di Erfan Rashid
29 ottobre 2006
Con la sua, di quasi mezzo secolo di esperienza di lavoro, lotta e sofferenza, Salwa Zako è considerata a tutti gli effetti la decana dei giornalisti iracheni. In questi anni ha attraversato la storia del suo paese e ha partecipato attivamente nella creazione della coscienza politica e democratica dei suoi concittadini. Prima come insegnante e poi come giornalista e dirigente politico e sindacale. La sua formazione politica e la sua appartenenza alla sinistra irachena l’hanno collocato nel campo degli intellettuali che comprendono il lavoro come una missione da compiere qualunque siano i sacrifici da affrontare.
Dice la signora Zako “ Ho iniziato a lavorare nel campo del giornalismo non appena terminati gli studi universitari nel 1956, che mi hanno dato modo di lavorare come insegnante di lingua inglese. Ma non appena ho intrapreso l'attività giornalistica ho capito che questa professione era difficilmente paragonabile a qualunque altra. Il piacere nei confronti di questo lavoro scaturisce dalle sfide stesse che esso comporta, richiede al giornalista un rinnovamento quotidiano - chi si ripete muore professionalmente - e comporta una ricerca ininterrotta della conoscenza, una caccia agli avvenimenti, i cui fili devono essere collegati gli uni agli altri per estrarne giudizi ed opinioni il più vicini possibile alla realtà, oltre ad una vasta rete di relazioni di cui un giornalista di successo deve abbondare. Probabilmente sono state queste sfide il movente che si cela dietro la mia scelta della professione giornalistica. E dal momento che mi sono inserita in questo ambito senza una precedente preparazione professionale, una ulteriore sfida è stata quella di imparare l'abc del mestiere per mezzo di alcuni tra i più esperti giornalisti. Ero l'unica giornalista del giornale 'Al-Bilad' ('Il paese') a lavorare in mezzo a tanti uomini che si sono rapportati a me con grande empatia e mi hanno insegnato i segreti del mestiere. Trovavo estremo piacere ad imparare ogni giorno una parola nuova, ma l'ossessione di studiare il giornalismo è rimasta finchè non ho avuto la possibilità di intraprendere gli studi all'università di Mosca, dove ho studiato e praticato l'attività giornalistica presso alcuni giornali e presso la sezione araba della radio di Mosca”.
Salwa Zako è stata la prima donna irachena a fare ritorno in patria con un dottorato in scienze dell'informazione, e la sua collocazione naturale sarebbe stata la cattedra di giornalismo alla facoltà di Letterte all’ Università di Baghdad, ma le autoritò dell'univeristà, politicamente soggiogata dal regime di Saddam Hussein, si sono rifiutati di assumerla. Il motivo era la sua appartenenza politica. Era membro del Paritito Comunista Iracheno. Dice la signora Zako “Per questo non ho mai insegnato all'università, ma ripresi l'attività giornalistica lavorando la mattina per il giornale 'Al-Jumhuriya' ('La Repubblica') e la sera per 'Tariq al-Shaab' ('La via del popolo') e poi 'Al-Fikr al-Jadid' ('Il nuovo pensiero') – il quotidiano e il settimanale del PC Iracheno-“ e aggiunge “ Forse, il fatto di non essere stata nominata all'università è stato un colpo di fortuna, poichè improvvisamente la sezione di scienze dell'informazione è diventata appannaggio dei professori e degli studenti baathisti, trasformandosi in un luogo per coloro che miravano al pezzo di carta senza alcun interesse per la professione”. “Questa facoltà continua a sfornare un gran numero di studenti che non possiedono nè la preparazione, nè il desiderio di lavorare nel giornalismo, poichè è stata costruita su fondamenta sbagliate, sia a livello di metodi di studio che di criteri per l'accettazione degli studenti” ha aggiunto.
“Il giornalismo è un mestiere che devi amare e cui devi dedicare totalmente la tua vita, se vuoi diventare un giornalista per davvero” dice la signora Zako e aggiunge.”In Iraq, il giornalismo non è una professione ben accetta, bensì rischiosa. Sin dalla sua fondazione a tutt'oggi, lo stato iracheno guarda con dubbio e sospetto al giornalista, scontrandosi con esso per trasformarlo in uno dei suoi strumenti e far sì che tutta l'informazione divenga un ufficio di propaganda annesso al governo.
