di Stefano Rodotà
Fonte: la Repubblica
28 giugno 2006
La primigenia democrazia elettronica è scomparsa prima ancora d´essere nata.
Nessuno, oggi, proporrebbe la sostituzione del parlamento con un «congresso
virtuale», come fece nel 1994 un politico americano, Newt Gingrich, in quel
"Contratto con l´America" che fece scuola anche dalle nostre parti, e che
annunciava appunto che sarebbero stati direttamente i cittadini, con votazioni
rese possibili dalle tecnologie elettroniche, a prendere le decisioni fino ad
allora di competenza del Senato e della Camera dei rappresentanti. Oggi, quando
si discute di democrazia elettronica, l´attenzione non è rivolta verso
consultazioni continue dei cittadini, non si esaurisce nel prospettare
referendum elettronici, nel progettare una democrazia "casalinga", dove ciascuno
interviene premendo un bottone collocato accanto ad un televisore.
Ma non sono scomparse le prospettive e le promesse di una democrazia rinnovata,
o comunque trasformata, dalle tecnologie dell´informazione e della
comunicazione. Si moltiplicano, anzi, i riferimenti ad una società e ad una
democrazia in rete, ad una cyberdemocrazia, ad una democrazia "estrema", alle
«primarie modello Pericle» di cui ha parlato questo giornale (10 giugno)
riferendo della sperimentazione in Grecia dei cosiddetti «sondaggi
deliberativi», messi a punto da uno scienziato politico americano, James
Fishkin, con la collaborazione del giurista Bruce Ackerman.
Che cosa è cambiato nel decennio passato? Ci si è resi conto del fatto che non
stavamo passando, con una discontinuità radicale, dalla democrazia
rappresentativa alla democrazia diretta, ma vivevamo l´insinuarsi nelle nostre
società di una vera e propria democrazia "continua", che si manifesta con il
ricorso ai sondaggi e alle mobilitazioni via Internet, con la diffusione delle
informazioni e l´accesso planetario alla conoscenza, con la progressiva
trasformazione dei rapporti tra politica e cittadini. Quello che sta nascendo è
un nuovo spazio pubblico, anzi il più grande spazio pubblico che l´umanità abbia
conosciuto. E qui globale e locale trovano forme nuove di manifestazione e
d´incontro.
Proprio per reagire al rischio del trasformarsi della democrazia elettronica
nella forma politica congeniale al populismo ed alla logica plebiscitaria, si
era progressivamente spostata l´attenzione sulla dimensione locale. La
"democrazia di prossimità" si presentava come il miglior antidoto alla riduzione
della partecipazione dei cittadini ad un simulacro di potere e di sovranità, con
le loro voci chiamate a manifestarsi solo per dire un sì o un no a soluzioni
messe a punto da altri, in un contesto troppo spesso segnato da appelli
plebiscitari che fanno precipitare la politica nella "democrazia delle
emozioni". Lì, nella dimensione locale, tutto questo appariva impossibile, o
almeno più difficile. La conoscenza diretta dei problemi e la maggior vicinanza
con gli amministratori pongono le premesse per una partecipazione critica e
consapevole, e per questo più esigente.
Via via che le esperienze locali maturavano, ci si avvedeva quanto fosse
inadeguata una interpretazione difensiva e minimalista delle reti civiche, della
democrazia municipale. Non v´era la riduzione su scala minore di un modello di
più ampie dimensioni. Si è progressivamente costruita una realtà variegata, con
caratteri di crescente originalità, tendente alla diffusione di un potere che dà
evidenza ad una presenza diretta dei cittadini qualitativamente diversa da
quella descritta con la contrapposizione della democrazia diretta a quella
rappresentativa. Al tempo stesso, però, è mutata pure la dimensione generale,
non più luogo da esorcizzare per le tentazioni populiste che evocava.
Si è descritto questa situazione parlando di un passaggio dalla teledemocrazia
alla cyberdemocrazia, mettendo così in evidenza la rilevanza della tecnologia
adoperata nel definire i caratteri dello spazio pubblico che contribuisce a
definire. È chiaro che assai diverse sono le situazioni a seconda che ci si
riferisca ad una realtà che non conosce ancora la diffusione di massa dei
personal computers o ad una caratterizzata da una maturità della rete, dalle
opportunità crescenti offerti dalla telefonia cellulare. La dimensione della
democrazia è proiettata al di là delle procedure di deliberazione, anche se
descritte con il suggestivo riferimento all´agorà. La democrazia elettronica si
coglie nel modo stesso in cui la rete si sviluppa e si struttura, in primo luogo
come luogo di produzione e diffusione di conoscenza, di una conversazione
continua e senza frontiere, di una testimonianza immediatamente percepibile di
diversità, e per ciò di quella continua esposizione alle opinioni degli altri
nella quale si coglie la radice della moderna laicità e, in questo senso, della
stessa democrazia. Ad esempio, i blogs e i video blogs determinano un
decentramento della produzione di contenuti e immagini che non costruisce però
una sfera diversa e separata, appunto la "blogsfera", ma ridefinisce il modo di
stare in rete, contribuendo alla sua complessiva democratizzazione.
