Si
legge come un romanzo, avvincente perché si fa il giro del mondo per
cercare qualcosa che mai s'incontra. O come un libro di guerra, in cui
ci sono morti, feriti, strategie, tattiche, armi segrete, anche se la
certezza della vittoria non la si trova nemmeno all'ultima pagina. Una
guerra che assomiglia a quella della cosiddetta «quarta generazione»,
combattuta non per vincere ma per indebolire l'avversario e minarne
fondamenta e fiducia. «L'ultima copia del New York Times» di Vittorio
Sabadin (Donzelli editore, pp.166, euro 15) è una sorta di inchiesta
sulla salute dei giornali di carta ai tempi di internet. Il
sottotitolo del libro è l'unico chiaro segno di speranza, «Il futuro
dei giornali di carta», ma è tutto qui. Quando Philip Meyer, uno
studioso americano di editoria, fissa l'uscita dell'ultima copia di
carta del più celebre giornale del mondo al 2043, è considerato un
ottimista da alcuni studenti della Columbia university. Che in un loro
studio dicono: macché, aspettate il 2014 e vediamo se il Nyt non
diventa una newsletter per affezionati anziani.|
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