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Condannati a morte in soli ventitré minuti
6 settembre 2007
Fonte: il Riformista  

di Ahmad Rafat (giornalista italo-iraniano e membro dell’esecutivo dell’Information, Safety & Freedom)

Essere giornalisti nella Repubblica Islamica di Mahmoud Ahmadinejad, soprattutto se non allineati con l’attuale governo, è un reato grave. Lo hanno denunciato proprio in questi giorni 120 tra le più prestigiose firme del giornalismo iraniano, in una lettera indirizzata al governo, nella quale denunciano le forti pressioni che subiscono ogni giorno nell’esercizio della loro professione. L’associazione Reporters sans frontières continua a definire la Repubblica Islamica «la più grande prigione dei giornalisti nel Medio Oriente».
L’Iran ha anche un altro primato, quello di essere il secondo paese, preceduto solo dalla Cina, per il numero delle condanne a morte eseguite, che sono ormai quotidiane. Le grandi agenzie internazionali aprono i loro notiziari trasmessi da Teheran con la notizia della condanna, o delle condanne, eseguite o emesse in giornata.
Due di queste condanne emesse recentemente dal Tribunale della Rivoluzione di Sanandaj, nel Kurdistan iraniano, riguardano due giovani curdi. Adnan Hassanpour e Hiwa Boutimar, ex redattore del settimanale Asu, chiuso nell’estate del 2005 dopo alcune manifestazioni nelle città curde, per la sola ragione di aver informato la cittadinanza delle richieste dei manifestanti, sono stati condannati, lo scorso 17 luglio, alla pena di morte. Sono stati definiti dalla corte rivoluzionaria mohareb, nemici di Allah. Non sono i primi a essere condannati per questo reato che non è mai stato definito nel codice penare iraniano. Sono nemici di Allah i trafficanti di droga, gli omosessuali, i laici e i controrivoluzionari. Praticamente tutti possono essere definiti nemici di Allah, a maggior ragione se, come Adnan e Hiwa, si tratta di giornalisti, ambientalisti, laici e socialisti. Adnan e Hiwa sono stati condannati in un tribunale a porte chiuse: non era consentito essere presenti nemmeno agli imputati e ai loro due avvocati. I due difensori hanno appreso della condanna a morte per impiccagione dei loro assistiti solo dopo che le famiglie dei due giornalisti avevano ricevuto la comunicazione giudiziaria.
Adnan e Hiwa, trasferiti qualche giorno prima del processo, durato 23 minuti, dal carcere della loro città, Marivan, al centro di detenzione del ministero dell’Intelligence a Sanandaj, hanno saputo della loro condanna a morte casualmente e una settimana dopo. Da allora hanno iniziato uno sciopero della fame, che dura ormai da 54 giorni.
La campagna internazionale contro la condanna a morte di Adnan e Hiwa, promossa anche in Italia dalle associazioni Articolo21 e Information, Safety & Freedom, ha costretto le autorità di Teheran a permettere all’anziana madre di Adnan e alla giovanissima moglie di Hiwa, e ai loro due legali, di incontrarli a metà agosto, dopo oltre due mesi di totale isolamento. I difensori dei due giornalisti curdi, uscendo dal centro di detenzione di Sanandaj, hanno definito Adnan e Hiwa «due larve umane, sola pelle e ossa, che dall’inizio dello sciopero della fame non hanno mai ricevuto la visita di un medico o del personale sanitario». Hanno espresso la loro preoccupazione, per la situazione di Adnan e Hiwa, la presidenza portoghese dell’Unione Europea e i governi di Roma e Parigi. Hanno espresso la loro condanna per la sentenza di morte contro Adnan e Hiwa, diverse organizzazioni internazionali come Amnesty International e Reporters sans frontières.
Tutto questo però fino a oggi non è servito. Adnan e Hiwa rischiano di morire senza che sia necessario l’intervento del boia. La Repubblica Islamica sembra intenzionata a lasciarli morire in carcere. La sorella di uno di loro, Leyla Hassanpour, che in precedenza si era rivolta con una lettera al governo italiano, lettera rimasta senza risposta, ha deciso ora di rivolgersi direttamente al segretario generale delle Nazioni Unite, il coreano Ban Ki- Moon. «La vita di Adnan e Hiwa, dopo questo lungo periodo di sciopero della fame, è seriamente in pericolo», scrive nella sua lettera Leyla Hassanpour. «Le autorità iraniane, nonostante le proteste internazionali e la preoccupazione espressa da alcuni governi europei e dalla stessa Unione Europea, si rifiuta di accogliere le richieste di Adnan e Hiwa, che chiedono un nuovo processo alla presenza di avvocati e aperta all’opinione pubblica». Leyla chiude la sua lettera al segretario generale delle Nazioni Unite con una supplica. «Mi rivolgo a Lei, chiedendo di intervenire per impedire che un crimine così atroce sia consumato in silenzio e nella totale indifferenza, anche perché l’unica colpa di mio fratello e del suo collega è quello di aver lottato per i diritti del loro popolo».
   
   

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