Lo scontro è giunto all'apice al tempo della dittatura, la quale non si accontentava altro che di una sottomissione totale. Ebbe inizio allora una campagna per espellere ogni giornalista che si rifiutava di aderire al partito Baath, tra le cui conseguenze vi fu la trasformazione dei mezzi di informazione in copie somiglianti l'una all'altra senza alcuna caratteristica distintiva, a parte la competizione per ottenere il beneplacito del governante. Ad un certo punto, mi è arrivato un ordine superiore del Consiglio del Comando della Rivoluzione a lavorare per una società di assicurazioni del ministero del Tesoro, ma io ho continuato a lavorare per 'Tariq al-Shaab' e poi per 'Al-Fikr al-Jadid'.
Con l’ondata di repressione nei confronti di larga parte del popolo iracheno, i comunisti iracheni hanno subito il colpo più duro nella loro storia. I cinque anni di apparente apertura nei confronti delle forze politiche non baathiste hanno dato agli organi di polizie segrete del regime di scoprire le reti delle organizzazioni politiche e sindacali nel paese. Cosi il colpo inferto è risultato di formidabile danno. Ma malgrado gli assassini, incarcerazioni e dispersione in cento esili di quasi la totalità dei militanti e simpatizzanti dei partiti non battisti, il regime di Saddam mantenne le sedi dei giornali del partito comunista aperte. “La stampa comunista non è stata chiusa nel 1979 con decreto ufficiale” dice Salwa Zako “ ma avvenne sulla base di un piano graduale che mirava a strozzarla per mezzo di una caccia ai distributori - ai quali fu impedito di vendere i giornali comunisti - poi ai giornalisti che vi lavoravano, che vennero imprigionati l'uno dopo l'altro, poi con l'appropriazione della tipografia e l'arresto degli operai che vi lavoravano. Fu così che i giornali comunisti cominciarono gradualmente a smettere di pubblicare. Tra le sedi dei giornali non restava che quella di 'Tariq al-Shaab', che era stata totalmente assediata, senza tuttavia essere presa d'assalto, e tra i cui quadri giornalistici non restavamo che Safa al-Hafiz ed io. Gli altri erano stati imprigionati oppure erano riusciti a nascondersi o a fuggire all'estero. Safa al-Hafiz è stata arrestata in casa sua il 15 maggio, io dopo quattro giorni. Da quel momento, nessuno ha mai più visto Safa al-Hafiz, che è stata uccisa in carcere. Io uscii dal carcere dopo due mesi e mi è davvero difficile raccontare i particolari di quell'amara esperienza”.
Come ho trascorso gli anni fino al 2003?
“Ho fatto molti lavori” dice Salwa Zako “ ho lavorato come operaia in una tipografia, poi ho insegnato in una scuola internazionale di Baghdad. La cosa curiosa è che le circostanze mi hanno costretta a ritornare ad una professione, quella dell'insegnamento, che trent'anni prima avevo rifiutato”.
Non appena caduto il regime Salwa Zako ha ripreso l'attività giornalistica, partecipando alla fondazione del quotidiano 'Al-Mada' ('Lo spazio'), di cui sono diventata vice Direttore, poi Direttore del giornale 'Al-Nahda ('Il risveglio') fino alla sua chiusura”. Salwa Zako attualmente lavora come direttore della rivista 'Al-Tawasul' ('Il collegamento'), un mensile specializzato in informazione e comunicazione.
Della situazione attuale della stampa irachena dice la signora Zako “Il crollo del regime ha spianato la strada al pluralismo nell'informazione, un'esperienza nuova per gli iracheni, dopo trent'anni di dittatura. A quanto pare abbiamo tutti bisogno di una lunga ristrutturazione per riuscire ad utilizzare lo spazio di libertà che ci circonda, giornalisti e responsabili di governo allo stesso modo” e aggiunge “La stampa liberale è oggetto oggi di evidenti restrizioni, tanto che in alcune province ne viene vietata la circolazione con la forza del terrorismo, non dello stato. gli stessi apparati governativi hanno cominciato a limitare gli operatori dei media ed alcuni di loro oggi sono sotto processo a causa delle loro opinioni, oltre ai centinaia minacciati dai più diversi ambienti attivi sulla scena politica e che sono stati costretti a lasciare il paese per salvarsi la vita”.
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