di Benedetto Vecchi
Fonte: il Manifesto
28 settembre 2006
Un
mondo, quello virtuale, diviso in due. Sulla privacy o sulla
potenzialità di Internet per garantire chanches e opportunità
di successo gli internauti si dividono per pochi punti percentuali.
Sarà colpa del principio di maggioranza - le risposte prevedono un si,
un no e un non lo so -, ma il cyberspazio è lo specchio della vita
fuori lo schermo, dove le opinioni pubbliche si dividono oramai su
filo del cinquanta per cento. La ricerca su Il futuro di Internet
II, come potrebbe cambiare il web da qui al 2020 condotta dal
«Pew Internet & American Life Project» è segnata però da quell'antico
dissidio tra opinione e verità, dove l'opinione non è sinonimo di
verità. E tuttavia è significativa degli umori, delle convenzioni, di
un certo spirito del tempo. E quello che emerge è un'incertezza di
fondo, una difficoltà di definire linee di tendenza supportate da una
vision forte sul presente. Il cyberspazio delineato in questa ricerca
è dunque un terreno di conflitto dai contorni che nessuno futurologo
può certo decifrare
Megatrends da combattimento
Ciononostante, negli Stati Uniti il mestiere del futurologo ha sempre
avuto un grande successo di pubblico. Chi potrà mai dimenticare
l'arroganza con cui Alvin Toffler nel suo «La terza onda» pronosticava
la completa automazione delle attività lavorative entro il 2000 e
l'avvento di un'era di pace e prosperità. Il suo libro divenne un
best-seller mondiale, ma nulla di quanto aveva predetto Toffler è
divenuto realtà. E quando all'alba del nuovo millennio è stato
intervistato, rispondeva con eguale sicurezza che gli errori di
previsione erano stati solo un incidente di percorso, per poi
lanciarsi in una visione apocalittica del futuro, segnato da calamità
bibliche e da una però ritrovata equilibrio rapporti tra gli stati
nazionali. Da lì a qualche mese, la guerra sarebbe diventata lo
strumento per la costruzione di quel nuovo ordine mondiale che, a
cinque anni di distanza, è stato sepolto sulle montagne
dell'Afghanistan e nella sabbia del deserto iracheno. Lo stesso si può
dire di un altro noto studioso di previsioni. Si tratta di Jeremy
Rifkin, che ha previsto la fine del lavoro per il primo decennio del
2000 e l'avvento dell'idrogeno come combustibile primario per il 2025.
Ma al di là della fallacia delle previsioni, i loro pamphlet
riflettevano convinzioni molto diffuse che ha contribuito a formare
uno spirito del tempo favorevole alla cultura dominante. Ma come ha
affermato lo studioso inglese Stuart Hall sarebbe errato considerare
quello spirito del tempo solo una «falsa coscienza», quanto il
risultato di un conflitto culturale che ha visto impegnati uomini e
donne che consideravano la tecnologia non il risultato di uno sviluppo
lineare dell'attività umana, ma un prodotto sociale marchiato dal
conflitto sociale. E che, si può aggiungere, molte inchieste sui
megatrends sono da considerare capitoli di tale conflitto culturale.
Questa ricerca del Pew Internet & American Life project - consultabile
nel sito www.pewinternet.org - può però essere considerata come una
tappa della verità che si fa strada tra le menzogne. In primo luogo
per la scelta del campione, frutto di una selezione tra migliaia di
internauti monitorati dalla metà degli anni Novanta per arrivare agli
attuali 723 tra attivisti, esperti di media, manager, filosofi e
«semplici» internauti. Inoltre ci sono interviste mirate e di
approfondimento a personaggi come Geert Lovink, Howard Reinghold, che
certo non possono essere considerati chierici a custodia dello status
quo. Oppure a teste d'uovo di società come Microsoft, Google, Cnn, Fox
News, che sicuramente non disprezzano lo stato di cose esistente.
La ricerca chiedeva di esprimere un punto di vista su sette quesiti.
Il primo chiedeva se lo sviluppo di Internet avrebbe interessato gli
abitanti del pianeta in egual misura e se i costi di accesso alla rete
saranno alla portata di tutti. Le risposte si dividono tra un 56 per
cento di sì, mentre per un 43 percento sono negative. La seconda
domanda appare innocente: sarà l'inglese la lingua dominante? Un 57
per cento afferma che il mandarino e lo spagnolo diventeranno le
lingue più parlate nel cyberspazio, mentre la Cina e l'India
diventeranno le locomotive dello sviluppo del web. Tenuto conto che la
ricerca è condotta prevalentemente tra gli americani, questa risposta
illumina di ben altra luce la realtà statunitense. Una luce che mette
in evidenza una diffusa convinzione sulle difficoltà, se non sulla
crisi di consenso che incontrano gli Stati uniti nel mondo.
Al quesito se Internet limiterà il diritto alla riservatezza, il 49
per cento afferma di sì, mentre il 46 sostiene il contrario. Se però
si accetta la tesi dello studioso David Lyon che privacy non significa
sono la limitazione del potere statale o imprenditoriale di monitorare
la propria vita privata ma anche di poter gestire in proprio e
autonomamente le informazioni raccolte, le risposte date attestano che
il tema della privacy è nel presente uno degli argomenti più dibattuti
dagli internauti.
Allarme sicurezza
Le altre domande sono tutte relative sulla sicurezza di Internet o
sulla possibilità che la realtà virtuale del cyberspazio modifichi la
percezione della realtà. Aumenta il timore di azioni terroriste contra
la rete da parte di neoluddisti (58 per cento) proprio perché Internet
ha già cambiato la nostra percezione della realtà (58 per cento).
Dunque il World wide web come specchio di una società inquieta, che dà
per acquisite le potenzialità trasformative della rete, ma che è
consapevole della conflitti che la attraversano. Sia che si tratti di
proposte per metterla sotto controllo per fare affari, sia che si
tratti di strategie politiche o economiche per sfruttare,
politicamente o economicamente, quel bacino di intelligenza collettiva
che Internet è.
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