Perché nelle serie tv siriane si parla
di politica e attualità
di Donatella Della Ratta
Fonte. Il Manifesto
29 marzo 2007
Soap opera
arabe e terrorismo. Se ne è parlato venerdì scorso al diciassettesimo
festival del cinema africano di Milano, nel corso del dibattito
dedicato a «Musalsalat e terrorismo sugli schermi arabi», curato da
Mohamed Challouf. Nell'ambito della rassegna omonima si sono visti Al
Mariquon (I rinnegati) e Al hour al ayn (Le vergini del paradiso), due
soap opera (o meglio musalsalsat, come si dice in arabo) sul tema del
terrorismo visto con gli occhi degli arabi, inedite in Italia ma che
sugli schermi arabi hanno fatto il tutto esaurito nei mesi di Ramadan
2005 e 2006. Najdat Ismael Anzour, siriano, figlio del primo regista
di cinema muto del paese, è l'autore e il produttore di queste
discusse serie tv, che in Medio Oriente hanno scatenato grandi
dibattiti nell'opinione pubblica e provocato minacce di morte alla
produzione. Lo abbiamo incontrato per saperne di più di queste soap
opera che affrontano temi così cruciali per il mondo arabo, ma anche
per l'Occidente.
Da un po' di anni si sente sempre più parlare, nel mondo
televisivo arabo, di una rimonta siriana, specialmente nelle fiction
tv, una volta dominio incontrastato degli egiziani. Ci può spiegare le
ragioni di questo successo?
È vero, sono almeno dieci anni che la Siria fa concorrenza
all'Egitto sul versante della produzione di musalsalat. Questo si
spiega per la qualità dei nostri prodotti: facciamo poche cose, ma le
facciamo bene, mentre gli egiziani puntano sulla quantità. Ci
concentriamo sul linguaggio visivo, perché la televisione è fatta di
immagini, non di parole e dialoghi. Non ricostruiamo mai in studio gli
ambienti, giriamo in esterni o su location reali che abbiamo
accuratamente individuato. Questa ricetta rende i nostri prodotti
molto più realistici. L'altro elemento che li lega alla vita reale
sono i contenuti. Le musalsalat egiziane trattano argomenti troppo
locali, troppo relativi alla società egiziana e di scarso interesse
paranarabo. Inoltre sono legate a una visione tradizionalista della
società, parlano di storie d'amore piuttosto che di temi sociali.
Quelle siriane invece raccontano dell'attualità, di temi che ci stanno
a cuore, come la politica, il terrorismo, la corruzione. Sono
argomenti comuni a tutte le società arabe, e molto sentiti dalle
famiglie arabe che non possono vivere senza parlare di politica. La
politica è il pane quotidiano della famiglia araba, un tema sempre
presente nelle discussioni familiari, questa è forse una grande
differenza con l'Occidente.
Come mai avete cominciato a trattare questi temi? E quanto
siete liberi nel trattarli?
La concorrenza fra le tv arabe è feroce. Ci sono più di
trecento canali satellitari e bisogna fare fronte alla popolarità di
reti come Al Jazeera e Al Arabiya, che trattano l'attualità. Come ho
detto, la famiglia araba mangia pane e politica. È anche per
rispondere alla concorrenza con le reti all news che trattiamo
argomenti di attualità. I temi che scegliamo devono avere appeal per
un pubblico panarabo, e devono essere accettati dai vari paesi arabi
dove vengono trasmesse. La libertà di trattare queste tematiche non
riguarda perciò solo il paese dove produciamo le soap, ma anche quelli
in cui poi verranno distribuite. Mi è capitato, ad esempio, che il
tema del terrorismo trattato in Al Mariqoun venisse rifiutato da tutte
le tv statali del Golfo, dall'Arabia Saudita al Qatar, mentre veniva
mandato in onda in prima serata da reti private come la libanese Lbc.
Mentre gli stessi sauditi, attraverso una loro rete privata, Mbc,
avevano comprato il primo passaggio di Al hour al ayn, che pure tocca
il tema scottante del terrorismo interno all'Arabia Saudita stessa.
Quindi dipende, bisogna ragionare caso per caso. Ma comunque prima di
scrivere una storia dobbiamo comunque praticare una sorta di
autocensura, almeno per ciò che riguarda i tabù della religione e del
sesso.
Ha ricordato il ruolo centrale dell'Arabia Saudita,
proprietaria di molte delle tv arabe di successo, e l'ambiguità del
suo comportamento, a seconda che si tratti di reti pubbliche o
private. Qual è l'influenza esercitata dai sauditi sul mercato delle
musalsalat?
Un'influenza notevole, se non un controllo assoluto. L'anno
scorso abbiamo prodotto quaranta serie tv, quest'anno il numero è già
sceso a dodici, io credo che l'anno prossimo andrà vicino allo zero. E
il motivo è l'Arabia Saudita, il paese che controlla la maggior parte
delle tv arabe sia come proprietario diretto (attraverso imprenditori
privati tutti membri della casa reale saudita, ndr) che come
finanziatore pubblicitario. Possedendo i maggiori marchi pubblicitari,
l'Arabia Saudita ha la facoltà di gestire i flussi delle inserzioni,
decidendo i destini finanziari delle reti. Chi non si allinea alle
regole saudite viene tagliato fuori dalla pubblicità, quindi
difficilmente potrà sopravvivere sul mercato.
E quali sono le regole saudite?
I sauditi vogliono imporre le star egiziane, vogliono che si
reciti in dialetto egiziano e soprattutto vogliono che predomini
l'ideologia dell'intrattenimento, del disimpegno. Per questo le
musalsalat siriane diminuiscono, noi parliamo di politica e società e
questo non va bene. Del resto non possiamo produrre solo per il
mercato interno, non possiamo sopravvivere così.
Quale può essere la soluzione per risollevare, anche nelle
soap, la politica da questa ondata di disimpegno?
Non c'è soluzione. Il problema delle musalsalat, in piccolo,
è lo stesso che ha tutto il Medio Oriente su scala macro. Il problema
è l'ideologia e il comportamento di alcuni stati. Finché non si
risolverà questo, non solo le musalsalat siriane tenderanno a
scomparire dagli schermi, ma anche i problemi del Medio Oriente
continueranno a rimanere insoluti.
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