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Iran, il gruppo di Shirin Ebadi è «illegale»

di Marina Forti
Fonte. il Manifesto
11 agosto 2006
 

La notorietà internazionale dell'avvocata Shirin Ebadi non è bastata a proteggere il «Centro per la difesa dei diritti umani» di Tehran, gruppo di avvocati e giuristi di cui la Nobel per la pace 2003 è una dei fondatori. Una settimana fa il ministero dell'interno iraniano ha infatti annunciato che questo Centro non ha l'autorizzazione a operare, dunque «è illegale». E se i suoi membri continueranno nelle loro illegali attività, saranno arrestati.
La notizia ha suscitato grande allarme tra le organizzazioni internazionali per i diritti umani, che hanno fatto circolare condanne e proteste. Ancora più allarme suscita in Iran, anche perché fa parte di un giro di vite sulle libertà civili e politiche cominciato già da qualche tempo.
Shirin Ebadi ha detto che è il ministero dell'interno a violare la legge, con il suo annuncio. Il Centro per la difesa dei diritti umani è stato fondato nel 2002 da cinque avvocati già tutti singolarmente impegnati nella difesa delle libertà politiche; aderisce alla Federazione internazionale per i diritti umani e si è dato il triplice scopo di riferire sulle violazioni dei diritti umani che avvengono in Iran, difendere i detenuti politici gratuitamente e sostenere le loro famiglie. Shirin Ebadi lo presiede. Secondo la Costituzione iraniana, dice l'avvocata, le organizzazioni non governative, associazioni e partiti che rispettano la legge e non turbano l'ordine pubblico sono liberi di condurre le loro attività senza bisogno di permessi. Nonostante ciò i fondatori del Centro avevano chiesto un'autorizzazione legale. Era in carica allora il governo di Mohammad Khatami; «avevamo mostrato il nostro statuto e anche accettato alcune correzioni». L'autorizzazione è stata promessa, ma è sempre rimasta implicita.
Quattro anni dopo, il governo ultraconservatore di Mahmoud Ahmadi Nejad ha deciso di mettere a tacere il gruppo di avvocati. Non che il Centro per la difesa dei diritti umani abbia mai avuto vita facile, tra impedimenti a contattare i propri assistiti e altre angherie (senza contare le minacce di morte a Shirin Ebadi): la magistratura è sempre stata in mano alle correnti più conservatrici dello stato iraniano. In luglio uno dei fondatori, l'avvocato Abdolfatah Soltani, è stato condannato a cinque anni di prigione per il reato di «attività contro lo stato» e in particolare di aver dato notizia a diplomatici stranieri delle imputazioni nei confronti di uno dei suoi clienti. Ha fatto appello, il caso è aperto.
I fondatori del centro per i diritti umani hanno una profonda fiducia nei meccanismi della legalità e della Costituzione iraniana, e a quella si sono sempre appellati nel difendere giornalisti, studenti, attivisti democratici, di recente i weblogger o «giornalisti di internet» (intervistato, uno dei cofondatori del centro ci aveva intrattenuto a lungo sugli articoli del codice civile e penale che garantiscono la libertà d'espressione, d'associazione e così via: «ci battiamo per applicarli», diceva).
«Non abbiamo intenzione di chiudere il centro e continueremo le nostre attività», scrive ora Ebadi in un messaggio fatto circolare dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani: «Però c'è la possibilità che ci arrestino».
Il rischio è reale, nel clima che si respira in questi mesi in Iran. Il 29 luglio un giovane uomo è morto nel carcere di Evin, a Tehran: Akbar Mohammadi aveva partecipato al movimento degli studenti universitari nel '99 ed era detenuto da allora. Il 23 luglio aveva cominciato uno sciopero della fame, le autorità hanno detto che è morto di collasso: i genitori e gli avvocati hanno chiesto un'autopsia e indagini sulle circostanze della morte.
Poi c'è il caso di Ramin Jahanbegloo, filosofo della politica, arrestato in marzo (pare sia accusato di spionaggio e di aver incitato una «rivoluzione di velluto»). Domenica il giornale Keyhan, vicino alla Guida suprema, ha riferito di alcuni interrogatori in cui Jahanbegloo avrebbe ammesso di aver formato «un'ampia rete di cyber spionaggio». Torna la vecchia pratica delle confessioni (vere o manipolate) come strumento di propaganda e intimidazione. Bandita ogni critica, media censurati su temi come la guerra tra Israele e Hezbollah o il contenzioso nucleare, le libertà pubbliche sono ancora più sotto minaccia.

   
   

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