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Il nemico
Il cameraman Sami al-Haj di Al-Jazeera è in prigione a Guantanamo da cinque anni senza prove o processo. Avrà mai la possibilità di difendersi?

di Joel Campagna
Fonte: Committee to Protect Journalist, New York

23 ottobre 2006
 

Il 15 dicembre 2001 un’alba nuvolosa copriva la zona di confine di Chaman, tra Pakistan e Afghanistan, e il reporter di Al-Jazeera Abdelhaq Sadah e il cameraman Sami Muhyideen al-Haj erano ansiosi di muoversi. Subito oltre il confine, i talebani erano fuggiti da Kandahar, il loro dominio distrutto dagli attacchi aerei americani e dagli assalti terrestri dell’esercito afgano. Il compito della coppia era quello di seguire gli sviluppi della faccenda.  

Non avrebbero fatto molta strada  Al momento di presentare i passaporti, una guardia di confine pakistana ha cominciato a innervosirsi. Sadah poteva passare, urlò la guardia, ma c'era un problema con il passaporto di al-Haj. L’agente mostrò loro una nota dell’intelligence pakistana che ordinava a tutte le guardie di confine di arrestare al-Haj per presunti collegamenti con al-Qaeda. 

Entrambi i giornalisti erano confusi. Negli ultimi due mesi al-Haj aveva attraversato il confine con altri dipendenti di al-Jazeera senza incontrare difficoltà. Solo alcuni giorni prima Sadah e al-Haj avevano viaggiato attraverso il confine a Spinboldak, dove avevano fatto un servizio sui danni alla principale strada afgana che va da Chamar a Kandahar. 

Al-Haj pensò che si doveva trattare di un malinteso. L’ordine scritto che la guardia aveva mostrato loro indicava il numero del suo vecchio passaporto sudanese, che aveva perso due anni prima. Un ufficiale pakistano che si identificò come il maggiore Nadeem arrivò al confine più tardi quel giorno e disse ai due giornalisti di non preoccuparsi. Il mattino seguente, racconta Sadah, il maggiore portò via al-Haj in macchina. 

“Da allora non ho più visto Sami” Sadah ha raccontato al Committee to Protect Journalists (CPJ) di New York. E neanche i colleghi, gli amici o la famiglia hanno più notizie di lui. Per al-Haj è iniziata un’odissea che lo avrebbe portato dal Pakistan in Afghanistan, e quindi in una stretta cella nella base navale U.S nella baia di Guantanamo, Cuba, dove si trova ancora oggi con altri 450 detenuti che l’amministrazione Bush definisce “combattenti nemici”. 

Portato a esempio come caso di prigionia politica da al-Jazeera, anche se virtualmente sconosciuto ai circoli mediatici americani, al-Haj è l’unico giornalista ora imprigionato a Guantanamo. Le forze armate americane sostengono che egli abbia lavorato come corriere finanziario per i ribelli ceceni, e che abbia aiutato personaggi del mondo estremista e di al-Qaeda. In un messaggio registrato, Osama Bin Laden ha chiesto il suo rilascio.  

Al-Haj è stato tenuto prigioniero per quasi cinque anni sulla base di prove segrete; non è stato processato ne condannato per alcun crimine. Fino a quest’anno - quando un procedimento legale vittorioso della Associated Press ha costretto il Pentagono a fornire l’identità dei prigionieri - i militari negavano persino che al-Haj fosse in loro custodia. Il legale di al-Haj, il quale è stato interdetto dall’assistere alle udienze del suo assistito, ha definito le prove fornite contro il suo cliente “senza fondamento” e ha descritto il sistema giudiziario a Guantanamo “una vergogna”. 

“Non c’è alcuna prova in assoluto che lo colleghi ad ambienti terroristici”, ha affermato Clive Stafford Smith, direttore legale di “Reprieve”, un gruppo umanitario con base a Londra che ha deciso di sostenere al-Haj nel 2005.  Stafford Smith contesta il fatto che la detenzione prolungata di al-Haj sia una questione politica, e che lo sforzo principale degli interrogatori U.S.A non sia stato volto ad accertare i legami tra al-Haj  e le ipotetiche attività terroristiche da lui compiute, ma ad ottenere informazioni su al-Qaeda e il suo staff.  

