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Montanelli, uno stregone contro tutti
Una biografia intellettuale del principe fra i giornalisti italiani, firmata da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci

di Pier Luigi Battista
Fonte: il Corriere 

Lo definiscono «lo stregone»: perché? Per quale motivo una biografia intellettuale di Indro Montanelli, quella scritta per Einaudi da Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Lo stregone? Il copyright, come si evince da una lettera inedita resa nota da Gerbi e Liucci, è dell’ex ministro degli Esteri fascista Dino Grandi, uno dei principali protagonisti del 25 luglio che così si rivolse a Montanelli: «Tu sei davvero uno stregone, caro Indro». Scrivendo di quel giorno fatale, osservava infatti Grandi, «sei riuscito a fare di questa storia una cosa originalissima, piena di novità e di scoperte, scoperte anche a me stesso su cose che feci e che pensai e delle quali mi ero dimenticato e che tu hai ricordato e scoperto senza che alcuno te le dicesse».
«Stregone», dunque, perché con il suo stile speziato e immaginifico Montanelli sapeva «ricreare» un evento, in una «commistione fra giornalismo e letteratura», come scrivono i due autori del libro einaudiano, in cui la storia del «vero» si arricchisce e si affina con gli ingredienti saporiti del «verosimile ». «Stregone», soprattutto, perché la definizione si attaglia virtuosamente al più grande giornalista italiano del Novecento che per di più seppe stabilire, come nessun altro, un rapporto ipnotico con i suoi lettori. La sua prosa era limpida e incomparabilmente ricca, ma da sola non bastava, non poteva bastare.
Nella figura di Montanelli emanava piuttosto qualcosa che stregava il suo pubblico, incatenava i suoi estimatori ed esulcerava i suoi detrattori. In che cosa consisteva il segreto di questo impalpabile sortilegio che avvinceva chi si accostava all’impareggiabile Indro e, inasprendo oltremodo le idiosincrasie dei nemici, affascinava un pezzo d’Italia profonda, abbacinata da questo prodigio dalla silhouette longilinea e affusolata che partì da Fucecchio, attraversò giovanilmente il fascismo, animò la fronda (o quasi) al regime, ripudiò l’ortodossia della nuova religione civile antifascista, incarnò quella che Longanesi definiva la «destra psicologica» ma che negli ultimi anni di vita voltò le spalle alla neo-destra politica e trionfante rappresentata dal berlusconismo?
Ecco il nucleo dell’indagine spietata ma minuziosa avviata da Gerbi e Liucci. Un esame che penetra nel cuore del montanellismo, nel chiaroscuro delle tortuosità biografiche dello «stregone» a partire dagli anni Trenta: l’analisi di un arci-italiano anti- italiano (forse la figura più tipica di questo ossimoro storico-mentale) custodito nella collezione del Corriere della Sera come uno dei suoi gioielli più preziosi, persino dopo le dolorose vicissitudini che lo allontanarono dalla casa madre, per poi tornarvi con commozione.
Gli anni Trenta, appunto: lo scenario chiave che Gerbi (assieme a Liucci) rilegge con acribia e imperturbabilità critica, anche a costo di sfiorare piaghe esistenziali mai interamente sanate. Gli anni Trenta delle prime collaborazioni giornalistiche e poi dell’approdo al Corriere di Aldo Borelli. Del fascismo generoso e ingenuo, o generosamente ingenuo, dell’Universale di Berto Ricci. Del «mal d’Africa» dell’avventura abissina, per lo più condotta, eccepisce Gerbi, nella missione «sedentaria» di un’impresa glorificata «dietro a una scrivania».
Della guerra civile in Spagna, che costò il posto al giovane Montanelli colpevole di non aver vergato reportages eroicizzanti a favore del regime (e di necessità scritte, talvolta, da una meno infernale Costa Azzurra). E poi la «quarantena» in Estonia (quasi un principio di confino, se non di esilio), il graduale, arzigogolato, impacciato emanciparsi dalle credenze giovanili sul fascismo, le corrispondenze giornalistiche come inviato di guerra, la cecità imbarazzante nel ’42 di fronte a un campo di concentramento e di sterminio di Jasenovac allestito dal nazi- ustascia croato Ante Pavelic´, centinaia di migliaia di morti ammazzati, che pure viene dipinto con toni al limite della bonarietà. E ancora, la rottura definitiva con il fascismo, la cattura a San Vittore, la fuga in Svizzera e l’incontro choc con i fuorusciti: «m’illusi che il peggio fosse passato. Ma purtroppo non tardai a capire che l’antifascismo per certi versi era peggiore del fascismo».
