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Rapporto CPJ: aumenta il numero dei giornalisti imprigionati per aver scritto su Internet

19 dicembre 2006
 
traduzione per ISF di Leonardo Rafat

Il numero di giornalisti arrestati nel mondo è aumentato per il secondo anno consecutivo e uno su tre è un giornalista che lavora su internet, secondo un rapporto del Committe to Protect Journalist (CPJ) di New York.
Il rapporto annuale del CPJ riconosce al primo dicembre 2006 in 134 il numero di giornalisti e operatori dei media, incarcerati nell'anno. Questo numero supera di sei i giornalisti imprigionati nel 2005. Cina, Cuba, Eritrea e Etiopia sono le prime quattro nazioni tra le 24 che hanno imprigionato giornalisti. La metà dei giornalisti arrestati continuano ad essere professionisti della carta stampata, fotografi, reporter ed editori. Ma è aumentato considerevolmente il numero dei lavoratori di Internet con più di un terzo dei reclusi. Quello del 2006 è il più alto numero da quando, nel 1997, il CPJ ha iniziato a tener conto di questo settore. All’interno sono compresi i cittadini cinesi che usano il blog e alcuni scrittori cubani che scrivono dei rapporti per dei siti esteri.

“Noi ci troviamo ad un punto cruciale nella lotta per la libertà d’espressione, poiché gli stati autoritari stanno concentrando i loro sforzi proprio in questa direzione”, racconta Joel Simon, direttore esecutivo di CPJ. “Ad esempio la Cina - prosegue Simon - sta combattendo aspramente l'idea che Internet non sia controllabile e censurabile, e qualora dovesse riuscirvi le implicazioni non riguarderebbero solo la Cina ma tutta la libertà di stampa e d’espressione nel mondo”.

Le accuse di 'sovversione', di 'divulgazione di segreti di stato' e di 'operare contro gli interessi dello stato' sono tra le più comuni tra quelle usate per imprigionare i giornalisti in tutto il mondo. Per esempio 84 dei 134 giornalisti in prigione hanno ricevuto queste accuse.

Nel suo rapporto il CPJ fa notare come siano aumentati anche i giornalisti trattenuti in carcere senza una vera accusa o un processo a loro carico. L’Eritrea è il paese più coinvolto in questa vicenda con più della metà dei casi di giornalisti scomparsi e tenuti in luoghi segreti senza divulgare alcuna informazione sul loro stato di salute. Gli Stati Uniti trattengono tuttora due giornalisti in attesa di processo: il fotografo di AP Bilal Hussein, da otto mesi in carcere a Baghdad senza un regolare processo, e il cameraman di Al Jazeera Sami al-Haj da cinque anni detenuto a Guantanamo.

“A Cuba e in Cina, i giornalisti spesso sono imprigionati dopo processi farsa e vengono detenuti in condizioni miserabili, senza la possibilità di vedere i propri familiari. Ma la crudeltà e l’ingiustizia - racconta Joel Simon - sono maggiori dove non c’è processo e il giornalista scivola nell’oblio”. “In Eritrea, il paese che abusa maggiormente di questa condizione di non legalità, non c’è controllo sull’autorità, e non si può mai sapere se i giornalisti siano effetticamente ancora vivi”.

La Cina, per l’ottavo anno consecutivo, si  conferma la principale avversaria della libertà di stampa con 31 giornalisti incarcerati.

Per più dei tre quarti dei casi l’accusa è stata di minare la sicurezza nazionale; con 19 detenuti, è la principale responsabile delle incarcerazioni riguardanti i giornalisti di Internet, incluso Shi Tao, il vincitore del CPJ Premio Internazionale per la Libertà di Stampa. Tao sta scontando una condanna a dieci anni per aver inoltrato, per mostrarla, la mail con la quale il dipartimento di propaganda forniva le istruzioni su come coprire l’anniversario del massacro di piazza Tienanmen. Il governo ha dichiarato le istruzioni un segreto di stato.

Al secondo posto troviamo Cuba, con 24 tra reporter, scrittori ed editori. Quasi tutti hanno scritto i loro articoli e commenti per siti di oltremare, trasmettendoli tramite telefono o fax; una volta postati i loro articoli vengono letti in tutto il mondo ma molto difficilmente a Cuba, dove il governo controlla e impedisce un facile accesso ad internet.

L’Eritrea è il paese leader, in questa speciale classifica dei paesi africani. I 23 prigionieri giornalisti, vengono trattenuti senza possibilità di comunicazioni esterne e le loro reali condizioni rimangono un mistero. Un inquietante rapporto che ha iniziato a circolare ad agosto, raccontava di tre morti tra i cronisti detenuti nel paese africano. Questo rapporto era stato poi confermato anche da fonti dichiarate attendibili dal CPJ. Immediatamente il  CPJ ed altre organizzazioni hanno chiesto informazioni al governo di Asmara, il quale si è rifiutato di fornire informazioni sui giornalisti, su dove fossero, e sulle loro condizioni fisiche.

La vicina Etiopia ha imprigionato 18 giornalisti, la maggior parte dei quali sotto processo per tradimento. Una indagine del CPJ, datata lo scorso aprile, non ha trovato alcuna base per sostenere l’accusa di tradimento. Segue poi la Birmania (ora Myammar) con 7 giornalisti detenuti. L’Uzbekistan ne ha 5 e Stati Uniti, Azerbaijan e Burundi 3.

In circa il 10 per cento dei casi, i governi hanno usato accuse non collegate al lavoro giornalistico per vendicarsi di scomodi scrittori, editorie e fotoreporter. Queste accuse spaziano da danni a proprietà privata, possesso di droga e associazione son terroristi.  

Per più del 4 per cento dei casi diffondere odio etnico, religioso è stata l’accusa più utilizzata nel mondo.  

Le accuse di diffamazione sono state usate in circa il 3 per cento dei casi. Per fortuna un crescente numero di paesi dell’Europa Occidentale ha depenalizzato la diffamazione e l’insulto.

Le violazioni delle regole di censura contano un tre per cento dei casi. Ad esempio in Birmania due giornalisti sono stati arrestati  per aver violato il divieto di fotografare la nuova capitale Pyinmana. 

I giornalisti da più a lungo in prigione, secondo il rapporto del CPJ, sono Chen Renjie e Lin Youping, che sono stati incarcerati nel 1983 per aver pubblicato un pamphlet intitolato Freedom Report.

Nel rapporto del CPJ si fa riferimento ai giornalisti in carcere al 1 dicembre 2006 ma non include i giornalisti sequestrati, scomparsi e rapiti da criminali, ribelli o altre entità non statali.

per ulteriori informazioni e links collegati si può consultare la pagina web:

http://www.cpj.org/Briefings/2006/imprisoned_06/imprisoned_06.html

   
   

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