Qualunque sia la verità, la detenzione di al-Haj ha sollevato dubbi sul trattamento riservato ai giornalisti dalle autorità americane nella loro lotta globale al terrorismo. Nel 2005, la detenzione di al-Haj e di altri quattro giornalisti in Iraq ha posto gli Stati Uniti nelle sei nazioni al mondo che hanno giornalisti in prigione, subito dietro a Uzbekistan e a pari merito con la Birmania. In Iraq, diversi giornalisti sono stati trattenuti senza alcuna accusa formale. Tutti sono stati liberati: nessuna delle accuse era stata provata in ogni caso. 

I sostenitori di al-Haj hanno chiesto che gli venga concesso un giusto processo. A giugno, la corte suprema americana deliberò che i tribunali militari stabiliti a Guantanamo erano illegali. La corte affermò che l’amministrazione Bush doveva garantire un processo minimo come indicato nelle leggi U.S e nella legislatura internazionale, o doveva cercare l’approvazione del Congresso per aprire tali tribunali. A settembre, il Congresso approvò le linee guida che avrebbero permesso ai detenuti di ricorrere ad un consiglio legale, e di visionare le prove prodotte contro di loro. Ma tali linee guida ancora permettono la detenzione indefinita, e permettono ancora l’utilizzo di prove circostanziali o estorte con la forza.  

In seguito alla sua detenzione a Chaman, Sami al-Haj trascorse i seguenti 23 giorni sotto la custodia di ufficiali dei servizi segreti pakistani, prima di essere trasportato nella vicina città di Quetta, dove, secondo al-Jazeera,  è stato consegnato alle forze U.S. 

Al-Haj è stato subito trasportato nella nuova base aerea americana di Bagram, vicino la capitale afgana di Kabul, dove è stato trattenuto per sedici giorni. Secondo lo stesso giornalista quelli furono “i giorni più lunghi della mia vita”. Al-Haj raccontò a Stafford Smith di essere stato brutalmente picchiato dalle truppe americane, che lo accusavano di aver eseguito le registrazioni dei video di Osama Bin Laden per al-Jazeera. Al-Haj ha sempre negato quelle accuse, e Stafford Smith crede che i militari abbiano confuso il suo cliente con qualcun altro, un cameraman con un nome simile. Le accuse non hanno mai assunto una dimensione pubblica. 

Il 23 gennaio 2002, le forze americane trasportarono al-Haj a Kandahar, dove rimase fino al 13 giugno, quando fu portato nella baia di Guantanamo. Legato e incappucciato, con dozzine di altri prigionieri. Attraverso il suo avvocato e delle lettere scritte durante la prigionia, al-Haj ha descritto le dure condizioni di vita a Guantanamo e ha accusato le truppe americane di utilizzare la privazione del sonno come metodo di interrogatorio. Ha detto di soffrire di reumatismi e che gli sono state negate le cure mediche necessarie a prevenire il ritorno di un cancro alla gola. 

La scomparsa di Al-Haj non è stata resa pubblica fino al 18 settembre 2002, quando al-Jazeera ha annunciato in un comunicato stampa che un suo cameraman era detenuto a Guantanamo. Per mesi, disse l’emittente, si era cercato di risolvere la questione dietro le quinte, attraverso contatti con ufficiali americani e pakistani, temendo che la pubblicità potesse compromettere il rilascio. I servizi pakistani avvertirono uno dei reporter dell’emittente di non fare domande su al-Haj. Le autorità americane rimasero in silenzio.

“Non abbiamo ricevuto nessun dettaglio ufficiale dagli americani sulla natura delle accuse” ha affermato il general manager di Al-Jazeera Waddah Khanfar. 

Per i telespettatori del canale di informazione più guardato del mondo arabo, al-Haj ha una faccia conosciuta. Al-Jazeera torna regolarmente sugli sviluppi del caso, e ha dedicato una sezione del suo conosciutissimo sito web al giornalista detenuto, e, quest’anno, ha trasmesso un documentario di 53 minuti con i dettagli della sua storia. Nonostante questo al-Haj resta un’enigma.