Ecco il passaggio enigmatico ma cruciale che dominerà il montanellismo e metterà Indro in quel contatto, unico, quasi magico, con una parte d’Italia che nella sua prosa e nei suoi umori si identificherà toto corde. Qui Gerbi eLiucci entrano, non condividendone la parabola ma con la minuziosità scevra da pregiudizi degli studiosi di gran classe, nella scelta della porta stretta che porterà una volta per tutte all’unicità irregolare di Indro Montanelli, simile in questo forse al solo Longanesi. Quando incontra quei fuorusciti antifascisti in Svizzera, Montanelli potrebbe fare come tanti altri suoi coetanei: denunciare il proprio fascismo giovanile, vantare il suo progressivo disincanto, rivendicare la «fronda», magnificare benemerenze antifasciste, precoci o tardive (in alcuni casi, molto tardive, quasi fuori tempo massimo) che fossero, adagiarsi in una comoda «senatorialità» antifascista, purificata dal peccato d’origine attraverso abili accorgimenti. E invece?
Invece Montanelli, quando ancora infuria l’atmosfera della guerra civile, fa il contrario. Si mostra allergico alla retorica e alle pose dell’antifascismo, rompe con l’unità mitologica invocata dai sacerdoti dello spirito resistenziale. Ha paura dell’antifascismo ufficiale, come tanti italiani che avevano compiuto il suo stesso percorso, confinati nel recinto infetto della zona grigia, terrorizzati da quella politica che lo stesso Montanelli definirà in seguito «delirio epurazionista »: e diventa uno dei capofila di quello che Gerbi e Liucci, riprendendo una definizione oggi in voga, etichettano come «anti- antifascismo».
Come tanti italiani compromessi con il fascismo e spaventati dalle epurazioni, Montanelli comincia ad elaborare una memoria non vendicativa del ventennio fascista (momento essenziale: la scrittura di Qui non riposano). Attraversa al Corriere, quello diretto all’indomani della Liberazione da Mario Borsa, il momento (ovviamente assieme a quello che lo porterà alla rottura del Giornale, negli anni Settanta) più difficile. Il direttore lo confina nella critica cinematografica, quella dei «b-movies, quali Il figlio di Tarzan o Il segno di Zorro». «Abbastanza umiliante per il futuro principe del giornalismo italiano», scrivono Gerbi e Liucci. «Un’atmosfera di ricatto e di intimidazione », annoterà negli anni successivi un Montanelli ancora risentito per il trattamento subìto dai purissimi dell’epurazione. Ma nell’atmosfera corrusca Montanelli mette a punto un colloquio con quella parte d’Italia che non vuole più traumi e rivoluzioni, non vuole essere messa sotto processo per le sue compromissioni con il fascismo e nutre una fobìa invincibile per il comunismo e la sinistra vessillifera dell’intransigenza.
Montanelli, attraverso il Corriere ma anche con i suoi libri e dalle pagine del Borghese elegante e colto creato da Leo Longanesi (dove si firma con lo pseudonimo Antonio Siberia) stabilisce con i suoi lettori un rapporto di complicità intensa che durerà per decenni, almeno fino alla rottura con Berlusconi, che invece quell’Italia accarezzerà come suo nuovo nume tutelare. Interprete, come scrivono gli autori del libro, di una destra aliena da ogni tentazione populista, nondimeno Montanelli non esiterà a temprare il suo anticomunismo fino alle soglie di una militanza pugnace e non priva di durezze, come testimonia la corrispondenza nei primi anni Cinquanta con l’ambasciatore Usa in Italia, Clare Boothe Luce. Negli ultimi anni, impegnati in una «Stanza» del «suo» Corriere,Montanelli ripercorrerà con fierezza (tutte) le tappe del lungo percorso. Confortato dai lettori, manon più dal suo «popolo». Il più grande giornalista italiano del Novecento si congederà così, con il rispetto unanime tributato a uno straordinario «stregone».
   
   

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