di Roberto Reale (segretario generale
di Information Safety and Freedom)
14 luglio 2006
Scena
numero uno. Siamo in Libano. Una stanza di ospedale accoglie le
vittime innocenti di un attacco aereo israeliano. Si vedono (e
impietosamente si sentono) una madre disperata, una bimba ferita di
pochi mesi, un bambino con il volto bruciato, un dottore che
garantisce che solo il fosforo può provocare quelle ustioni.
Scena numero due. Ci siamo spostati in Israele. Nel rifugio sotterraneo fa un caldo terribile, la gente usa i ventilatori per mitigare la calura. Fuori è in corso un bombardamento di razzi/missili degli Hezbollah. Dentro i bambini hanno lo sguardo perso che nasce quando la paura ti piomba addosso improvvisa e incomprensibile.
Queste immagini le ha trasmesse ieri, quasi in sequenza, la CNN. Sicuramente saranno circolate anche altrove. Ma una delle novità di questa tremenda “crisi mediorientale” è che i network americani non si autocensurano come accaduto in Iraq. Questa volta non ospitano soltanto i dibattiti sulle “motivazioni geopolitiche” del conflitto, ma fanno vedere i corpi delle vittime, le facce della gente in fuga, la sofferenza dei civili, le città devastate, le infrastrutture distrutte. Si può misurare – nei suoi effetti – cosa sia una guerra moderna, con molta maggiore chiarezza di quanto accaduto nel recente passato. Gli stessi giornalisti dei network quando intervistano ministri o esponenti delle parti in causa ci provano a chiedere conto delle devastazioni e del prezzo pagato dagli innocenti. Inesorabilmente i “politici” rispondono ricordando i propri caduti, non accettano di parlare dei “danni” da loro provocati, la colpa è “sempre e comunque del nemico”. In questo non c’è proprio nulla di nuovo. Ma queste parole svaporano davanti alla forza della documentazione filmata degli eventi. Dei rifugiati si parla ancora troppo poco ma basta vedere – come proposto ieri dalla BBC - una madre che urla perché i soccorittori l’hanno caricata su un’imbarcazione senza accorgersi che il figlio di quattro/cinque anni è rimasto a terra, per capire l’abisso che circonda quest’esodo.
Sarà perché il Libano in questi anni
era diventato una sorta di laboratorio di una possibile rinascita
mediorientale, sarà per la presenza di molte stazioni radiotelevisive
e l’affermarsi di una cultura aperta all’informazione, sarà perché
questo conflitto “non era stato preparato”, ma il messaggio
sostanziale che passa sulle tv dei “network globali” è che questa è
una guerra distruttiva. La stanno pagando persone innocenti. Per una
volta (ma non è mai il caso di eccedere col facile ottimismo) il
sistema dell’informazione occidentale pare muoversi in maniera
autonoma dagli input che arrivano dagli strateghi del potere.
Ha prodotto un’implicita, non scritta ma pur sempre evidente richiesta
di cessate il fuoco, dando modo alla gente di “vedere quanto accade
sul terreno”. L’appello dell'associazione Articolo 21
("Facciamo
sventolare la pace'')
si inserisce insomma in un quadro internazionale che
vede i media meno passivi del solito. Sarebbe bene che questo
accadesse con più forza anche da noi.
Stare dalla parte delle vittime, fermare la guerra, garantire
sicurezza a tutti: esporre la “bandiera della pace” significa oggi
dare senso a questi obiettivi, fotografare una domanda di umanità
che sta facendo sentire la propria voce in tutto il mondo.
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