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Scrivere tra gli spari e le bombe

di Ali Fadhil*
Fonte: The New York Times
14 settembre 2006
 

Nell’Iraq di oggi, gli intellettuali sono vittime di una diffusa serie di omicidi, spesso di natura etnica. Molti sono fuggiti dalle loro case, o anche dal loro paese, per proteggere le loro famiglie. Dottori, ingegneri, professori e anche insegnanti cercano nuove opportunità lavorative in zone dell’Iraq dove il loro gruppo etnico o religioso costituisce la maggioranza.
Ma una categoria di professionisti non può fuggire la violenza, perché il suo lavoro è strettamente collegato ad essa. Ed è un gruppo che è stato attirato e coltivato dal nuovo Iraq. Si tratta degli operatori dell’informazione e dei media, ed io sono uno di essi.
Sotto Saddam Hussein io ero un dottore. Ho scelto la via del giornalismo alla fine del 2003, quando era chiaro che i migliori posti di lavoro nell’Iraq post-Saddam sarebbero stati quelli nei media di informazione. La creazione di una stampa libera in Iraq è stato uno dei maggiori successi dell’America.
Quando la coalizione guidata dagli americani si è installata nella Zona Verde, ha creato la Combined International Press Center, dove i soldati americani concedevano i pass per la stampa a iracheni e occidentali allo stesso modo. Come i reporter americani, potevamo seguire come “embedded” l’esercito U.S. e partecipare alle conferenze stampa, dove rivolgevamo domande importanti sia ad ufficiali americani che a quelli iracheni. Molte delle storie più eclatanti vennero scritte o scoperte da iracheni in quel periodo.
Grazie all’incoraggiamento americano, l’Iraq ha prodotto una generazione di giovani giornalisti che sono decenni avanti rispetto alle loro controparti nella regione. Quelli che hanno avuto la possibilità di lavorare per pubblicazioni o trasmissioni occidentali si sono evoluti maggiormente, ma anche molti giornalisti impiegati a livello locale hanno ricevuto una spinta fortissima. I due gruppi si sono completati a vicenda, riuscendo durante la violenza e la confusione, a rivelare agli iracheni e al mondo le atrocità nascoste nel nostro paese.
Tuttavia durante l’ultimo anno, con la successione al potere a Baghdad di una serie di governi a breve termine , il supporto americano per i media iracheni si è indebolito. A maggio, l’ambasciatore americano ha annunciato il trasferimento dell’International Media Center, che era servito da centro operativo per media locali e internazionali, nelle mani del nuovo governo iracheno, il quale è dominato dalle milizie che considerano gli organi di informazione come qualcosa che potrebbe provocare dissenso, qualcosa che deve essere soppresso e sconfitto. A luglio, il Primo Ministro iracheno ha minacciato di chiudere tutti gli organi di stampa che non supportano il governo nella lotta alla violenza settaria.
Io temo che, se questo governo sopravviverà, la stampa in Iraq diverrà simile a quella di Iran, Arabia Saudita o Siria.
Queste sono brutte notizie in un momento in cui la stampa irachena ha bisogno di protezione come mai prima. La scorsa settimana, gli uffici del quotidiano di Stato “Al-Sabah” sono stati distrutti da un’enorme bomba, che ha ucciso due persone e ferite venti. Il sei maggio lo stesso giornale è stato colpito da un’autobomba. Per i giornalisti di “Al-Sabah”, andare a lavorare è come camminare nella gabbia del leone. E non sono i soli. Qualsiasi giornale in Iraq potrebbe subire la stessa sorte in qualunque momento.
Lo scorso febbraio, Atwar Bahjat, un reporter molto conosciuto del canale satellitare Al Arabia, è stato assassinato  insieme con la sua cameraman e il tecnico de suono a Samarra, dove stavano facendo un servizio sulle conseguenze del bombardamento del tempio sciita locale.
L’otto agosto, due giornalisti iracheni sono stati uccisi da miliziani. Uno dei due è stato crivellato di colpi mentre usciva di casa nel mio vecchio quartiere A Baghdad ovest.
Oggi i giornalisti in Iraq affrontano minacce mortali da ogni lato. La minaccia principale è costituita dagli insorti e dagli estremisti islamici che considerano i giornalisti degli infedeli al servizio degli ebrei o dei sionisti. Molti sunniti pensano che noi collaboriamo con gli americani e che siamo le loro spie. La pensano così anche i membri delle milizie sciite come ad esempio l’esercito del Mahdi di Moktada al-Sadr.
Per quanto riguarda il governo, molti dei suoi impiegati provenienti dal vecchio regime ci negano l’accesso, temendo giustamente che saranno puniti dai loro superiori per qualsiasi cosa ci potrebbero raccontare.
