1 gennaio 2007
di Stefano
Marcelli (presidente di ISF)
Un
anno fa, di questi tempi, noi di ISF eravamo in trepidazione per la
sorte di Akbar Ganji, il più noto anche se non certo l’unico,
collega iraniano che giaceva in una cella del carcere di Evin in
pericolo di vita per i maltrattamenti, l’assenza di cure e di
alimentazione, a causa delle proprie denunce contro il regime di
Teheran.
La campagna per la liberazione di Ganji ha avuto successo e così abbiamo potuto conoscerlo, ospitarlo e farlo conoscere all’opinione pubblica italiana. Akbar, che adesso è ancora in giro per l’Europa a diffondere il suo appello a favore dell’opposizione democratica del suo Paese, ha ricevuto a giugno 2006 la cittadinanza onoraria della città di Firenze e il Gonfalone d’argento del Consiglio Regionale della Toscana, ha incontrato i suoi compatrioti e ha potuto parlare a centinaia di media.
Il libro curato dal nostro Ahmad Rafat sulla libertà di stampa in Iran (L’ultima Primavera, edizioni Polistampa) ha venduto qualche migliaio di copie. E possiamo dire che è stato un successo.
Il 3 maggio, in occasione dell’assemblea nazionale di Information Safety and Freedom dedicata alla celebrazione della Giornata Mondiale della Libertà di Informazione dell’ONU, abbiamo esaminato vari fronti critici (dal Nepal, grazie a un reportage esclusivo, fino all’Iran, l’Iraq e il Libano), ma ci siamo dovuti occupare con particolare attenzione della vicenda che aveva portato in carcere il collega italiano Mario Spezi, colpevole di aver scritto, assieme al collega americano Preston, un libro che contestava le tesi investigative di un poliziotto e di un magistrato. Una vicenda clamorosa quanto inquietante che ci deve far riflettere su quanto, nel nostro Paese, si siano allentati in questi decenni i freni inibitori di tentazioni autoritarie, autoreferenziali e sostanzialmente censorie negli ambiti della magistratura, ma anche della politica e perfino dello stesso mondo giornalistico.
A questo proposito, la flebilità delle reazioni all’arresto di Mario Spezi, vanno messe accanto alla mitezza delle sanzioni disciplinari comminate dall’Ordine dei Giornalisti a un vicedirettore (Farina-Betulla ) che ha confessato pubblicamente di essere a libro paga dei servizi segreti e, soprattutto, della mancanza di qualsiasi indagine sull’estensione di questo fenomeno di “doppia tessera” la cui dimensione è apparsa chiaramente notevole dall’inchiesta su Abu Omar e da quella Telecom.
La vicenda irachena, rischia ormai di sprofondare nella palude sanguinaria della guerra civile. Ed è grave, perché, solo negli ultimi quattro anni, abbiamo lasciato su quel teatro di guerra ben 170 colleghi, compreso il nostro Enzo Baldoni. Ma, ormai, i caduti sono quasi tutti iracheni, e allora, figuriamoci: se non sono riusciti a mobilitarci i morti per fuoco nemico ed amico che dividevano il nostro ufficio, non saranno certo quelli senza nome come i colleghi arabi a farci insorgere.
A novembre, proprio per contrastare questo fenomeno di impaludamento, abbiamo assegnato il Premio Internazionale per la Libertà di Informazione ISF – CITTA‘ di Siena (che lo scorso anno era andato a Ganji) a due prestigiosi colleghi iracheni: Salwa Zako e William Warda. Anche questa è stata un’occasione per consentire ai colleghi italiani e all’opinione pubblica di conoscere per fonte diretta la situazione in Iraq e ai colleghi iracheni di potersi esprimere liberamente. A Siena, Scandicci e Genova hanno incontrato media, studenti, cittadini (a Scandicci avviando un corso scolastico sul giornalismo e la guerra e partecipando a uno spettacolo di solidarietà con artisti italiani). La Zako e Warda hanno denunciato le condizioni di perenne pericolo in cui agiscono i giornalisti, condividendo quelle della popolazione civile e hanno lanciato un appello perché la Comunità Internazionale non abbandoni l’Iraq al proprio tragico destino.
E’ stato dunque un anno intenso per ISF, e per suoi amici, giocato sulla prima linea di una battaglia per la difesa dei diritti civili e del giornalismo, che diventa ogni giorno più vasta e più insanguinata.
Solo negli ultimi quattro anni abbiamo lasciato sul terreno 329 colleghi e la graduatoria, se vede al primo posto l’Iraq, com’è naturale, segnala una situazione di costante bersagliamento nelle Filippine (38 morti in quattro anni), in Colombia (21), nella Federazione Russa (18) in Messico (16) e Pakistan (9).
