Una sintesi del discorso
pronunciato da Antonio Cassese per il conferimento della
cittadinanza onoraria di Firenze ad Akbar Ganji.
La lotta per i diritti umani avviene a due livelli: a quello intergovernativo, e si incentra soprattutto sull' ONU; e a livello di società civile internazionale. L' azione dell' ONU, per quanto generosa, si sta esaurendo. Sempre più decisiva è dunque quella della società civile. Questa opera non solo attraverso associazioni, gruppi organizzati o movimenti (Amnesty international ed altre Ong). La società civile fa sentire la sua voce anche attraverso singole persone che hanno la forza di opporsi, di criticare, di mettere in discussione l' autorità dello Stato nel quale vivono. Sono i dissidenti, coloro che sacrificano i propri interessi personali per poter liberamente e pubblicamente revocare in dubbio la legittimità del potere. Certo, il mondo in cui viviamo cambia ogni giorno grazie all' opera fattiva di uomini politici, di ingegnosi innovatori che elaborano nuovi progetti sociali. Ma se storture, deviazioni, autoritarismi, vengono in qualche modo arginati o erosi, lo dobbiamo ai dissidenti. Essi sono animati da un formidabile spirito critico. Guardano più alto e più lontano. Sono accaniti. E la loro azione, in apparenza velleitaria, utopistica o sterile, è un acido potente che intacca la realtà, se non subito, alla lunga. La loro azione può suscitare in tutti noi che assistiamo attoniti a tanta violenza nel mondo, «una minuscola onda di speranza» (a tiny ripple of hope, per riprendere le parole del bellissimo discorso che Robert Kennedy tenne il 7 giugno 1966 a Cape Town, agli studenti sudafricani che ancora pativano la segregazione razziale). L' azione di alcuni oppositori, solitari e pervicaci, ha smosso gli animi di tante altre persone. Se il 27 giugno 1937 il pastore luterano Martin Niemoller non si fosse pronunciato a Berlino, nel suo sermone domenicale, contro l' oppressione nazista, venendo per ciò arrestato dalla Gestapo e trascinato prima a Sachsenhausen e poi a Dachau, allora ed ancora oggi si sarebbe potuto credere che in Germania vi fosse il deserto morale. Se nel 1939 Alexander Solzhenitsyn non si fosse apertamente rivoltato contro il regime di Stalin, subendo il carcere per lunghi anni, e se poi non avesse avuto il talento e la forza di scrivere libri rivoluzionari sulla società sovietica, molto più tempo sarebbe stato necessario per smantellare il gulag. Se il 1 dicembre 1955 Rosa Parks, una «cucitrice» nera di Montgomery nell' Alabama, non si fosse seduta in un posto dell' autobus riservato ai bianchi e non fosse stata quindi arrestata per aver violato le leggi americane sulla segregazione razziale, il giorno dopo non sarebbe stato organizzato il boicottaggio di tutti gli autobus della città (boicottaggio guidato da un giovane pastore nero, Martin Luther King jr.), e la Corte Suprema degli Stati Uniti non avrebbe approvato, il 13 novembre 1956, la decisione di un coraggioso giudice di colore secondo cui che le leggi sulla segregazione razziale erano incostituzionali. Se Andrej Sakharov non avesse contestato nel 1957 e 1958 gli esperimenti nucleari sovietici a scopo bellico e non avesse poi cominciato a ribellarsi apertamente, nel 1970, contro il soffocamento delle libertà in Unione Sovietica, probabilmente lo sgretolamento del potere in quello Stato sarebbe stato più lento. Se in Birmania da anni Aung San Suu Kyi non si battesse con enorme coraggio per la democrazia, soffrendo insopportabili limitazioni della propria libertà, con il carcere e l' impossibilità di incontrare liberamente altri cittadini, la giunta militare che dal 1962 governa il paese sarebbe sprofondata ancora di più nell' autoritarismo. Se in Iran l' avvocatessa Shirin Ebadi non lottasse da anni contro i regimi autoritari che si sono succeduti nel tempo, oggi in quel paese i diritti delle donne sarebbero ancora più misconosciuti. Akbar Ganji appartiene a questa alta schiera di contestatori morali. Con i suoi scritti e con sei anni di carcere egli ha mostrato come si può resistere alla dittatura. Come scrive nella sua Seconda Lettera alle persone libere del mondo, «nei sistemi democratici il personaggio politico più importante è una persona capace di commettere errori, ha poteri circoscritti, è sottoposto al controllo del popolo, e soprattutto è eletto dal popolo per un periodo di tempo determinato. La teoria dei guardiani assoluti della legge e tutto ciò che è stato approvato al riguardo nella Costituzione della Repubblica