Signor Presidente, il popolo iraniano non è
"il più libero del mondo", lettera aperta a Mahmoud Ahmadinejad
1 ottobre 2007
"Signor Presidente,
ha partecipato, lo scorso 24 settembre, a New York, ad una videoconferenza
organizzata dal Club della stampa nazionale americana. Durante questo incontro,
numerosi giornalisti e rappresentanti di organizzazioni internazionali - tra le
quali Reporters sans frontières - Le hanno posto domande precise sulla
deplorevole situazione dei diritti umani in Iran. Alle critiche Lei ha
semplicemente risposto che il popolo iraniano è il "più libero del mondo" e che
le organizzazioni presenti all'incontro ignoravano sicuramente la situazione
interna del Suo Paese, dove non si sono probabilmente mai recate.
Tuttavia, Signor Presidente, i fatti sono certi e le terribili statistiche sulle
violazioni alla libertà di stampa perpetrate nel Suo paese parlano chiaro. Dalla
Sua ultima visita alle Nazioni Unite, un anno fa, almeno 73 professionisti dei
media sono stati fermati e circa 20 media sono stati censurati. In un recente
comunicato, 170 giornalisti iraniani hanno denunciato il rapido deterioramento
della situazione della libertà di stampa nel paese. L´Iran è ormai da anni la
principale prigione per i giornalisti del Medio oriente. Mentre legge queste
parole, dieci giornalisti sono ancora in carcere. Tra questi, Adnan Hassanpour e
Abdolvahed Hiva Botimar, condannati a morte nel mese di luglio 2007.
Il fatto di
aver collaborato con alcuni media curdi li ha trasformati in spie per le
autorità". Speriamo vivamente che Lei faccia tutto il possibile per fermare la
loro esecuzione.
Signor Presidente, numerosi giornalisti iraniani hanno avuto a che fare con la
giustizia, quasi sempre accusati di aver "messo a repentaglio la sicurezza
nazionale".
E questo per aver semplicemente desiderato informare il popolo
iraniano. Lei afferma che nel Suo Paese, i media sono liberi di criticarLa e di
criticare la Sua Amministrazione.
Ma i fatti provano il contrario. Numerosi
professionisti dei media pagano con la propria libertà l'aver voluto esercitare
il loro mestiere. Basta evocare il caso di Said Matinpour, collaboratore del
settimanale Yarpagh, arrestato lo scorso 28 maggio 2007 a Zanjan.
Due giorni
dopo l'arresto è stato trasferito nella prigione di Evin dove, da allora, è
detenuto in una cella di isolamento. Nonostante più di 100 giorni di carcere,
nessun capo di accusa è stato formulato nei suoi confronti. Il giornalista non
può ricevere le visite dei familiari e del suo avvocato. Stessa sorte per Soheil
Assefi, un giornalista arrestato lo scorso 4 agosto dopo essere stato convocato
dal tribunale di Teheran. E' accusato di aver "pubblicato delle informazioni
false, suscettibili di mettere a repentaglio l'ordine pubblico".
Lei ha inoltre affermato: "Ogni giorno, numerosi giornali sono venduti nel
nostro Paese e il numero dei giornali dell'opposizione è 10 volte superiore a
quello dei giornali filogovernativi". Signor Presidente, i giornali che Lei
definisce "di opposizione" difendono innanzitutto gli interessi dei clan al
potere e non offrono assolutamente un'informazione libera e pluralista. Secondo
il segretario Generale dell'Associazione dei giornalisti iraniani, Badrolssadat
Mofidi, l'autorizzazione per la pubblicazione di circa 500 media è stata
recentemente annullata dal ministero della Cultura e dell'Orientamento islamico.
In Iran, anche se non esiste un ufficio della
censura, l'autocensura è fortissima. Le pressioni esercitate dalle autorità sui
capi redattori delle testate indipendenti sono frequenti. Molti di questi hanno
perfino ricevuto una lista con i nomi dei giornalisti "pericolosi" che non
devono in alcun caso essere assunti.
Inoltre, il Suo governo rifiuta ancora oggi di mettere fine al monopolio di
Stato su tutti i media audiovisivi, e possedere una parabola satellitare è
ancora reato nel Suo Paese.
Anche Internet subisce la censura. Numerosi siti che diffondono informazioni
sulla politica o la religione sono sotto accusa e sistematicamente sorvegliati.
Questo succede anche con i siti di numerose organizzazioni internazionali come,
ad esempio, quello di Reporters sans frontières. I "dieci milioni" di utenti che
Lei, Signor Presidente, ha evocato nel Suo discorso hanno accesso ad
un'informazione parziale, estremamente limitata.
Per concludere, vorrei ricordare che i giornalisti stranieri continuano a dover
affrontare infiniti ostacoli per potersi recare in Iran e lavorare nel Paese. I
corrispondenti locali dei media stranieri sono sottoposti a controlli e
pressioni e sono spesso richiamati all'ordine dalle autorità. Reporters sans
frontières ha per esempio chiesto varie volte, nel corso degli ultimi dieci
anni, di poter beneficiare di visti per entrare in Iran. Richiesta
sistematicamente rifiutata. Speriamo pertanto che l'invito di visitare il Suo
Paese, da Lei formulato pochi giorni fa a New York davanti ai rappresentanti di
numerose organizzazioni internazionali, sia sincero. Per quanto ci riguarda,
saremo felici di poterlo accettare al più presto.
Robert Ménard
Segretario Generale di Reporters sans frontières
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