di Marina Forti
Fonte. il Manifesto
13 settembre 2006
Una delle poche voci indipendenti della stampa iraniana è di
nuovo zittita. Il «Consiglio per il controllo della stampa» presso il Ministero
della cultura ha ordinato ieri la chiusura di Shargh («Oriente»), il più
noto e diffuso quotidiano vicino all'opposizione riformista pubblicato a Tehran.
Il direttore responsabile Mehdi Rahmanian ha dichiarato che farà appello, ma tra
i giornalisti e collaboratori della testata pochi credono che il giornale possa
tornare in edicola in tempi brevi - o forse mai. E tutti lo prendono come un
ammonimento rivolto a tutte le voci dissenzienti verso l'attuale governo
iraniano.
Il comunicato del Consiglio per il controllo della stampa afferma che i
responsabili di Shargh erano stati avvisati. In effetti in agosto il
Consiglio aveva emesso un ultimatum: «A causa di 70 casi di violazioni, tra cui
insulti a dirigenti dello stato e figure religiose e nazionali, la pubblicazione
di articoli blasfemi e di articoli atti a creare discordia», il Consiglio aveva
ordinato al giornale di sostituire il direttore responsabile entro un mese.
L'ultimatum scadeva appunto ieri. Rahmanian nega di aver contravvenuto
all'ordine: proprio domenica aveva chiesto una proroga di due mesi per trovare
un successore a se stesso. Nel suo comunicato, il Consiglio dei censori se la
prende anche con una vignetta pubblicata giovedì scorso dal quotidiano, in cui
si vede una scacchiera ai cui lati si guardano un cavallo e un asinello con un
alone di luce attorno alla testa. Un riferimento derisorio al presidente della
repubblica? Pare che l'anno scorso Mahmoud Ahmadi-Nejad abbia detto ai suoi
collaboratori che durante il suo discorso all'Assemblea generale dell'Onu a New
York si era sentito circondato da un alone di luce divina; la notizia era
ampiamente circolata sui blog iraniani anche se fonti ufficiali l'hanno
smentita.
Forse la vignetta è stata la goccia finale agli occhi del Comitato dei censori,
ma la chiusura di Shargh fa parte di un attacco a ogni voce critica in
Iran. La stampa è da sempre terreno di scontro politico - fin da quando le
testate indipendenti erano fiorite con la presidente dal riformista Mohammad
Khatami e la magistratura, controllata dai settori più conservatori dello stato,
si era accanita: dal 1999-2000 almeno un centinaio di giornali sono stati
chiusi, decine di giornalisti arrestati, anche se nuove testate sono state
aperte in un braccio di ferro continuo. I censori hanno poi preso di mira i
notiziari online e perseguito i «giornalisti internet». Da quando poi si è
insediato il governo di Ahmadi-Nejad, i direttori sono stati convocati
regolarmente per sentirsi dire quali argomenti trattare e come; inutile dire che
su questioni come il nucleare non sono ammesse voci discordanti. Proprio ieri il
giornale online Rooz (notizie e commenti sia dall'Iran che dalla diaspora
democratica) riferiva che il Ministero della cultura ha emanato una nuova
direttiva in cui si elencano le fonti «affidabili e valide» a cui la stampa
dovrà attenersi, cioè le sole agenzie di stampa governative: in sostanza fa
divieto di citare qualunque fonte indipendente.
Shargh restava come una voce relativamente aperta, l'unica dove si
trovano commenti critici sui fatti della vita nazionale (benché sempre un po'
tra le righe). Il direttore Mohammad Ghouchani e il caporedattore politico
Mohammad Atrianfar sono noti intellettuali d'opposizione.
La pubblicazione era il risultato di una sorta di contrattazione politica:
Shargh (che secondo notizie difficili da confermare era sostenuto da
imprenditori vicini al «pragmatico» ex presidente Hashemi Rafsanjani) era stato
chiuso dalla magistratura il 18 febbraio 2004, due giorni prima delle elezioni
legislative, per aver pubblicato il testo di una dura lettera alla Guida
Suprema, l'ayatollah Khamenei, letta in parlamento dai deputati ribelli che
criticavano il Consiglio dei Guardiani per aver escluso i candidati riformisti.
Quella volta il direttore Rahmanian era andato a incontrare il procuratore
generale di Tehran (ed ex capo del tribunale per la stampa) Saeed Mortazavi,
aveva accettato di fare tante scuse per aver quel testo «offensivo», e il
giornale era stato autorizzato a tornare in edicola. Ovvero, i giornalisti di
Shargh avevano deciso che un giornale con qualche autocensura era pur sempre
meglio che nessun giornale. Questa volta sembra che anche lo spazio di
contrattazione politica dell'autocensura sia finito.
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