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«Io, giornalista, in fuga dall'Italia»

7 dicembre 2006
 

di Cinzia Gubbini
Fonte: il Manifesto

Si aggira per l'Italia un po' come l'Amerigo Ormea di Calvino ne «La giornata di uno scrutatore»: osserva, piuttosto stupito, come funziona nel nostro paese la vita di quelli che dovrebbero avere protezione, perché riconosciuti rifugiati politici.
Raccogliere informazioni e raccontare, d'altronde, è il suo mestiere da undici anni, quando diciottenne entrò a far parte della giovane redazione de L'Indépendant, uno dei primi giornali privati editi in Guinea Conakry. Oggi il giornalista Aladji Cellou Camara è rifugiato politico in Italia. Alle spalle ha lasciato una promettente carriera: era ormai diventato direttore del giornale, che con le sue 70 mila copie è uno dei più diffusi in un paese di quasi 8 milioni di abitanti. Ma l'anno scorso è stato costretto a fuggire, dopo aver pubblicato l'ennesimo editoriale che faceva il punto sulla situazione politica guineiana.
Era la fine di marzo del 2005: si festeggiava l'ascesa al potere - il 3 aprile del 1984 - del generale Lansana Conté, prima speranza dei guineiani poi flagello, dopo venti anni di potere incontrastato, tenuto saldamente in mano ritoccando all'occorrenza la Costituzione. Cellou pensò che era il caso di fare un riassunto delle azioni del governo. Lui e il suo giornale non sono mai stati accomodanti con il potere: tutta la redazione ha assaggiato più di una volta i rigori del carcere. Nel 2003, dopo un'inchiesta sulle peripezie economiche del ministro delle finanze Kassory Fofana, il giornale venne chiuso addirittura per tre mesi. Cellou finì in prigione, come era già successo altre volte.
L'editoriale che gli è costato l'esilio si intitolava «Lansana Conté: 22 anni di potere e di miseria». Vi si descrivevano, con tono analitico, alcune contraddizioni evidenti nel paese: per esempio che dalla Guinea partono i tre principali fiumi che bagnano la costa occidentale eppure la capitale, Conakry, è ancora priva di acqua potabile. «La mattina dopo - racconta oggi Cellou - ricevetti una telefonata dell'editore, Aboubacar Sylla. Era spaventatissimo. Mi ricordo che parlammo in macchina, fuori dalla redazione, perché non ci voleva mettere piede». Sylla è il proprietario del gruppo L'Indépendant (che conta altri tre giornali), e anche lui in passato è stato imprigionato. Quella volta non difese Cellou. «Ti sei scordato di quando sei stato tre mesi senza stipendio», gli disse. Per inciso, quest'anno Sylla è diventato ministro dell'Informazione nel governo di Conté. Il giorno dopo la pubblicazione dell'editoriale arrivò la polizia: perquisì il giornale, poi la casa del direttore, che da quel giorno non ha più dormito nel suo letto. Il giornale venne chiuso per una settimana, gli amici di Cellou lo spinsero a partire. «Francamente non mi ero reso conto che l'editoriale fosse così duro. Non so, io ho sempre scritto quello che mi sembrava giusto scrivere. Però ho capito che forse era meglio uscire dal paese. Ma con l'intenzione di tornare».
Invece per Cellou inizia la vita da richiedente asilo. Privilegiato, poiché ha contatti con le federazioni della stampa in Europa. Ha diversi «visti» in tasca rilasciati dalle ambasciate occidentali. Può risparmiarsi quindi la via crucis dell'uscita illegale dal paese, che invece è la strada battuta normalmente dai richiedenti asilo. Prima va in Senegal. Ma gli arriva la voce che è meglio andare un po' più lontano. «Allora vado in Belgio, dove ho diversi amici - racconta Cellou - Penso di chiedere protezione lì. Ma mi spiegano che, per la Convenzione di Dublino, devo chiedere asilo nel paese in cui ho il visto di maggiore durata. Il mio visto più lungo era italiano, dove avevo seguito le conferenze della Fao. Mi sentivo morire - dice - perché avevo letto diversi rapporti sulla situazione dei richiedenti asilo in Italia. La mia unica speranza era che l'Italia decidesse di non accettare l'esame della mia domanda. Invece ha accettato», ride.
Così comincia la sua esperienza nel Belpaese: «Per fortuna l'associazione internazionale della stampa aveva avvertito la Federazione italiana. Il segretario, Paolo Serventi Longhi, ha mandato un rappresentante ad accogliermi all'aeroporto. Avevano già prenotato un albergo, mi hanno aiutato in tutti i modi, anche attraverso Réporters sans frontières». L'incontro con la Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato arriva presto. Lo stesso giorno gli accordano l'asilo politico. Per i richiedenti asilo che non possono vantare la rete di relazioni del direttore dell'Indépendant,i tempi sono meno certi, e soprattutto per chi entra illegalmente c'è il passaggio in un centro di identificazione. Eppure, anche per Cellou, la vita non è facile in Italia: «Ho ricevuto il contributo di 750 euro per tre mesi, ok, lascio immaginare a tutti cosa ci puoi fare. Per fortuna un po' di soldi da li avevo. Ma non parlavo l'italiano. Ho chiesto di poter fare un corso di lingua, me lo hanno accordato: quattro settimane. Allora mi sono proprio arrabbiato, e ho scritto una lettera al sindaco di Firenze, in cui tra l'altro dicevo: facciamo così, lei viene nel mio paese e io le offro un corso di lingua di quattro settimane. Vediamo se parlerà correttamente il pular».
Il sindaco non risponde, ma dopo 5 mesi Cellou viene contatto dal Comune, che lo inserisce in uno dei centri di accoglienza gestito dall'Arci: «Il posto era molto carino, anche se dormivamo in quattro in una stanza. Io, un eritreo, un somalo e un albanese. Per me è stato un po' uno choc, perché sono venuto a conoscenza di quello che capitava agli altri. I due africani erano disperati, perché facevano parte della vecchia procedura, quella della legge Turco-Napolitano, e ancora stavano aspettando di poter incontrare la Commissione». Comunque, dice, «un'esperienza unica». Infatti ci sta scrivendo un libro. Di tempo a disposizione ne ha: «Nel centro sono potuto restare solo sei mesi. Questi progetti dovrebbero servire a farti integrare nel mondo del lavoro. Qualcuno ci riesce, ma non sempre è facile. Il tempo è poco, e imparare correttamente la lingua è quasi impossibile». Cellou dice di essere disposto a fare qualsiasi mestiere. «Tutti i giorni faccio il giro delle agenzie interinali, ma mi dicono che quando i datori di lavoro vedono il mio curriculum lo rimandano indietro». In mente ha ancora la voglia di tornare a casa. «Qui in Italia ci sono tanti bravi giornalisti, mi sembra che potrei essere più utile in Guinea». Ma dovrà aspettare che il quadro politico cambi. «Tra un anno dovrò rinnovare il permesso - racconta - ho deciso che chiederò di poter cambiare paese. Qui in Italia integrarsi è difficilissimo. Mi sembra che abbiate poca confidenza con l'immigrazione». Tra le tante cose che gli danno fastidio, il «non aver mai incontrato neanche un tassista nero».
   
   

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