identificazione, anche il vice capo della Digos di Genova, Alessandro Perugini.

Anche in questo caso la potenza delle immagini è stata una conferma del ruolo svolto dai fotoreporter e dai telecineoperatori.

La sequenza di quell’aggressione è poi comparsa su diversi siti internet dopo essere stata diffusa dalla Rai. Una prima immagine era comparsa sul sito del Gsf, ma era poco chiara e non attendibile per l’identificazione dei responsabili. I colleghi hanno lavorato diversi giorni alla ricerca di conferme e di verità. Poi, alcuni giorni prima che la sequenza fotografica venisse pubblicata sul Corriere della sera, il vice capo della Digos di Genova Alessandro Perugini, viene intervistato da un giornalista de Il Secolo XIX. L’intervista porta le prime conferme. Con le giustificazioni di Perugini. L’inchiesta partirà successivamente. Perugini non è stato una vittima del progetto giornalistico di “costruzione di un’immagine negativa delle forze di polizia in genere”, ma vittima di se stesso. Saranno i giudici a scrivere la verità giudiziaria. Quella oggettiva, dei fatti e delle immagini, l’hanno disegnata i media. Senza “artifici o raggiri”.