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La Turchia di Elif Safak, scrittrice alla sbarra

di Orsola Casagrande
Fonte: il Manifesto
21 settembre 2006
 

Elif Safak è una delle più apprezzate scrittrici turche. Nata nel 1971 a Strasburgo, ha vissuto tra Francia, Turchia e Stati uniti. E' autrice di diversi romanzi («Bit Palas», il palazzo delle pulci, è una splendida dichiarazione d'amore nei confronti di Istanbul) e molti saggi. Nel 2005 ha partecipato alla conferenza sugli armeni organizzata in Turchia da numerosi intellettuali. Il governo l'aveva prima vietata poi bandita dall'università statale. Il congresso si è così svolto in un'università privata. Nel suo ultimo romanzo, «Father and Bastard», un'anziana armena si rivolge ad una donna turca e le dice che i turchi hanno sterminato gli armeni. Il dialogo tra due personaggi di un romanzo è bastato alla magistratura turca per aprire un' inchiesta contro Safak. Visibilmente preoccupata, la scrittrice è tornata a Istanbul per l'udienza ma non sarà in tribunale (anche perché il 16 settembre ha avuto una bambina). Ci sarà invece il suo editore che ha rivolto un appello al pubblico perché partecipi numeroso all'udienza, in segno di dissenso con le continue limitazioni della libertà di espressione in Turchia delle quali sono vittime scrittori, giornalisti, artisti, sindacati. Parallelamente un gruppo nazionalista ha pubblicato un appello in cui chiama la popolazione ad assolvere il suo «dovere nazionale» partecipando al processo per «fermare i nemici dei turchi».
Partiamo dalla censura. Dopo Orhan Pamuk e Perihan Magden, Hrant Dink, adesso sotto processo ci sei tu
Sono stata attaccata molte volte da giornalisti, opinionisti, critici letterari con un background nazionalista e un'ideologia kemalista. Ho ricevuto messaggi minatori che talvolta fanno più paura di una denuncia. Ma che posso fare? Quando si sceglie di parlare di minoranze e diritti umani si sa che ci si troverà di fronte a giudici ostili. Gli intellettuali turchi sono stati accanto a Orhan Pamuk, nel giorno del suo processo, così come erano stati vicini a Yasar Kemal in passato. Il nostro paese ha già isolato e ferito molti dei suoi grandi poeti e scrittori. Non possiamo lasciare che ciò continui ad accadere.
In un tuo articolo parli del bisogno della Turchia di avere sempre davanti una figura paterna.
Il bisogno di un padre è profondo nella società turca. Ci piace avere una figura paterna in qualunque campo, sport, economia, media. La principale figura paterna è evidentemente Kemal Ataturk che oggi è una sorta di tabù. Chi si azzarda a criticarlo è condannato come traditore, non solo degli ideali di Ataturk ma anche della nazione. Io sono d'accordo con tanta parte delle idee di Mustafa Kemal, ma critico i kemalisti e il modo in cui manipolano lo stato e la società.
Essere donna ha rappresentato una difficoltà in più nell'essere scrittrice?
E' difficile essere scrittore e donna. In Turchia il genere è un criterio e così l'età. L'unico modo per una scrittrice di ottenere rispetto è quello di invecchiare presto. Perché una donna anziana è in qualche modo privata della sua sessualità e femminilità. Molte donne mediorientali invecchiano più in fretta delle occidentali, quasi passassimo direttamente dalla categoria delle vergini a quella delle anziane e in mezzo non ci fosse nulla.
Una caratteristica della tua scrittura è il linguaggio
Per molti la storia della Turchia inizia nel 1923 . C'è una sorta di amnesia collettiva. Volevo che la mia scrittura si ribellasse a questo atteggiamento. Il kemalismo voleva una trasformazione totale della cultura, cambiò l'alfabeto, e quindi passò alla trasformazione della lingua, epurandola dei termini arabi e persiani. Atto pericoloso perché la pulizia linguistica equivale a quella etnica. L'immaginazione si restringe, la cultura e l'informazione non possono essere trasmesse da una generazione all'altra. Perciò cerco di riportare in vita parole che i kemalisti hanno epurato attirandomi la critica di usare «vecchi» vocaboli. Ma nelle storie che racconto cerco di essere un ponte tra il passato e il presente.
Il tuo processo dimostra quanto sia ancora lunga la strada delle riforme
Penso che le riforme aiuteranno il processo di democratizzazione nel paese. Ma è nelle teste il cambiamento di cui abbiamo bisogno. In Turchia per molta gente lo stato è al di sopra della società, dell'individuo. L'attaccamento allo stato, e all'esercito, è ancora molto profondo. Mi piacerebbe che questo attaccamento cominciasse a ridursi un po'.

   
   

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