di Luca Celada
Fonte: il Manifesto
9 ottobre 2006
Le dimissioni - in realtà un malcelato
licenziamento in tronco - dell'amministratore delegato del Los Angeles
Times, Jeffrey Johnson, sono state una punizione attesa dopo la sua
opposizione pubblica all'ultimo taglio di «esuberi» ordinato dalla
casa madre di Chicago, e il rifiuto di licenziare cento giornalisti
della redazione.
È l'ultimo atto di una vera e propria insurrezione in atto alla
testata di Los Angeles fondata 125 anni fa e rimasta fino al 2000 di
proprietà della famiglia Chandler, esponente della storica oligarchia
cittadina, ma fautrice negli ultimi tre decenni di una gestione
illuminata che aveva potenziato il respiro nazionale e internazionale
del giornale facendone una delle più autorevoli testate indipendenti
del paese.
La vendita del Times per $9 miliardi alla Tribune Co. di Chicago si
era inserita nella tendenza al consolidamento di testate
giornalistiche in grandi conglomerati mediatici come Fox, Viacom e
Disney, facilitato da una deregulation che rende possibile la
proprietà di giornali ed emittenti tv in uno stesso mercato (oltre a
11 giornali, Tribune Co. gestisce anche 25 tv e la squadra dei Chicago
Cubs). Sotto la pressione di un'emorragia di pubblicità e inserzioni,
oltre che di contenuti, verso internet, le corporation hanno ogni
interesse a ridurre costi e ambizioni giornalistiche ricercando
entrate pubblicitarie con una «copertura» sempre più frazionata e
locale.
Una politica perseguita energicamente dalla Tribune Co. che
oltretutto, come proprietaria del foglio concorrente Chicago Tribune,
ha scarso interesse nel potenziare l'influenza nazionale del Times. Al
downsizing imposto da Chicago (nella gestione Tribune la forza lavoro
è scesa da 5300 a 2800 impiegati) è corrisposto un prevedibile declino
di prestigio e autorevolezza al punto che tre settimane fa un comitato
cittadino guidato dall'ex segretario di stato Warren Christopher aveva
pubblicato una lettera aperta all'amministrazione esortandola a
preservare il «ruolo di garanzia civica e democratica» che in un
giornale deve «prevalere sui profitti ad ogni costo».
In realtà il LA Times è fra le proprietà più fruttifere nel
portafoglio della Tribune Co., garantendo utili di oltre il 20%, un
motivo per cui la testata è oggetto di attenzioni da parte di varie
cordate «locali» che amerebbero rilevarla e riportare a Los Angeles il
consiglio d'amministrazione (fra cui quella guidata da David Geffen,
magnate musicale, celebre finanziatore del partito democratico e
comproprietario con Jeffrey Katzemberg e Steven Spielberg della
Dreamworks).
David Hiller il nuovo amministratore delegato, trasferito d'urgenza da
Chicago, ha affermato di non essere stato mandato come sbirro
padronale e che la questione dei cento nuovi esuberi potrà essere
rivalutata. Il direttore Dean Baquet per ora ha deciso di non
rassegnare le dimissioni per «tentare di proteggere» dall'interno
l'integrità del giornale. Ma nessuno a Los Angeles si illude che sia
finita qui la battaglia per il Times, divenuto giornale simbolo della
resistenza alla gestione corporativa delle notizie.
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