di Fabio Cavalera
Fonte. il Corriere della Sera
11 agosto 2006
Una bella gara. Chi fa il lavoro più sporco? Il regime cinese che oscura
Internet perché lo ritiene un pericolo per la sua stabilità? O lo sono per
caso gli illuminati e democratici padroni americani dei maggiori operatori del
settore (Yahoo, Google, Microsoft o anche Skype) che tengono lezione alle
guardie rosse della Rete su come censurare o su che cosa «spegnere» dal
cyberspazio? Quei signori (è il caso di Yahoo) che persino si permettono di
soffiare i nomi delle persone da denunciare o arrestare perché osano
utilizzare l'account di posta personale come moderno spazio di pubblico
dibattito? Già. Ès uccesso in almeno quattro casi. E le vittime della
delazione (i nomi: Shi Tao, Li Zhi, Jiang Lijun, Wang Xiaoning) sono finite
condannate per sovversione a otto-dieci anni di carcere. «Grazie Yahoo».
L'organizzazioneHuman Rights Watch, sedi in Europa e negli Usa, ha preparato
un dossier di accuse molto aggiornate. Di quelle per le quali chi è chiamato
in causa dovrebbe arrossire di vergogna e chiedere almeno scusa (ma è inutile
farsi delle illusioni). Il risultato è persino comico: non sono mica i cinesi
a mettere il bavaglio al Dalai Lama, ai cattolici che non si riconoscono nella
Chiesa patriottica, agli attivisti dei movimenti democratici. No. Siamo noi
occidentali che censuriamo noi stessi. E siamo noi che suggeriamo ai cinesi
come si fa. Un esempio? Google, dicono gli attivisti di Human Rights Watch,
per altro trovando conferma nelle parole degli stessi responsabili
dell'azienda statunitense, ha aperto lo scorso anno un motore di ricerca per
il mercato cinese. Non ha mica chiesto suggerimenti a Pechino su quali parole
rendere inaccessibili. Semplicemente ha creato — autocreato — una chilometrica
lista di termini vietati: libertà democrazia, Tienanmen, Falungong. Tutto ciò
che crea imbarazzo è stato gettato nel cestino. Insomma, Google si
autocastrato.
Il dossier di 143 pagine cava la pelle a questi furbetti. Pechino è nemica
giurata della libertà di stampa e di informazione, nulla di nuovo. Ci sono 12
autorità che sorvegliano la Rete e c'è una legge, l'ultima del 2005, che rende
illegale qualsiasi libera discussione via web. Ma non è che pochi signori di
buon nome del capitalismo statunitense possano oggi proclamarsi paladini della
democrazia globale. Loro si difendono affermando che è meglio entrare nel
mercato cinese e dare agli internauti una possibilità per il futuro.
D'accordo, ma allora per quale motivo volare a Pechino e spiegare di nascosto
le più sofisticate scorciatoie tecnologiche che impediscono la navigazione in
Rete a cento milioni o più di utenti del Regno di Mezzo, già per altro
bastonati a sufficienza? Il paradosso finale è davvero la brutta conseguenza
di un’aggressione al mercato cinese avvenuta senza un minimo di riflessione
etica. Se in Cina è impossibile consultare il sito Internet della Bbc, mica di
un pericoloso gruppo terroristico, la responsabilità ricade innanzitutto su un
regime che continua a considerare ogni spiraglio di libera espressione del
pensiero alla stregua di un attentato alla integrità e alla sicurezza dello
Stato. Però se non ci fosse lo zampino, o qualcosa di peggio, di importanti
imprese occidentali del software, probabilmente non si creerebbero alibi a
regimi che non hanno ancora imparato a convivere con lo spirito liberale.
Nel febbraio scorso, Microsoft, Google, Yahoo e Cisco furono messe sotto
accusa davanti al Congresso americano per questa loro cinica politica di
realismo. Nulla è cambiato. Le parole di Jack Ma, amministratore delegato di
Alibaba, braccio operativo di Yahoo in Cina: «Siamo un business. Gli azionisti
vogliono vedere i soldi ». Anche se ciò significa macchiarsi la coscienza con
la delazione.
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