Pochi dipendenti di Al-Jazeera lo avevano conosciuto bene durante la sua breve permanenza alla stazione. E’ accertato ormai che non avesse alcuna esperienza di giornalismo prima di essere assunto da uno dei più influenti organi di informazione del mondo. Nato nel 1969 e cresciuto nel Sudan centrale, al-Haj ha sempre dimostrato interesse verso i media. Secondo suo fratello Asim egli “amava leggere e scrivere, a anche la fotografia”. Asim e altri membri della sua famiglia hanno affermato che al-Haj aveva studiato inglese in India.

Scoraggiato dalla mancanza di opportunità giornalistiche in Sudan, ha raccontato Asim, abbandonò i propositi giornalistici e si trovò un lavoro negli Emirati Arabi Uniti. Negli anni 90 fu impiegato come assistente amministrativo per la Union Beverages di Sharjah, che produce bevande analcoliche per il medio oriente e l’Asia. Il suo avvocato, Stafford Smith, ha detto che al-Haj ha anche lavorato per una compagnia di import-export chiamata Romat-International. La Union Beverages e la Romat appartengono ad un gruppo di compagnie posseduto da Muhammad Abdullah al-Umran, un cittadino degli Emirati Arabi. 

Nello stesso periodo al-Haj incontrò sua moglie, Asma, una cittadina azera. Si sposarono nel 1998 e ebbero un figlio, Muhammad, che ora ha sei anni, e andarono a vivere a Doha, in Qatar.  

Asma ha affermato che suo marito iniziò a lavorare presso Al-Jazeera nell’aprile del 2000, dopo aver risposto ad un annuncio di lavoro. Aveva ambizione, conoscenza del computer, e una buona padronanza dell’inglese. L’avvocato e i colleghi di al-Haj dicono di lui che ha iniziato come free-lance in prova. Al-Jazeera inizialmente lo assegnò come sostegno al gruppo che si occupava della Cecenia, ma non viaggiò mai nel paese.

Fawi al-Bushra, un reporter veterano di Al-Jazeera e sudanese anche lui, divenne amico di al-Haj. Lo ricorda come taciturno e inesperto, ma ansioso di dimostrare il suo valore. “Era un uomo senza credenziali” ricorda al-Bushra. Eppure lo stesso al-Bushra e altri reporter di Al-Jazeera dicono che non era insolito per l’emittente addestrare giornalisti novizi. 

Secondo la maggior parte delle versioni, al-Haj ebbe la sua grande opportunità dopo il 9 settembre e i successivi assalti U.S per far cadere i Talebani in Afghanistan. Al-Jazeera, che pagava bene immagini esclusive dalle zone di guerra, firmò con al-Haj un contratto in un momento in cui vi era necessità di cameraman. Secondo Muhammad Jasem Ali, ex direttore dell’emittente, “Sami aveva qualche addestramento con la telecamera, noi gli insegnammo a usare un videofonino” aggiungendo che era difficile trovare chi fosse disposto ad andare nelle “zone calde” come l’Afghanistan. 

Al-Haj era impaziente di dimostrare il suo valore. Molti dipendenti di Al-Jazeera hanno detto che lui si offrì volontario per andare in Afghanistan quando in pochi lo avevano fatto. Al-Bushra ha raccontato di aver cercato di dissuadere il suo amico inesperto ad andare, ma al-Haj insistette. “Mi ricordo di avergli detto - aggiunge al-Busjra –‘stai andando in guerra non in un picnic’ e lui ha risposto ‘OK ma questo mi darà la possibilità di dimostrare quanto valgo”. 

Anche la famiglia di al-Haj era nervosa, ma dopo lunghe discussioni al-Haj decise che non poteva rifiutarsi solo perché era nuovo del mestiere. 

Nell’ottobre 2001, col nuovo contratto in mano, al-Haj si unì ad un gruppo guidato dal reporter al-Shouly nel sud-est dell’Afghanistan, controllato dai Talebani. Gli uomini lavorarono insieme per quasi due mesi, spesso anche quindici ore al giorno, ricorda al-Shouly. Usando una telecamera portatile e un videofonino, al-Haj riprese le vittime civili dei bombardamenti americani, una vista comune nei reportage di Al-Jazeera, e le sue foto furono le sole foto che uscirono dal sud-est Afghanistan in quel periodo. Al-Haj, dice al-Shouly, spesso si commuoveva di fronte ai bombardamenti.  

Al-Shouly e al-Haj furono brevemente arrestati, secondo Al-Jazeera, dalle forze talebane per aver fatto riprese senza autorizzazione. Ma è stato a Chaman dove la carriera di al-Haj ha subito una battuta d’arresto dalla durata indefinita. 