Non è possibile tenere il conto dei colleghi rapiti, minacciati, aggrediti nel mondo. Ma l’ultimo rapporto del Committee to Protect Journalists ci informa che il 2006 ha stabilito un nuovo record per i giornalisti arrestati dai governi con 134 imprigionati. In testa alla classifica Cina, Cuba, Eritrea ed Etiopia. Ma, scendendo, si incontrano anche gli Stati Uniti. Per la grande maggioranza degli incarcerati , le accuse sono le stesse: “sovversione” e “divulgazione di segreti di Stato”, “azione contro gli interessi dello Stato”. Concetti che si vanno facendo strada anche nelle democrazie occidentali.
L’esecuzione della collega Anna Politkoskaja è di certo l’atto più violento e protervo che sintetizza la gravità dell’assalto che il Potere sta lanciando contro l’esercizio libero della professione di giornalista. I dati relativi alla Federazione Russa confermano che questo Paese europeo, che sta cercando di recuperare il ruolo di Seconda Potenza mondiale, teorizza la pratica di autoritarismo che trova nei proprietari e negli operatori dei media i primi obiettivi di una repressione che utilizza anche l’eliminazione fisica come mezzo di censura.
Una teoria e una pratica esplicitate dal presidente siriano Bashar al-Assad che, all’intervistatore che gli poneva timidamente la questione dei diritti umani calpestati nel suo Paese, ha risposto: "Primo, noi non consentiamo a nessuno di interferire nei nostri affari. Sappiamo quel che facciamo, che sia giusto o sbagliato".
La stessa riposta che usa dare Vladimir Putin a chi gli pone il problema della libertà di stampa nel suo Paese. E la stessa risposta che è consentita a chiunque, nel mondo, si schieri nella Guerra al Terrorismo accanto all’amministrazione Bush, persino a Fidel Castro.
Il bilancio 2006 dello stato della libertà di stampa nel mondo è dunque tragicamente in rosso: rosso sangue.
Ma le cifre crescente dei colleghi uccisi o imprigionati rappresentano solo la punta di un iceberg che coincide con una crisi strutturale del sistema dell’informazione e che ne mina alle fondamenta il ruolo di “coscienza critica” e di rappresentanza civile all’interno della dinamica democratica.
Una crisi strutturale di credibilità, di indipendenza e quindi anche di capacità contrattuale. Lo avevamo detto, noi di ISF, nel pieno dei girotondi e della Grande Opposizione che la questione della libertà di informazione non cominciava e finiva con la Presidenza del Consiglio di Silvio Berlusconi. E mal ce ne incolse, viste le reazioni anche violente e i tentativi di isolamento che abbiamo subito. Silvio Berlusconi rappresenta certo una fase acuta e paradossalmente esasperata di una patologia che vede il rapporto fra potere economico, potere politico e aziende editoriali divenire sempre più intrecciato e violento, tanto da mettere ormai in discussione il concetto stesso di indipendenza del lavoro giornalistico.
La deriva autoritaria che unisce questi tre poteri in un rapporto percorso da scontri e alleanze per il controllo dei media, è ormai radicata nella vita delle nostre società e tende a saldarsi con le dinamiche proprie di parademocrazie sul modello post-sovietico o di tradizione orientale.
Le trasformazioni tecnologiche e di mercato facilitano una deregulation del settore dei media che azzera l’efficacia di tutto l’apparato normativo che avevamo costruito in decenni di battaglie sindacali e culturali. Il concetto stesso di “professionista dell’informazione”, vale a dire la forma e la sostanza del giornalista e della sua professione, si svuotano ogni giorno di significato e di sostanza.
Nasce da qui la posizione di intransigenza assunta dalla Fieg (con editori di sinistra e di destra uniti nella lotta) sul rinnovo del contratto nazionale di lavoro. E’ una battaglia strategica per attuare una deregulation che spiani definitivamente la strada a un liberismo assoluto dove la proprietà acquisisca l’assoluto controllo dei media per poterli utilizzare nel risiko del potere in campo politico e finanziario. Se i media sono, come si diceva un tempo e come oggi ben sappiamo, “fabbriche di consenso”, rappresentano dunque il mezzo di scambio o di attacco, nella lotta per la conquista e il mantenimento del potere politico e finanziario.
E’ il gioco della democrazia moderna e, in modi sia pure diversi, non vi sfuggono né la destra né la sinistra.
Abbiamo dunque a che fare con una questione di libertà che si identifica con l’essenza stessa della nostra professione. Da questa campagna contrattuale deve partire però una riflessione seria sulla professione. Se non si recupera la credibilità rispetto al pubblico e quindi l’autonomia rispetto al potere politico e finanziario, sarà comunque una battaglia persa.
Buon Anno a tutti i colleghi e be free, siate liberi. Prima che un diritto, per noi giornalisti, è un dovere.
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