di Roberto Reale (segretario generale
di Information Safety and Freedom)
12 ottobre 2006
(nella foto: un giornalista di Shaabiya
TV piange davanti alla sede della televisione satellitare subito dopo
la strage, Reuters Photo)
Prendete il
mappamondo, fatelo girare. Con un dito scegliete la capitale di uno
stato, una qualsiasi. A questo punto pensate a una successione di
eventi. Ipotizzate che stamattina un commando di killer vestiti da
poliziotti abbia fatto irruzione in una televisione uccidendo una
decina di persone, compresi il direttore dell’emittente e il capo di
un partito che si era presentato alle elezioni. Aggiungete a tutto
questo un paio di altre notizie. Immaginate che nelle ultime 24 ore
nella stessa città siano stati trovati i cadaveri legati e torturati
di 40 persone e che nel frattempo delle autobomba, esplose in diversi
quartieri, abbiano seminato il terrore. Considerate che in quella
città quanto accaduto oggi è la ripetizione di quanto successo nei
mesi precedenti e che domani le cose potrebbero andare anche
peggio. Come chiamereste questo atroce incubo? Che cosa vi
aspettereste dalla informazione?
A tre anni e mezzo dalla “liberazione” dell’aprile 2003 Baghdad
agonizza nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale.
Le notizie che “vi ho fatto immaginare” corrispondono a fatti
realmente accaduti. La tv assaltata stamane si chiama Shaabiya.
Il sito inglese di Al Jazeera ci informa che l’emittente di
orientamento sunnita non aveva ancora iniziato le trasmissioni.
L’hanno spenta – potremmo dire - sul nascere.
In qualunque altra parte del mondo questo avvenisse, la cosa finirebbe
in prima pagina. Ma non è così per l’Iraq, un paese che l’informazione
(quasi tutta) non riesce più a raccontare se non con poche righe nelle
pagine interne.
Ormai di queste stragi di civili (e di giornalisti) si occupano
soltanto le associazioni umanitarie e quelle che si battono per la
tutela della libertà di espressione (fra queste, in Italia, Isf,
Information Safety and Freedom).
Prendete la questione del bilancio complessivo delle vittime della
guerra. Stamattina ascoltavo un giornale radio nazionale, di quelli
flash. In chiusura chi conduceva ha letto due righe: “Ammonterebbero a
650mila i civili morti in Iraq dal 2003 ad oggi secondo quanto
riportato dal New York Times e dal Washington Post”.
A parte il fatto che i due giornali questi numeri li “avevano
riportati” ieri, la notizia data così perde totalmente di senso.
Pensate che all’una di stanotte il telegiornale di BBCWorld le ha
dedicato invece l’apertura con 8 minuti di spazio. C’erano due
servizi. Il primo realizzato a Baghdad. Il secondo in studio con
un’accurata analisi dei metodi e dei criteri seguiti dai ricercatori
americani della John Hopkins Bloomberg School of Public Health di
Baltimora per conto della rivista medica britannica Lancet ( il Nyt e
il WP non sono insomma la fonte come aveva fatto credere la nostra
radio). Il conduttore – con l’aiuto di una grande lavagna elettronica
– si soffermava su come si era arrivati a questa cifra di 650mila
morti, spiegava che sono stati seguiti i medesimi criteri statistici
usati per altre crisi umanitarie ( ricordate il genocidio in Ruanda?).
Il punto è stato quello di individuare, grazie alle testimonianze
raccolte sull’intero territorio nazionale su un campione ampio di
famiglie, come fosse mutato il tasso di morte. Si è scoperto che prima
del 2003 era del 5,5 per mille all’anno, da allora è salito al 13,5.
Da questo dato derivano a cascata gli altri. Dietro – hanno detto su
BBCWorld – c’è una metodologia accettata da tutta la comunità
scientifica internazionale. Che poi non l’accettino i politici lo
darei per scontato. Come farebbe il Presidente Bush ad ammettere che
il numero dei morti è di 20 volte superiore a quello dei 30mila da lui
comunicato? Come potrebbe il governo iracheno gradire una simile
ricerca e poi negare che sia in corso una guerra civile?
Sono domande aperte. Ma ce ne sono molte altre ancora. Il professor
Gilbert Brurnham che ha curato lo studio di Lancet lo ha detto
chiaramente: “ Noi continuiamo a credere che sia urgente la nomina di
un comitato indipendente che monitori in Iraq il rispetto della
Convenzione di Ginevra e degli altri diritti umanitari. Sarebbe
l’unico modo per rendere meno pesante il tragico costo in vite umane
di eventuali prossime guerre”.
Gli interrogativi finali sono allora questi: perché l’informazione
indipendente non sostiene con forza questa richiesta? Può essere
accettabile che nell’era di Internet e delle tv satellitari non si
conoscano i dati reali del costo di tre anni di conflitto? Dovremo
aspettare il prossimo studio di Lancet per sapere che il numero dei
morti ha superato il milione proprio come in Ruanda?
12/10/2006 ore 16 e 30
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