Durante la maggior parte degli ultimi cinque anni, il motivo per cui al-Haj è stato arrestato è rimasto segreto. A settembre del 2002, il CPJ ha scritto una lettera al segretario della Difesa Donald Rumsfeld, chiedendo le ragioni della detenzione di al-Haj. Il CPJ non ha ricevuto alcuna risposta. Il portavoce del pentagono Bryan Whitman non ha risposto alle richieste di un commento sulla vicenda. 

Su richiesta del CPJ, il Pentagono ha fornito delle trascrizioni declassificate degli interrogatori di al-Haj. Quei documenti, insieme alle informazioni fornite dal legale di al-Haj, hanno fornito qualche spiegazione sulla vicenda. 

A quanto pare le autorità militari hanno mosso accuse molto pesanti contro al-Haj, secondo il “Combatant Status Review Tribunal” del 2004, un’udienza per decidere se i detenuti erano effettivamente “nemici combattenti”, e da una trascrizione del “Administrative Review Board” del 2005, un’udienza per decidere le libertà su cauzione. 

I militari definiscono le accuse come “prove”. Ma un esame dei documenti pubblici rivela che sono affermazioni su presunti misfatti senza la documentazione o i testimoni normalmente considerati come prove da una corte. Giustificare le prove , se esistono, fa parte del file classificato dei militari americani, off limits per il pubblico, al-Haj o il suo avvocato. 

Una delle accuse principali è che al-Haj ha svolto l’attività di corriere per i ribelli ceceni e altri gruppi armati del Caucaso, consegnando grandi somme di denaro dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaijan in più occasioni dal 1996 al 2000. L’Azerbaijan è un noto punto di scambio per armi e materiali di supporto ai ribelli ceceni.  

Gli ufficiali americani accusano al-Haj di aver fatto tali consegne su ordine del suo capo alla Union Beverages, Abdel Latif al-Umran, al ramo Baku della carità islamica Al-Haramain. Al-Umran, figlio del proprietario della compagnia, non ha risposto alle domande. Anche al-Umran senior si è rifiutato di rispondere ad una lettera del CPJ. Al-Haramain non era sulle liste di terroristi, anche se è stato aggiunto dopo gli attacchi dell’11 settembre. 

Al-Haj è anche accusato di aver incontrato e aver aiutato ad ottenere un permesso visa a quello che è considerato il fondatore di al-Queda, Mamdouh Mahmoud Salim, negli USA per essere processato su accuse che risalgno allìattacco esplosivo nelle ambasciate americane in Africa del 1998. Salim è stato accusato anche nel 2004 di aver mutilato un ufficiale di un centro correzionale di Manhattan. 

Le autorità militari aggiungono che al-Haj ha falsificato i documenti della Romat International per fondare una corporation in Azerbaijan. Gli investigatori sostengono che Salim fosse collegato alla Romat, ma non forniscono alcun dettaglio sul ruolo di Salim o le intenzioni di questa supposta macchinazione. 

Le altre accuse sembrano essere una condanna del lavoro giornalistico di al-Haj. Nel “Administrative Review Board” del 2005, le autorità militari americane sostengono che al-Haj ha “intervistato numerosi ufficiali telebani e figure di spicco di al-Qaeda”. 

Il file classificato del governo americano potrebbe contenere altre accuse, ma tali accuse non sono ancora state rese pubbliche. 

La maggior parte delle informazioni di Stafford Smith provengono dagli otto colloqui con al-Haj a Guantanamo, da informazioni e documenti che al-Haj ha consegnato, e da documenti declassificati recentemente. 

Stafford Smith cita accuse come prova del corrotto sistema legale di Guantanamo il fatto che le accuse contro il suo cliente cambino continuamente. Le autorità militari americane hanno lasciato decadere almeno tre delle accuse originali - che avesse disseminato propaganda terrorista su Internet; cha abbia viaggiato a lungo attraverso il medio oriente e l’Europa orientale; e infine che abbia organizzato il trasporto di missili Stinger dall’Afghanistan alla Cecenia. L’accusa riguardante i missili, sostiene il suo legale, era basata su una confusa conversazione con un altro detenuto che parlava di voler vendere tali armi. 