I soldati americani infine, che erano stati così utili nei primi giorni dell’occupazione, ora hanno un atteggiamento diverso. Dal 2005, se un giornalista iracheno punta una telecamera su un convoglio americano, le regole d’ingaggio dei soldati permettono loro di aprire il fuoco. Soldati americani sono stati responsabili della morte di circa quattordici giornalisti in Iraq, la maggiora parte dei quali iracheni.
Io ho provato in prima persona quasi tutti questi pericoli. Nel maggio 2004 un giornalista canadese ed io fummo rapiti da alcuni insorti a Falluja. Io riuscii a convincere i nostri rapitori che il canadese, che non parlava arabo, non era un occidentale ma che era mio fratello, e che aveva subito un colpo e non era più in grado di parlare.
Un mese più tardi, La National Public Radio mi inviò a Najaf per seguire i combattimenti tra gli americani e l’armata del Mahdi. La polizia irachena mi ha ammanettato, picchiato e trascinato nell’edificio governativo principale. Un rappresentate del governatore mi permise di andare via alla condizione che non avessi incluso le opinioni di Sadr nel mio articolo.
A settembre dello stesso anno fui arrestato dall’esercito del Mahdi, in uno dei quartieri più disastrati di Sadr City, nella Baghdad nord orientale. Stavo lavorando nell’ospedale dove intervistavo i civili feriti. Alcuni uomini della milizia mi portarono nella vicina moschea, dove un giovane sceicco mi ha interrogato. Io ho mentito circa il mio impiego, lavoravo ancora per la National Public Radio,  dicendo invece che lavoravo per un’emittente tedesca. Lui mi disse che era meglio per me se non ero una spia, o qualcosa del genere. I miei documenti di identità vennero copiati e poi restituiti.
L’8 gennaio infine, la mia casa è stata assaltata da forze americane, che hanno fatto saltare le porte con gli esplosivi e sparato numerosi colpi di arma da fuoco nella camera da letto, dove mia moglie, la mia figlia di tre anni, mio figlio di sei mesi ed io stavamo dormendo. Hanno distrutto i nostri mobili, ed io sono stato ammanettato, incappucciato e condotto in un luogo sconosciuto.
Si scoprì più tardi che quel blitz era collegato al rapimento di Jill Carroll, la reporter del “Christian Science Monitor”, sequestrata nel mio quartiere il giorno prima. Gli americani si sono scusati con me, mi hanno dato cinquecento dollari per il tempo trascorso con loro e mille per i danni alla mia casa. Sono stato rilasciato la mattina seguente.
Il mio rilascio prematuro destò sospetti nei miei vicini. Altre persone erano state rapite ma non rilasciate. Due giorni dopo, ho ricevuto una inquietante telefonata da parte di qualcuno che mi diceva che ero stato identificato come una spia degli americani. Ho portato la mia famiglia in un albergo, dove siamo rimasti fin quando non abbiamo lasciato l’Iraq per andare a New York alla fine di gennaio.
Per quanto possa essere pericoloso l’Iraq per dei giornalisti stranieri, loro almeno hanno il vantaggio di essere considerati intoccabili dalle forze di polizia irachene. Lo stesso non si può dire di noi.
Da quando ho iniziato la mia carriera come giornalista, ho fatto attenzione a nascondere la mia vera identità professionale a chiunque conoscessi, anche i miei parenti. Dicevo a tutti che lavoravo in un ospedale privato, e nessuno nel nostro vicinato sospettava il contrario. Lasciavo casa con il camice bianco in macchina, come se dovessi andare in ospedale. In linea di massima, tutti i giornalisti iracheni sono riusciti a trovare un modo per mantenere il loro lavoro segreto. E nonostante tutto corriamo ancora quando la mattina salta un’autobomba, bussiamo alle porte di quartieri pericolosi per parlare con la gente, e accorriamo in zone pericolose per essere i primi a scovare le notizie.
I media occidentali non potrebbero funzionare in Iraq senza la dedizione dei giornalisti iracheni, e questi iracheni sono stati ispirati a diventare giornalisti grazie agli Stati Uniti. Ora gli Stati Uniti hanno messo il nostro destino nelle mani dei politici iracheni. Se il governo iracheno continua ad essere dominato dalle milizie e ad avvicinarsi sempre di più agli insorti e agli estremisti islamici, allora in pochi mesi non arriverebbero più notizie dall’Iraq.
Il popolo iracheno, però, continuerà a soffrire. Ci saranno nuovi omicidi di massa, commessi o incoraggiati dalle stesse persone che hanno denunciato le stragi sotto Saddam. E, come allora, non ci saranno più media a informare il mondo.

*Ali Fadhil (ha lavorato per la National Public Radio, il Guardian Films e il New York Times, attualmente è uno studente Fulbright alla New York University)

   
   

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