islamica, si pongono in radicale contrasto con queste idee. Nella Repubblica islamica colui che è al vertice del potere non risponde a nessuno, e tutto il potere è nelle sue mani». Ganji ha anche il merito di mostrare i limiti profondi dell' ideale di giustizia sociale propugnato dal regime iraniano. Non possono esistere giustizia sociale, un' equa distribuzione delle ricchezze e lotta contro la corruzione - egli osserva - se non in una società in cui ognuno possa esprimere liberamente le proprie idee e liberamente contraddire le autorità di governo. Akbar Ganji si è battuto e si batte per la libertà di manifestazione del pensiero. E' un bene prezioso. Certo, Bertolt Brecht aveva ragione, quando diceva che a chi ha la pancia vuota, a chi soffre la fame, il diritto di esprimere liberamente le proprie idee può interessare assai poco. E però anche vero, e lo ha ben dimostrato Ganji nei suoi scritti dal carcere, che senza la libertà di pensiero il soddisfacimento del diritto alla vita, alla nutrizione, al lavoro, rimane precario e sottoposto agli arbitrii dei despoti. La libertà di pensiero è quel che i dittatori odiano di più. Sono disposti a dare case, scuole, palestre, strade, ospedali, ma solo a sentir parlare di libertà di pensiero danno in escandescenze. Domandiamoci infine: perché Akbar Ganji e gli altri che ho ricordato sopra si rifiutano di accettare l' esistente, le menzogne, i luoghi comuni cui si conformano tutti gli altri, gli «uomini che non si voltano» di cui parlava Montale? Perché, con gesti dimessi e quotidiani, ma con insopprimibile forza d' animo, si ribellano e rompono le regole? La ragione la diede per tutti Rosa Parks, il primo dicembre 1955. Spiegò che il suo rifiuto di alzarsi dal posto dell' autobus destinato ai bianchi e di sedersi in uno dei posti assegnati ai neri era stato per lei « una questione di dignità; se mi fossi mossa di lì, dopo non avrei potuto affrontare me stessa e la mia gente». Anche per Akbar Ganji criticare le autorità iraniane e affermare la libertà di opinione è stata una questione di dignità. Gliene saremo sempre riconoscenti, perché è grazie a persone come lui che la lotta per i diritti umani ogni tanto registra qualche piccola vittoria. E' grazie a persone come lui che ogni tanto possiamo ancora percepire qualche «minuscola onda di speranza».
La lotta per i diritti umani avviene a due livelli: a quello intergovernativo, e si incentra soprattutto sull' ONU; e a livello di società civile internazionale. L' azione dell' ONU, per quanto generosa, si sta esaurendo. Sempre più decisiva è dunque quella della società civile. Questa opera non solo attraverso associazioni, gruppi organizzati o movimenti (Amnesty international ed altre Ong). La società civile fa sentire la sua voce anche attraverso singole persone che hanno la forza di opporsi, di criticare, di mettere in discussione l' autorità dello Stato nel quale vivono. Sono i dissidenti, coloro che sacrificano i propri interessi personali per poter liberamente e pubblicamente revocare in dubbio la legittimità del potere. Certo, il mondo in cui viviamo cambia ogni giorno grazie all' opera fattiva di uomini politici, di ingegnosi innovatori che elaborano nuovi progetti sociali. Ma se storture, deviazioni, autoritarismi, vengono in qualche modo arginati o erosi, lo dobbiamo ai dissidenti. Essi sono animati da un formidabile spirito critico. Guardano più alto e più lontano. Sono accaniti. E la loro azione, in apparenza velleitaria, utopistica o sterile, è un acido potente che intacca la realtà, se non subito, alla lunga. La loro azione può suscitare in tutti noi che assistiamo attoniti a tanta violenza nel mondo, «una minuscola onda di speranza» (a tiny ripple of hope, per riprendere le parole del bellissimo discorso che Robert Kennedy tenne il 7 giugno 1966 a Cape Town, agli studenti sudafricani che ancora pativano la segregazione razziale). L' azione di alcuni oppositori, solitari e pervicaci, ha smosso gli animi di tante altre persone. Se il 27 giugno 1937 il pastore luterano Martin Niemoller non si fosse pronunciato a Berlino, nel suo sermone domenicale, contro l' oppressione nazista, venendo per ciò arrestato dalla Gestapo e trascinato prima a Sachsenhausen e poi a Dachau, allora ed ancora oggi si sarebbe potuto credere che in Germania vi fosse il deserto morale. Se nel 1939 Alexander Solzhenitsyn non si fosse apertamente rivoltato contro il regime di Stalin, subendo il carcere per lunghi anni, e se poi non avesse avuto il talento e la forza di scrivere