torna alla home page

 

 


 
Anna e Antonio uccisi due volte

di Stefano Marcelli (presidente di Information Safety and Freedom)

16 ottobre 2006
 

Diciamolo subito molto chiaramente. C’è una spessa coltre di ipocrisia attorno al cordoglio per l’uccisione della collega Anna Politkostaya. Sì, è vero che le pagine dei nostri giornali sono state riempite di commossi ricordi personali, vibrate proteste, ampie commemorazioni, fondate sugli scritti passati e recenti della giornalista uccisa.
Ma al suo funerale di Mosca non si è visto, tolto il radicale Marco Pannella, nessun rappresentante dell’Europa politica,istituzionale e dei diritti umani. Nessuno ha protestato direttamente con il nuovo zar di tutte le Russie Vladimir Putin che, tacendo per due giorni, ha mandato dal Kremlino un pesante,minaccioso e inequivocabile messaggio agli eventuali eredi della Politkovskaya, spiegando successivamente che le sue denunce “ non hanno mai raggiunto l’opinione pubblica russa “ e quindi non hanno mai creato grossi problemi.
Ma l’offesa più grave di tutti, che sembra gettare una pesante pietra sulla morte della coraggiosa collega e soprattutto sulla sua vita, è il persistere di un pesante silenzio sulle vicende della guerra cecena, sugli abusi dell’apparato sovietico, sul probabile uso indiscriminato di armi di distruzione di massa e di più artigianali tecniche di tortura.
Sono queste le denunce a cui ha immolato il proprio mestiere (e la propria vita) Anna e le stesse per cui è stato ucciso un altro collega, nostro connazionale, come Antonio Russo. Prima di essere massacrato a colpi di spranga (forse), Antonio aveva parlato di una cassetta video che avrebbe provato proprio l’uso di armi di distruzione di massa da parte dell’Esercito Russo in Cecenia. Parlava di stragi di bambini, Antonio. Ma lui è stato già sepolto da sei anni di silenzio.
Lo stesso destino sembra dover toccare alla Politkovskaya e, dietro a loro, a tutti i colleghi che nell’ex Federazione Russa, si ostinano a tentare di alzare la voce sulla corruzione, le violenze, il ripristino dello stato di polizia, in quel Paese così vasto e complesso.
In questi anni, quando con ISF, abbiamo tentato di sollecitare una presa di coscienza e un impegno alla mobilitazione su questa tragedia, ci siamo trovati di fronte ad imbarazzate alzate di spalle o a minacciose prese di distanze.
Ma oggi non si può più tacere. La pietra del silenzio e dell’indifferenza sta diventando adesso troppo pesante, per poter essere lasciata lì dov’è, sui corpi e sulle storie di tanti colleghi caduti .
Il silenzio è un crimine, un atto di complicità con gli esecutori e i mandanti di quei delitti.
L’unico modo per rendere omaggio ad Anna, Antonio e alle decine di altri colleghi uccisi negli ultimi anni nella federazione Russa, è quello di dare continuità al lavoro, di indagare sulle loro denunce, di colpire i mandanti dei loro omicidi.
Se ancora i giornalisti di casa nostra (e con loro i difensori dei diritti umani e della pace) non hanno capito che ogni volta che si colpisce uno di noi , veniamo colpiti e, messi in pericolo tutti, allora i duemila colleghi caduti sui vari fronti della libertà di stampa nel mondo negli ultimi quindici anni, sono davvero morti invano.
Per chi ha, o dovrebbe avere, come mestiere la libertà, ci sono molti modi di morire.
Uno è quello di perdere la coscienza.

   
   

torna alla home page

   

per ulteriori informazioni e per scriverci: direttore.isf@libero.it