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Attenti, arriva la censura!

di Stefano Marcelli
presidente di Information Safety and Freedom

16 marzo 2007

Tanto tuonò che piovve, si dice dalle mie parti. E così, questa sottile voglia di censura che da tanto sentivamo aleggiare nel cielo della politica italiana, si è condensata attorno a questa vicenda di Vallettopoli che personalmente trovo di scarsa rilevanza.

Gravi, invece, gravissime le norme varate in fretta e furia (e senza alcun dibattito) dal garante per la Privacy. Da oggi si abbatte sui giornali una vera e propria censura fondata sul divieto di pubblicare notizie private non giustificate da “interesse pubblico“ o eccedenti “l’essenzialità dell’informazione“, e infine “in violazione della tutela delle sfera sessuale“.

Si tratta di criteri assolutamente soggettivi, che attribuiscono all’Autority quella totale discrezionalità che è propria dei censori. Una discrezionalità priva di riscontri oggettivi che cozza con i più elementari principi del diritto democratico. Norme di questo genere, che tutelano arbitrariamente la “privacy" dei potenti e delle loro famiglie sono presenti solo nel diritto dei paesi autoritari e servono a dare mano libera alla repressione governativa nei confronti dei giornalisti che indagano sulle attività delle lobbyes al potere.

Si dirà che in questo caso si tratta di pettegolezzi di basso conio, di spazzatura e via dicendo. Non c’è dubbio che la vicenda in questione riguardi attività paragiornalistiche con risvolti che ipotizzano ricatti e reati di vario titolo a danno di varie personalità più o meno note , più o meno autorevoli e più o meno politiche.

Ma la notizia, in questo caso, non è cosa i vari personaggi facessero o non facessero, quanto che, come ipotizzano i magistrati lucani, esistesse un gruppo di persone che li fotografasse allo scopo di ricattarli. E questa è una notizia di “pubblico interesse" , “essenziale“ e che non viola “la sfera sessuale“ di alcuno.

Vi è poi un’altra considerazione da fare. A portare sulla scena pubblica particolari privati e “sessuali“ fu un Presidente del Consiglio che parlò di reali o ipotetiche infedeltà coniugali in una conferenza stampa internazionale. Vicende poi riportate recentemente sulla ribalta mediatica dalla consorte dello stesso. Si tratta di una controversia che ha riempito per giorni le prime pagine dei giornali e tutti i talk show televisivi, con la partecipazione di commentatori ed esperti di varie discipline. A questo si aggiunga che ormai i politici si sono mescolati allo star sistem riempiendo ogni sera gli studi televisivi di quasi ogni tipo di trasmissione, ballando, cantando, cucinando e facendo qualunque cosa li potesse accomunare al variegato mondo televisivo. E la sera frequentano gli stessi salotti, gli stessi ristoranti e gli stessi locali frequentati dalle starlettes in cerca di contratti.

E’ comprensibile che non vogliano che i propri elettori conoscano certe frequentazioni, soprattutto in un momento in cui molti di loro professano etiche religiose austere, stabilendo per legge quali costumi sessuali dei cittadini italiani debbano essere considerati “pro“ o “contro“ natura .

Il ruolo pubblico non può comportare solo privilegi ( stipendi d’oro, pensione a cinquant’anni, riconoscimento delle coppie di fatto per i parlamentari ma non per i comuni mortali, notorietà, libero accesso a tutti i media, soprattutto quelli pubblici e via dicendo). Prevede anche che si debba rendere conto ai cittadini dei propri comportamenti politici e anche privati.

Quando le Iene compirono il famigerato test antidroga in Parlamento si sollevò la legittima indignazione per l’illegittimità della privacy violata. Ma la denuncia politica dei risultati era gravissima: molti di coloro che avevano votato una legge che prevedeva il carcere per i fumatori di spinelli, c’erano consumatori di cocaina e altre droghe pesanti. Ma questa grave questione politica è stata cancellata fra le polemiche quasi come l’inchiesta dei carabinieri sugli spacciatori che frequentavano gli uffici di un ministero.

Per questo le misure assunte dal Garante sono gravissime e possono comportare effetti devastanti sull’esercizio della libertà di informazione nel nostro Paese. L’atteggiamento che sta emergendo in forma bipartisan nel mondo politico italiano meriterebbe una reazione decisa e immediata della Federazione Nazionale della Stampa, dell’Ordine dei Giornalisti e della categoria intera. E sbagliano, a mio avviso, direttori e colleghi che si fanno prendere da sensi di colpa tardivi (perché sull‘autoregolamentazione e sulla dignità della professione ci sarebbe un interessante dibattito tutto da fare) e aprono la strada a un percorso legislativo di limitazioni al lavoro giornalistico che non si sa dove possa arrivare.

Al 'Washington Post', dove, credo, di rapporti con il potere politico se ne intendono, sostengono che per il mestiere di giornalista esiste un’unica regola: attenersi ai fatti, nient’altro che ai fatti. Quando un fatto è provato e se ne conoscono e verificano le fonti , si può e si deve pubblicarlo. Se si sbaglia , c’è il codice penale, ci sono le scuse, i risarcimenti e, come è accaduto più volte sui media americani, anche le dimissioni del colpevole.

Tutto il resto puzza di censura, credete a me.

   
   

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