libri rivoluzionari sulla società sovietica, molto più tempo sarebbe stato necessario per smantellare il gulag. Se il 1 dicembre 1955 Rosa Parks, una «cucitrice» nera di Montgomery nell' Alabama, non si fosse seduta in un posto dell' autobus riservato ai bianchi e non fosse stata quindi arrestata per aver violato le leggi americane sulla segregazione razziale, il giorno dopo non sarebbe stato organizzato il boicottaggio di tutti gli autobus della città (boicottaggio guidato da un giovane pastore nero, Martin Luther King jr.), e la Corte Suprema degli Stati Uniti non avrebbe approvato, il 13 novembre 1956, la decisione di un coraggioso giudice di colore secondo cui che le leggi sulla segregazione razziale erano incostituzionali. Se Andrej Sakharov non avesse contestato nel 1957 e 1958 gli esperimenti nucleari sovietici a scopo bellico e non avesse poi cominciato a ribellarsi apertamente, nel 1970, contro il soffocamento delle libertà in Unione Sovietica, probabilmente lo sgretolamento del potere in quello Stato sarebbe stato più lento. Se in Birmania da anni Aung San Suu Kyi non si battesse con enorme coraggio per la democrazia, soffrendo insopportabili limitazioni della propria libertà, con il carcere e l' impossibilità di incontrare liberamente altri cittadini, la giunta militare che dal 1962 governa il paese sarebbe sprofondata ancora di più nell' autoritarismo. Se in Iran l' avvocatessa Shirin Ebadi non lottasse da anni contro i regimi autoritari che si sono succeduti nel tempo, oggi in quel paese i diritti delle donne sarebbero ancora più misconosciuti. Akbar Ganji appartiene a questa alta schiera di contestatori morali. Con i suoi scritti e con sei anni di carcere egli ha mostrato come si può resistere alla dittatura. Come scrive nella sua Seconda Lettera alle persone libere del mondo, «nei sistemi democratici il personaggio politico più importante è una persona capace di commettere errori, ha poteri circoscritti, è sottoposto al controllo del popolo, e soprattutto è eletto dal popolo per un periodo di tempo determinato. La teoria dei guardiani assoluti della legge e tutto ciò che è stato approvato al riguardo nella Costituzione della Repubblica islamica, si pongono in radicale contrasto con queste idee. Nella Repubblica islamica colui che è al vertice del potere non risponde a nessuno, e tutto il potere è nelle sue mani». Ganji ha anche il merito di mostrare i limiti profondi dell' ideale di giustizia sociale propugnato dal regime iraniano. Non possono esistere giustizia sociale, un' equa distribuzione delle ricchezze e lotta contro la corruzione - egli osserva - se non in una società in cui ognuno possa esprimere liberamente le proprie idee e liberamente contraddire le autorità di governo. Akbar Ganji si è battuto e si batte per la libertà di manifestazione del pensiero. E' un bene prezioso. Certo, Bertolt Brecht aveva ragione, quando diceva che a chi ha la pancia vuota, a chi soffre la fame, il diritto di esprimere liberamente le proprie idee può interessare assai poco. E però anche vero, e lo ha ben dimostrato Ganji nei suoi scritti dal carcere, che senza la libertà di pensiero il soddisfacimento del diritto alla vita, alla nutrizione, al lavoro, rimane precario e sottoposto agli arbitrii dei despoti. La libertà di pensiero è quel che i dittatori odiano di più. Sono disposti a dare case, scuole, palestre, strade, ospedali, ma solo a sentir parlare di libertà di pensiero danno in escandescenze. Domandiamoci infine: perché Akbar Ganji e gli altri che ho ricordato sopra si rifiutano di accettare l' esistente, le menzogne, i luoghi comuni cui si conformano tutti gli altri, gli «uomini che non si voltano» di cui parlava Montale? Perché, con gesti dimessi e quotidiani, ma con insopprimibile forza d' animo, si ribellano e rompono le regole? La ragione la diede per tutti Rosa Parks, il primo dicembre 1955. Spiegò che il suo rifiuto di alzarsi dal posto dell' autobus destinato ai bianchi e di sedersi in uno dei posti assegnati ai neri era stato per lei « una questione di dignità; se mi fossi mossa di lì, dopo non avrei potuto affrontare me stessa e la mia gente». Anche per Akbar Ganji criticare le autorità iraniane e affermare la libertà di opinione è stata una questione di dignità. Gliene saremo sempre riconoscenti, perché è grazie a persone come lui che la lotta per i diritti umani ogni tanto registra qualche piccola vittoria. E' grazie a persone come lui che ogni tanto possiamo ancora percepire qualche «minuscola onda di speranza».