Ma per Stafford Smith, la prova più convincente che questo caso sia una montatura è che coloro che interrogano al-Haj siano scarsamente interessati a dimostrare le accuse. Virtualmente tutti i 130 interrogatori a cui è stato sottoposto al-Haj ruotavano intorno ad Al-Jazeera, ha affermato Stafford Smith. Secondo lui le autorità militari sembravano interessate a stabilire una relazione tra Al-Jazeera e Al-Qaeda, interrogando al-Haj circa importanti giornalisti, la situazione finanziaria dell’emittente, e come pagano i biglietti aerei. 

Ad un certo punto, i militari comunicarono ad al-Haj che sarebbe stato rilasciato se avesse accettato di informare le autorità americane delle attività dell’emittente satellitare. Al-Haj si è rifiutato. L’amministrazione Bush non hanno mai nascosto il suo disprezzo per Al-Jazeera, etichettando ripetutamente i suoi programmi come provocatori e accusando l’emittente di lavorare per i terroristi. 

Al-Haj ha professato la sia innocenza durante un’udienza di 40 minuti prime della “Administrative Review Board” del 12 agosto 2005. 

Nonostante si sia rifiutato di rispondere alle domande relative ai capi di accusa sotto consiglio del suo legale, una trascrizione dell’udienza include un accorato appello alla “review board”. Il testo cita  al-Haj dicendo che gli manca profondamente la famiglia, e che non capisca come sia possibile essere considerato un combattente nemico. 

“Con tutto il dovuto rispetto, un errore deve essere stato commesso perché io non sono mai stato membro di gruppi terroristici e non hai mai preso parte ad alcun atto terroristico o di violenza”, ha detto alla commissione d’inchesta. “Posso affermare senza esitazione di non essere una minaccia per gli Stati Uniti (d’America) o per chiunque altro. Condanno fermamente qualunque atto intrapreso contro persone innocenti, e condanno fermamente il tragico attacco al World Trade Center di New York. L’Islam propriamente interpretato non permetterebbe mai l’uccisione di persone innocenti in questo modo.” 

Gli ufficiali americani hanno descritto i detenuti di Guantanamo come “la feccia della feccia”, ma i colleghi e i parenti trovano difficile conciliare questa descrizione con il timido e introverso uomo che conoscono. Stafford Smith lo chiama “una delle persone più solari e simpatiche – sempre sorridente – che abbia mai incontrato". 

“Ama sua moglie e suo figlio – ha sempre parlato di loro” ha detto Youssef al-Shouly di Al Jazeera, che ricorda al-Haj come musulmano praticante non dedito a posizioni estremiste. “E’ una persona gentile”, ha detto la moglie di al-Haj, Asma. “Non hai mai fatto nulla, e gli americani lo hanno capito, ma si sono infilati in una situazione dalla quale non possono uscire”. 

La “Review Board” ha distinto al-Haj per la buona condotta, che, da quanto risulta dalle trascrizioni dell’udienza, prega frequentemente nelle cella ed insegna l’inglese e il Corano ai suoi compagni di detenzione.  

I dipendenti di al-Jazeera hanno criticato anche l’iniziale riluttanza della stazione a pubblicizzare il supporto pubblico per al-Haj, che contrastava con lo sfogo per il suo reporter di punta, Taysir Alluni, che è stato arrestato nel 2003 in Spagna con l’accusa di terrorismo. “Il fatto che ci abbiano messo così tanto ad intervenire lo ha danneggiato immensamente”, ha detto Stafford Smith, che ha aggiunto di non voler essere “troppo severo con Al-Jazeera perché è in una difficile posizione”. 

Era Al-Haj un conoscitore o involontario cospiratore  con gruppi terroristici? O è forse completamente innocente – un giornalista strappato dal campo mentre lavorava sulla storia più grande del mondo? Quale crimine avrebbe commesso? Quali sono le prove contro di lui? Solo un giusto e trasparente processo legale può fornire queste risposte. 

“La regola della legge dovrebbe prevalere”, ha detto il collega al-Bushra. “Ha già trascorso conque anni senza un processo.” 

* Joel Campagna è senior program coordinator responsabile per il Medio Oriente e il Nord Africa al Commitee to protect Journalists (CPJ). Il ricercatore associato del CPJ Ivan Karakashian ha contribuito a questo report. 

   
   

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