Così il cittadino della democrazia locale non è più un essere protetto dai vizi
di quella globale. La logica locale non si risolve tutta nel pur importantissimo
potere acquisito dai cittadini di conoscere e controllare quel che accade in un
determinato ambito territoriale. Si presenta anche come la porta per accedere
alla dimensione globale, dove esercitare ulteriormente le opportunità di
partecipazione. Il "diritto ad Internet" interroga le amministrazioni locali e
si presenta come un aspetto essenziale della cittadinanza elettronica. Non può
esservi una e-democracy che non sia fondata su una e-inclusion. Considerate dal
punto di vista del cittadino, le tecnologie elettroniche propongono una diversa
misura del mondo. Ma non perché propongano rotture e discontinuità radicali. Si
manifestano, invece, soprattutto attraverso l´integrazione tra diversi mezzi e
tra diverse dimensioni dell´agire sociale e politico.
Lo sguardo, tuttavia, non può essere rivolto solo a questi promettenti sviluppi.
Spesso ai cittadini viene promesso un futuro pieno di efficienza amministrativa
e occultato un presente in cui si moltiplicano gli strumenti di un controllo
sempre più invasivo e capillare. Sembra quasi che si stiano costruendo due mondi
non comunicanti, e che l´e-government, l´amministrazione elettronica, possa
evolversi senza tener conto della contemporanea compressione di diritti
individuali e collettivi, motivata con esigenze di efficienza o di sicurezza.
La "resa democratica" delle tecnologie dev´essere misurata considerando
l´insieme dei loro effetti sociali. Altrimenti pure l´efficienza può essere
vittima della schizofrenia istituzionale. La presenza del cittadino nei processi
di e-government, utilizzando per via elettronica servizi offerti dal comune o
intervenendo in procedure pubbliche, è sempre accompagnata da registrazioni dei
suoi dati. Ma questi come saranno utilizzati? Verranno cancellati, serviranno
per costruire profili di cittadini attivi o liste di "attivisti" da tenere sotto
controllo? Senza certezze su questo punto, si rischia di disincentivare la
partecipazione, perché il cittadino potrebbe astenersi dal cogliere le nuove
opportunità proprio per allontanarne da sé le possibili conseguenze
indesiderate. Non si può costruire una partecipazione separata da un rigoroso
rispetto di tutti i diritti dei partecipanti. Non è possibile separare la
questione dell´e-government da quella dell´e-democracy.
Una democrazia a due velocità può divenire una tragica caricatura della
democrazia. Non si può accettare, allo stesso tempo, il rafforzamento del
cittadino nella dimensione locale e la trasformazione della persona in una
entità perennemente controllata, fino a mutare il suo corpo in funzione dei tipi
di controllo ai quali si vuole sottoporlo. Non si può, in nome dell´efficienza,
modellare il rapporto tra le amministrazioni e i loro cittadini adottando il
solo criterio della "soddisfazione del consumatore" o seguendo la via pericolosa
di grandi collegamento tra le banche dati in mano pubblica. Non si possono far
prevalere in Internet le logiche puramente di mercato, deprimendo appunto le
utilizzazioni "civiche" e facendo nascere vecchie e nuove forme di censura. Non
si può recintare la conoscenza, attribuendo un primato a superate logiche
proprietarie. Non si può, in definitiva, far sì che le tecnologie del controllo
oscurino quelle della libertà.
È tempo che su questo si sviluppi un vero dibattito pubblico, al quale proprio
le esperienze locali possono offrire un eccellente nutrimento, orientate come
sono verso la produzione di un "social software", di un insieme di strumenti e
di opportunità di intervento utilizzabili dai cittadini, che trovano
significative conferme nelle iniziative che hanno accompagnato, tra l´altro,
l´ultima campagna per le elezioni presidenziali americane. Ma l´occhio sulla
ricchezza delle azioni locali non può trasformarsi in un esplicito o implicito
argomento a favore di chi volge la propria attenzione verso un "neo-medievalismo
istituzionale", inteso non come uno strumento analitico per comprendere
l´attuale frammentazione dei poteri, bensì come il modello da adottare. La
traccia da seguire non è certo quella delle impossibili restaurazioni della
sovranità nazionali. Ma un mondo senza centro non equivale a un mondo senza
regole, che vanno invece costruite pazientemente per approdare ad una
"Costituzione per Internet". Un traguardo difficile, ma una utopia necessaria in
un mondo nel quale l´apparenza della distribuzione e della dispersione dei
poteri non può farci ignorare le leggi ferree che grandi poteri politici ed
economici continuano ad imporre a tutti.
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