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Con la scusa della guerra

di Roberto Reale (segretario generale di ISF)

11 luglio 2006


Ci risiamo. Una sorta di maleficio incombe sulla nostra vita pubblica dall’11 settembre 2001. Da una parte i terroristi. Dall’altra chi  in Occidente  ha lanciato lo slogan della “Guerra al Terrore” e - sotto questo cappello – opera per ridurre costantemente  le nostre libertà civili, aumentando progressivamente i poteri degli esecutivi e degli apparati dello stato. Nella morsa finiscono la verità dei fatti, i diritti individuali, il ruolo stesso del giornalismo. Non è facile contrastare la forza ideologica del “siamo in guerra”. Bisognerebbe che si alzassero con più forza le voci di chi pensa che il terrorismo è sì un pericolo, ma che va contrastato con mezzi politici, con la fermezza di chi crede che l’illegalità si combatte con il diritto. Invece i “Combattenti dell’Occidente” hanno in mano il gioco.
Se c’è un attentato possono gridare che è colpa del “lassismo delle sinistre”, se non c’è possono rivendicare il merito di “aver messo il nemico in condizioni di non nuocere”. Novanta volte su cento sono balle. Che purtroppo funzionano perché non sono in molti quelli che si danno da fare per smontarle.
In questi giorni l’Italia giornalistica si interroga sul caso “Betulla”, sui rapporti fra il vicedirettore di Libero Renato Farina e il Sismi. “Prendevo un rimborso spese dai servizi, ma ero un Crociato dell’occidente” così Betulla ha spiegato le sue gesta. Per quanto riguarda l’esito dell’inchiesta che lo coinvolge occorrerà attendere “serenamente” i prossimi sviluppi. Quello su cui vale la pena soffermarsi è che con la scusa della guerra qualsiasi comportamento può essere giustificato. Nelle mani di gente decisa  questa diventa un’arma micidiale. Se sei contro di loro, se difendi la legalità subito ti cade addosso  la terribile accusa di “fare il gioco del nemico”.
E il giornalismo soffoca in questo clima avvelenato. In Italia capita che ci siano direttori di giornale/conduttori televisivi come Giuliano Ferrara che dichiarino allegramente di “non credere al giornalismo”. “ Tutto è politica” ci spiegano con una sorta di ribaltamento degli slogan del ’68.  Il problema però è proprio qui: il giornalismo ( quello vero) ha una funzione critica, di controllo, cerca di fare luce sulle zone oscure dei comportamenti dei governi ( siano di destra o di sinistra),  svolge un lavoro di inchiesta al servizio dei cittadini. E’ chiaro che al potere questa cosa dia fastidio. Proclamare lo “stato di guerra” può essere il modo più efficace per tappare la bocca a quelli che “vogliono fare luce” sui comportamenti dei governanti.
Si vuole una conferma? Basti guardare a quanto accade in queste settimane negli Stati Uniti. Noi italiani, con le nostre betulle, dovremmo veramente allargare gli orizzonti. Negli Usa è in atto uno scontro durissimo dopo che il New York Times ha pubblicato la notizia che l’amministrazione Bush controllava tutte le principali transazione finanziarie fra Europa e Usa. Il vicepresidente Cheney ( anima  e braccio di una visione politica che odia la trasparenza) ha gridato al tradimento. Il direttore del Times Keller ha detto che sicuramente Al Qaeda non aveva bisogno del Times per ipotizzare che gli spostamenti di capitali fossero “sotto sorveglianza”, ma che era importante far emergere operazioni che riducevano i diritti dei cittadini senza essere state autorizzate dal Congresso. Non è servito. Un talk show radiofonico dalla California ha gentilmente chiesto per lui addirittura la Camera a Gas. Altri hanno reclamato l’applicazione delle leggi riguardanti spionaggio e tradimento.  Il tutto lanciando contro il Times la solita accusa di “connivenza col nemico”.
In questo senso straordinariamente illuminante è apparso un editoriale del Wall Street Journal (http://www.opinionjournal.com/editorial/feature.html?id=110008585) sulle notizie che devono essere censurate ( perché non adatte alla pubblicazione) in tempo di guerra. Si apprende così che per gli editorialisti del prestigioso quotidiano finanziario bisogna attenersi a quanto dice il Governo. Se una informazione è “pericolosa per la sicurezza nazionale”, allora non deve finire sul giornale.  L’accusa che il WSJ lancia al direttore del Times è diretta: la sua colpa sarebbe quella di non credere a quanto dicono Bush, Cheney e Rumsfeld, che l’America è appunto  in guerra. E che per questo può permettersi qualsiasi cosa  da Guantanamo in giù: faccende nelle quali giornalisti o giudici non sono in alcun modo autorizzati a mettere il naso.
E’ strano ma proprio gli stessi sostenitori del “siamo in guerra” sono poi i più solerti a negare il peggior conflitto in atto oggi nel mondo: la guerra civile in corso In Iraq fra sciti e sunniti a tre anni dall’intervento americano. Ma in realtà l’obiettivo è quello di far tacere le voci critiche all’interno degli Usa sui temi che hanno portato al crollo della popolarità del Presidente Bush, dall’Iraq ai fallimenti legati al dopo uragano a New Orleans. “Intimidire i giornalisti” ha scritto Frank Rich sul New York Times “ serve ai repubblicani per provare a vincere le prossime elezioni di mezzo termine”. E’ un vecchio gioco che potrebbe funzionare. La controprova che lo “Stato di Guerra” è una parola d’ordine ideologica funzionale a manovre di politica interna. La sconfitta del terrorismo c’entra poco o nulla. Per questa gente i veri obiettivi sono altri. In Italia come negli Stati Uniti.

   
   

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